La Parrocchia
Mons. Arturo Aiello
QUANDO L'OMELIA E' UN'OPERA D'ARTE Latest ACG News
| QUANDO L'OMELIA E' UN'OPERA D'ARTE |
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| Scritto da Teresita | |||||
| Monday 12 May 2008 | |||||
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Catechesi mistagogica
QUANDO l'OMELIA è un'OPERA d'ARTE a cura di † ARTURO AIELLO Vescovo di Teano - Calvi Il Vescovo con cui mi ero complimentato per l'ultimo articolo sull'Emanuele ("Sa, Eccellenza, ho letto il suo articolo "Parole e lacrime"...: sarebbe bello se fosse vissuta sempre così la Liturgia della Parola!"), mi ha preso in disparte e mi ha detto: "Il prossimo lo scrivi tu e sarà sull'Omelia. Mi raccomando: non essere polemico come è tuo solito!". "Ma, Eccellenza, io sono un laico e non ho mai fatto un'omelia!". "Appunto, non ne hai mai fatte, ma ne hai ascoltate migliaia! È tempo che voi laici vi decidiate a consegnare ai preti una pagella con il voto dato alla predica domenicale altrimenti è inutile continuare a lamentarsi!". Pensavo che scherzasse, ma quando ha tirato fuori dal borsello un foglietto con l'indirizzo e-mail del Padre Luca Zanchi ho capito che faceva sul serio. Era già andato via quando mi sono riavuto dalla sorpresa e mi sono venute mille obiezioni alla mente. Troppo tardi. Almeno ci provo. Vi siete mai chiesti voi, diaconi, presbiteri e vescovi, cosa pensino delle vostre omelie i laici che certamente si salveranno per essersi sorbiti centinaia, migliaia di prediche senza poter obiettare, con lo stesso sorriso di Socrate che sorseggiava estasiato la cicuta? Qualche volta vi ho guardati in Cattedrale mentre predicava il Vescovo o in qualche rara occasione in cui anche voi, professionisti dell'omelia, siete dall'altra parte, nel ruolo di ascoltatori..., non mi avete entusiasmato. Anche i vostri occhi vagavano per capitelli e tele del soffitto, anche i muscoli del vostro volto non esprimevano estasi o interesse, anche sulle vostre bocche di tanto in tanto sfioriva uno sbadiglio cui seguiva il gesto nervoso di chi guarda l'orologio. Insomma anche voi, quando da protagonisti diventate fruitori di omelie, esprimete un disagio, fate fatica a mantenere l'attenzione, e, se seguite, è solo per ammiccare a un confratello che si è appisolato o per commentare sarcastici con il vicino di stallo. Vogliamo cancellare dal rito della Messa l'omelia? Mi spiace per noi e per voi, ma credo sia impossibile. Già nel brano di Neemia 8, su cui il mio Vescovo ha improntato l'articolo dello scorso numero, è scritto che "Essi leggevano nel libro della legge di Dio a brani distinti e con spiegazioni del senso e così facevano comprendere la lettura". Questo significa che la lingua del testo sacro non era più la lingua parlata dagli esuli tornati a Gerusalemme e i leviti si prodigavano non solo nel tradurla in senso tecnico (traduzione simultanea), ma anche in senso ampio cioè calando la Parola nella situazione che il popolo stava vivendo. Mi sembra, cari presbiteri e diaconi, (avrei inserito volentieri anche "vescovi", ma temo qualche rappresaglia da parte del mio: sono anche insegnante di religione!) che questa debba essere la prima caratteristica di una omelia: aderenza alla Parola di cui deve essere spiegazione e attualizzazione. Non una predica avulsa dal dialogo che si sta realizzando nella Messa tra Dio e il suo popolo nella Liturgia della Parola, come a volte ci tocca sentire, come se dopo "Parola del Signore. Lode a te o Cristo" si aprisse una parentesi "ad libitum" dove ciascuno può inserire quello che vuole: l'ultimo libro che ha letto, i commenti alla trasmissione "Porta a porta", i pettegolezzi che girano in paese, i miracoli di Sant'Eustachio o le magliette mozzafiato di adolescenti mamme e figlie ("mozzafiato" non per chi le guardi ma per chi debba stare in apnea per indossarle senza sgranare cuciture e far saltare bottoni e asole!). ci sono omelie che neppure lontanamente (voli pindarici) hanno a che vedere con le Letture proclamate e seguono la moda del momento o l'umore del Celebrante (ricordate che è la Parola a colorare il nostro umore e non l'opposto!), come, d'altro canto, ci sono omelie che somigliano più a lezioni di esegesi che a impasti di Parola e vita e il Celebrante tra termini in ebraico e verbi aoristi, tra aramaico e greco, tra Javhista ed Elhoista, tra "Vulgata" e "Traduzione dei 70", confonde talmente il vocabolario delle signore del primo banco che, per tornare al ragù e alla vita quotidiana, debbono prima passare a "lavare i panni in Arno" e magari