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Mi metto il cappuccio, vi sembro un fanatico? PDF Stampa E-mail
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Scritto da Salvatore   
Tuesday 10 April 2007
Dal "Riformista" di sabato 7 aprile 2007 un interessante articolo di Fabrizio d'Esposito, notissimo giornalista della nostra comunità, sul cappuccio nelle nostre processioni della Settimana Santa. Buona lettura!! 


Caro direttore, sono trent'anni esatti che partecipo alle processioni del Venerdì Santo del mio paese, Piano di Sorrento, in provincia di Napoli, e l'altra mattina, di Giovedì Santo, a introdurmi nella lenta liturgia penitenziale degli incappucciati (peraltro motivo per cui ti ho chiesto tre giorni di ferie) è stato un duro articolo di Francesco Merlo sulla prima pagina di Repubblica contro i cappucci in processione. C'era da aspettarselo. Nel senso che in questo clima di crescente contrapposizione tra Chiesa e politica, tra credenti e non credenti, i riti della Settimana Santa sono usciti dal ghetto della cronaca locale dei quotidiani regionali per diventare evento da segnalare, commentare e spesso criticare a livello nazionale.
Per esempio, martedì scorso, la Stampa ha raccontato con tono pieno di sdegno la tradizionale asta della Domenica delle Palme a Taranto, in cui si pagano somme da capogiro per assicurarsi i posti migliori nelle processioni. Poi è arrivata la prestigiosa penna di Merlo. Cimentandosi sul ritorno dei cappucci a Corleone, vietati dal prefetto per 40 anni a causa delle guerre di mafia («I killer si travestono da confrati e colpiscono i rivali»), e pur riconoscendo il valore simbolico del diritto restaurato, Merlo consiglia alla Chiesa di lasciar perdere il «burqa maschile del Venerdì Santo» perché trattasi di «un armamentario devozionale che è apparentato con le processioni sciite, con il peggio del fondamentalismo e del fanatismo dell'Iran». E ancora: «Le processioni degli incappucciati sono le palestre del rancore popolare, un concentrato di antichissima ferocia pagana. Nel cappuccio sono infatti depositate tutte le pratiche più lugubri, precristiane e anticristiane». Concludendo: «Nel momento in cui in tutto il mondo occidentale si discute dell'opportunità di proibire i veli, lo chador, il burqa, insomma i simboli dell'oppressione islamista contro le donne, come fa la Chiesa a incappucciarsi e a farsi latitante?».
Dilaniato da questo punto interrogativo sono stato tentato di rispondere subito, come accade quando offendono la persona che più ami. Alla fine ho ceduto a un compromesso interiore: «Andiamo alla prima processione, nella notte tra giovedì e venerdì, poi rileggiamo l'articolo di Merlo e infine abbozziamo una risposta».
Così eccomi qui. Sono le otto di mattina di Venerdì Santo e sono reduce dalla prima processione degli incappucciati neri della mia arciconfraternita, denominata della Morte e Orazione. Stanotte eravamo circa mille, compresi i due cori del “Calvario” e del “Miserere”. Siamo usciti col buio, alle due e mezzo, e siamo rientrati che era giorno pieno, intorno alle sei e mezzo: quattro ore di cammino per le strade e le chiese del paese accompagnando l'Addolorata in cerca del Figlio. La prima osservazione è banale: a differenza della quotidianità del burqa, il cappuccio si indossa una sola volta all'anno. Ed è per questo che considero il Venerdì Santo come il mio vero Capodanno, punto di svolta tra un periodo e l'altro, un tempo senza tempo scandito dagli stessi gesti e dagli stessi passi fatti da mio nonno e da mio padre. Detto questo, quando sono andato in chiesa per la preparazione della processione, ricordandomi del mio lavoro di giornalista, ho cercato un riscontro alle parole di Merlo sulla «palestra del rancore popolare».