in farmacia per una "moment". Ecco, vorrei dire al mio parroco, un'omelia non è una qualsiasi esternazione improvvisata su uno sgabello nel dolce verde di Hide Park, dove tutti possono cimentarsi oratori, ma neppure una dissertazione di Licenza o Dottorato nell'aula magna del pontificio Istituto Biblico di Roma. "Omelia", caro il mio Don, viene dal greco (tu lo sai bene!) e significa "discorso familiare", "parole dette sottovoce", "comunicazione tra le mura domestiche". Non ha nulla a che vedere con i comizi o con le arringhe in Piazza Venezia, eppure, a volte, alzi la voce come fossi a Montecitorio e tuoni dall'Ambone come all'Assemblea dell'ONU o come un oratore nel Senato romano mentre Cartagine brucia. L'omelia è un discorso piano, sottovoce, ma neppure "mellifluo", come quei predicatori che cambiano voce nel corso della celebrazione e diventano suadenti, flessuosi, accattivanti come venditori televisivi, pronti a carpire la buonafede di massaie credulone. Se è il discorso che un padre fa ai figli esortandoli a perseverare, evita di chiudere gli occhi nello sforzo di concentrarti, perché l'attenzione è tenuta desta anche dallo sguardo e se io, nel parlare ai miei tre figli, pur nella intenzione di mantenere limpido e lineare il pensiero, chiudessi gli occhi, ne sono certo, all'atto di riaprirli per verificare la loro adesione, mi troverei solo, senza ascoltatori. Lo so, caro il mio Don, che predicare oggi è difficile e non vorrei essere nei tuoi panni la domenica quando l'assemblea siede e tu resti in piedi alla Sede o all'Ambone senza quell'attenzione che Gesù registrò per sé nella Sinagoga di Nazaret: "Gli occhi di tutti erano fissi sopra di lui". Tu l'attenzione te la devi conquistare per quell'omelia che lentamente è andata crescendo in te, durante la settimana, come un bimbo nel grembo di sua madre, e che ora nasce per te e per noi. Non senza dolore. Durante la settimana hai combattuto con sinossi e commentari, con meditazioni e letture comparate, con i Padri antichi e con i documenti del Magistero, con la Parola e con le parole, "con la Bibbia e il giornale"..., ma ora nasce l'omelia, ora che guardi la tua gente con la stessa compassione con cui il Maestro guardava le folle "disperse e sfinite come pecore senza pastore". Bonhoeffer afferma in un corso di omiletica che "l'omelia non nasce sulla scrivania del Pastore, ma sul pulpito", a indicare che tutto quanto hai preparato è utile, ma non è ancora il prodotto finito, manca quella variante indipendente e rivoluzionaria che è l'azione dello Spirito Santo che soffia sulle ossa aride della tua preparazione culturale e spirituale e, a volte, ti cambia le carte in tavola all'ultimo istante, o nel corso dell'omelia, quando un bambino comincia a piangere o puntualmente suona un telefonino: "per chi suona la campana?". Ecco, l'omelia è un mistero e dista da ciò che hai raccolto con la pazienza di un'ape di fiore in fiore, come la prima ecografia o l'amniocentesi sono diverse dal bambino che vagisce all'atto del parto. Perdonami, perdonaci, perché mentre tu sei in travaglio noi ci assentiamo, ci distraiamo e, mentre tu stai partorendo, noi guardiamo nervosamente l'orologio invocando non la fine del tuo strazio, ma del nostro. Non sempre per la verità mi sembra di cogliere in tante omelie il progressivo e segreto lavorìo dell'ape che si industria per preparare miele buono nel segreto della sua arnia (l'immagine è riferita dai Padri al lavoro della "Lectio Divina"). Ad un orecchio attento e smaliziato spesso le parole suonano vuote, slegate, assegni scoperti che mancano del necessario deposito della preghiera e della meditazione, come concerti improvvisati senza il doveroso e nascosto esercizio alla tastiera con ore ed ore di scale ed esercizi noiosi ripetuti infinite volte. Per non parlare delle "omelie precotte"!... A questo punto il mio Vescovo arriccerà il naso come fa istintivamente quando in un incontro sente un termine nuovo o qualcuno manifesta un parere lontano dal suo universo culturale. Mi verrebbe da dirgli con il Giusti: "Che fa, il nesci, Eccellenza?". Mi toccherà spiegargli che i preti, come le brave massaie erudite dalla reclamistica televisiva, non si perdono in infiniti preparativi per un risotto allo zafferano o un minestrone "Quattro stagioni" ma qualche minuto prima "di andare in onda" tirano fuori dal congelatore un miscuglio gelatinoso e, con un giro in forno a microonde, sfornano davanti al marito il risotto fumante o il minestrone multicolore. Sembra identico alla "minestra maritata" cucinata