Così ho scrutato il volto di Cristoforo, ingegnere della Telecom che vive a Roma come me e come me è tornato a Piano di Sorrento per la processione, insieme con la moglie e i due figli. Poi il volto di Giosuè, marito, padre e nonno, che a settant'anni suonati fa il primo cerimoniere e conduce il corteo per tutti i dieci chilometri del percorso; quello di Gianfranco, il priore dell'Arciconfraternita, uomo pio e devoto che a tutti i confratelli fa una sola raccomandazione: «Siate umili»; quelli di Antonino e Mariano, due ragazzi che quest'anno sono venuti per la prima volta senza il loro papà, morto a cinquant'anni per un infarto; e quelli ancora di Michele, Francesco e Franco, i miei amici più cari, rispettivamente un imprenditore del caffè, un benzinaio e un direttore di macchina della più grossa compagnia di navigazione dell'Italia, che all'organizzazione della processione sacrificano mesi e mesi del loro tempo libero.
Lungo la strada, infine, da sotto il cappuccio, mi sono commosso scorgendo una vecchina sopravvissuta al figlio morto in mare che si inginocchiava e piangeva al passaggio della statua della Madonna.
Potrei continuare all’infinito e raccontare tutte le facce e le storie di chi stanotte era con me, ma il senso è chiaro: la mia processione è stato un concentrato di antichissima ferocia pagana apparentato con l’integralismo sciita? Oppure era la ripetizione di un rito vecchio di cinque secoli che appartiene solo alla mia coscienza di cattolico e alle mie radici familiari, in cui il camminare non è altro che un pellegrinaggio verso qualcuno e qualcosa e il cappuccio è un segno di uguaglianza che nasconde le differenze di ceto sociale? No, i cappucci non c’entrano nulla con la Cei o con certe posizioni della Chiesa di oggi, che tormentano anche me, cattolico favorevole ai Dico.
E a proposito di vescovi. Anni fa con il mio padre spirituale Arturo Aiello, oggi vescovo di Teano e Calvi, nel Casertano, scrissi un libretto sulle processioni. Proprio sul cappuccio, Arturo fece una riflessione che anche stanotte mi ha tenuto compagnia: «Tu hai paura di non essere riconosciuto! È proprio qui il problema: “Con il cappuccio abbassato nessuno mi riconoscerà. Passerò accanto a casa mia e i condomini non mi vedranno, non mi riconoscerà mio padre che mi segue ormai solo dalla finestra, non mi vedrà la mia ragazza, mia moglie non potrà indicarmi sottovoce ai bambini”. Hai ragione ma mi chiedo se tutto questo non sia un bene. Nei giorni della Passione e Morte di Gesù tu sei chiamato a fare, sia pure solo per poche ore, un assaggio di morte. Le feritoie sul cappuccio saranno come i cancelli del cimitero da cui guarderai allontanarsi il mondo come dall’ultimo carrozza di un treno entrato in galleria».
Lo so, caro direttore, sono parole tremende. Ma è per spiegarti i motivi per cui, quando sarà, sulla mia bara non vorrò né fiori né la sciarpa del Napoli: solo il mio cappuccio di cerimoniere dell’Arciconfraternita della Morte e Orazione di Piano di Sorrento. Buona Pasqua a tutti, compreso Merlo.