dalla nonna con una giornata intera di preparativi..., "sembra", ma non è così, lo intuisce già il gusto, il resto lo dirà a lungo andare l'ulcera allo stomaco! Le "prediche precotte" sono quelle che si trovano non solo in riviste specialistiche come "Servizio della Parola" e "Temi di Predicazione", ma in quasi tutte le riviste a consumo di operatori pastorali (anche in questa che stai leggendo) e che qualche sprovveduto predicatore all'ultimo momento riscalda e serve ai fedeli come farina del suo sacco. Speriamo si tratti solo di qualche sprovveduto e non di una massa enorme così che la prossima domenica di Pentecoste ci si dovrà sorbire la stessa "omelia riscaldata" nella chiesa parrocchiale di Cervinia e a Canicattì, sotto le volte gotiche del Duomo di Milano e all'ombra secolare di un baobab di una Missione sacramentino in Senegal. Non sono contrario ai sussidi che si affiancano al lavoro certosino di un omileta, ma non possono sostituire la fatica del "labor limae" del singolo sacerdote che deve tener presente anche la situazione della comunità cui dovrà parlare, le tensioni e le gioie dei suoi ascoltatori, le vicende liete o tristi che tanti hanno vissuto e che debbono aprirsi a contatto con la Parola ad una nuova comprensione come per i viandanti di Emmaus. Le "omelie precotte" disamorano le comunità, sviliscono e tradiscono il Ministero della Parola, fotocopiano e appiattiscono i vissuti ecclesiali "Dalle Alpi alle Piramidi, dal Manzanarre al Reno". L'omelia deve inserirsi armonicamente nella celebrazione come parte di un tutto e quindi deve dialogare con quanto la precede e con ciò che segue. A volte il mio parroco si lascia prendere la mano e trascina l'omelia oltre la mezzora e poi accelera, come un treno in ritardo, nella proclamazione della Preghiera Eucaristica per rientrare in stazione (sacrestia) all'ora stabilita. È come un direttore d'orchestra che ha trasformato un "adagio" in "Lentissimo" e poi ricupera eseguendo un "Andante" in "Prestissimo": la sinfonia ne esce snaturata. Ci sono preti che pensano che l'omelia sia sinonimo di "Summa Teologica" e cercano di inserirvi il commento a tutti gli articoli di fede, come se fosse l'ultima occasione per convertire i presenti che escono di chiesa oltremodo innervositi. Altri strumentalizzano l'omelia "per dirne quattro" ai giovani senza valori, per rampognare Sindaco e Amministrazione Comunale presenti per la Festa Patronale ("Mi sentiranno!"?), per esprimere un parere sulla legge 117, sui sensi unici dati alla viabilità cittadina o per cantare i tempi andati quando tutti venivano a Messa e si recitava il Rosario accanto al focolare. Ci sono parroci che mentre stanno per atterrare (un'omelia, come un aereo, ha un decollo, un tempo di crociera e un atterraggio: sempre il momento più delicato!) si ricordano di aver dimenticato un concetto, un'idea... e ripuntano l'aereo verso il cielo strattonando i passeggeri che vengono presi da nausea di mal d'aria. L'ultima frase di un'omelia deve essere accuratamente studiata, limata, pregata perché quando l'atterraggio è dolce si perdona al pilota anche qualche vuoto d'aria sofferto in volo, e l'ultimo accordo di un concerto rimane a lungo nell'aria. Si imprime nell'anima. Già immagino i commenti a questo articolo, se mai sarà pubblicato: "Vorremmo vedere te all'opera!". "È facile giudicare quando si sta sugli spalti..., in campo è tutt'altra cosa!" diranno i preti. E hanno ragione. Non è facile. Forse noi laici dovremmo pregare di più per i nostri preti e fare il tifo per loro. Quando lo meritano dovremmo trovare parole di incoraggiamento e poter dire: "Parroco, oggi è stato fenomenale!". È arduo tessere una buona omelia, quasi come un'opera d'arte. Ma com'è una buona omelia? Ricordo d'aver sentito, a conclusione di un corso di omiletica, che a noi insegnanti di Religione non sarebbe mai servito, una definizione sintetica che mi è rimasta impressa. (Il mio Vescovo non l'avrebbe mai usata, ma a me, povero laico è consentito, così impara a passarmi le patate bollenti!), a conclusione di un corso semestrale in cui si erano passate a setaccio omelie dei Padri, testi di oratori dell'antichità classica, Catechesi mistagogiche e misteriche, San Giovanni Crisostomo ("Bocca d'oro") e Sant'Agostino, il Prof concluse così: "Alla fine una buona omelia deve essere come una gonna: né lunga, né corta. Aperta sul Mistero".
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| Ultimo aggiornamento ( Monday 12 May 2008 ) |
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