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In seguito a molte richieste inserisco anche l'articolo di Francesco Merlo, pubblicato su "La Repubblica" di giovedì 5 aprile 2007, in riferimento all'articolo precedente...

NASCONDERSI in latino si dice lateo, quindi latitare, quindi latitante. Adesso che Corleone non ha più i grandi latitanti di mafia, adesso che Riina e Provenzano non possono più nascondersi nelle botole, sottoterra e nelle campagne attorno al paese, dove vivevano protetti da fucili e crocefissi, da bombe a mano e da altarini alla Madonna, adesso è a tutti i devoti di Corleone che viene concesso di rimettersi il cappuccio, di nascondersi, di latitare.

Per Corleone, liberata dalla mafia, il cappuccio diventa dunque una libertà, un diritto restaurato. In questo senso ha fatto bene il questore di Palermo ad autorizzare la latitanza, a restituire il burqa maschile del venerdì santo dopo quaranta anni di illuminismo coatto.

E però secondo noi è la Chiesa che non avrebbe dovuto chiederlo. La Chiesa, così attenta ai segni e ai significati, avrebbe dovuto approfittare di questi quaranta anni di processioni a viso aperto per liberarsi di un arcaismo devozionale che celebra l'inquisizione e i simboli penitenziali della sua storia peggiore: la controriforma e l'autodafè, le violenze contro gli eretici e le torture, ma anche l'impunità degli assassini, quelli con i mitra sotto il mantello raccontati nel Padrino di Marlon Brando. Il cappuccio è il berretto calato sul viso dei mafiosi pronti all'agguato, "picciotti amuninni"; è il passamontagna dei guerriglieri del subcomandante Marcos, è molto più aggressivo delle barbe, ben più spavaldo e arrogante degli stessi simboli militari.

Perché la Chiesa sente il bisogno di restaurare questa pratica? Non c'è nulla di più pagano dei cappucci che, come notarono Leonardo Sciascia e Ferdinando Scianna in quel famoso libro del 1965 (Le feste religiose in Sicilia) hanno carattere espiatorio e dunque tolgono religiosità alla religione, danno alla rappresentazione un carattere strano, eliminano qualsiasi traccia di allegria, non solo dalla processione, ma dallo stesso Dio, reso cupo come gli umori dei preti inquisitori, controriformatori e in malafede, di cui la Chiesa giustamente si è vergognata e ancora si vergogna, al punto da avere chiesto scusa a tutti i martiri, alle vittime dei "cani del Signore".

E' intoltre difficile immaginare una richiesta più intempestiva di questa. Nel momento in cui in tutto il mondo occidentale si discute dell'opportunità di proibire i veli, lo chador, il burqa, insomma i simboli dell'oppressione islamista contro le donne, come fa la Chiesa a incappucciarsi e a farsi latitante?

E' vero che sono feste popolari molto sentite, esplosioni collettive dell'anima antica e oscura per un tema liturgico, quello della Passione, che è fatto di infamie: il tradimento (Giuda), l'assassinio (Cristo), lo strazio della Madre Addolorata (la Madonna). Ed è vero che non esiste nulla di così affollato come le feste religiose della Sicilia spagnola. Si capisce insomma che la Chiesa, in crisi di vocazioni e di consenso, cerchi la folla. Ma le processioni degli incappucciati non sono i raduni di piazza dei Papa boys, dei ragazzi di Giovanni Paolo II che cantavano e ballavano, ma sono il loro contrario: sono le palestre del rancore popolare, un concentrato di antichissima ferocia pagana. Nel cappuccio sono infatti depositate tutte le pratiche più lugubri, prescristiane e anticristiane. E ci sono anche le astuzie del peccato, il nascondimento che permette di consumare l'adulterio narrato da Verga, il masochismo dei flaggellanti, tutto un armamentario devozionale che è apparentato con le processioni sciite, con il peggio del fondamentalismo e del fanatismo di massa dell'Iran.

Evidentemente davvero la Chiesa pensa che restaurando tutte le vecchie pratiche, dal latino al diavolo, dalle fiamme dell'inferno al cilicio, dal cappuccio alla scomunica, ritorneranno anche i vecchi trionfi: la santità, le vocazioni, il consenso. Ma è un'idea meccanica che non ha nulla di civile. Non è certo così che il cattolicesimo può riconquistare la modernità, con l'armeria spirituale della più cieche rabbie collettive.

Per lo Stato rimettere il cappuccio ai devoti di Corleone è sì la fine di una discriminazione ai danni della religiosità di quel paese, ma è anche un atto di arroganza contro i cappucci di altre religioni. Per la Chiesa è un'altra confessione di debolezza. E' ancora una prova della grandissima fragilità di un Vaticano che più si incappuccia e più si imprigiona, più si nasconde e più si rivela.
Ultimo aggiornamento ( Friday 13 April 2007 )
 
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