La Parrocchia
S.E.Mons. Arturo Aiello
XXV ANNIVERSARIO del SACERDOZIO di Don Pasqualino Del Vecchio, 14 Maggio 2008 Latest ACG News
| XXV ANNIVERSARIO del SACERDOZIO di Don Pasqualino Del Vecchio, 14 Maggio 2008 |
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| Scritto da Teresita | |
| Wednesday 21 May 2008 | |
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XXV Anniversario di Sacerdozio del Parroco Don Pasqualino Del Vecchio
CONCELEBRAZIONE EUCARISTICA presieduta da S. E. Mons. Arturo Aiello Vescovo di Teano - Calvi
Chiesa Madre - Pignataro Maggiore
14 Maggio 2008 Saluto Iniziale
Cari fratelli e sorelle, è sempre densa di stupore l'esperienza, il ricordo, la memoria della nostra chiamata, della nostra chiamata alla vita, della nostra chiamata alla fede, della nostra chiamata alla fede, della nostra chiamata ad un servizio specifico nella Chiesa, come presbiteri, come diaconi, come vescovi. Lo abbiamo cantato che come Lui nessuno ci ha mai chiamato. Il tono della Sua voce, le coincidenze di quel giorno, il tuffo del cuore, la palpitazione, la voglia di gettarsi in un'avventura. Queste ed altre sono le esperienze che caratterizzano un chiamato. Quest'oggi la comunità cristiana di Pignataro ma l'intera comunità diocesana dice grazie al Signore per la chiamata di Don Pasqualino al presbiterato, sono passati venticinque anni dal giorno della sua Ordinazione ed egli è ancora qui al servizio della Chiesa e rende grazie per questo quarto di secolo di fedeltà. Disponiamoci alla celebrazione dei Santi Misteri con sentimenti di riconoscenza, e quando ci poniamo dinanzi ai doni di Dio ci sentiamo sempre perdenti e tremendamente indegni, per questo chiediamo umilmente perdono. *** Omelia di Sua Eccellenza il Vescovo Eccellenza reverendissima, carissimo Don Pasqualino, carissimi sacerdoti della nostra Diocesi e provenienti da altre Diocesi, amici di Seminario, di cammino di Don Pasqualino, carissimi diaconi, e voi tutti, stiamo vivendo un momento importante. Forse avete pensato quando ho detto al cineoperatore, e glielo dico anche adesso, "siediti", "Questo forse sta con l'umore sbagliato", e invece no, sono contentissimo, ma ho a cuore che certi momenti siano importanti in se stessi, e questo lo vorrei dire - piccolo spot pubblicitario - anche per quelli fra voi che celebrano il matrimonio e pensano che sono più importanti le fotografie del momento del matrimonio, più importante, nel caso nostro, il ricordo, la videocassetta di quello che stiamo vivendo adesso, che ci distrae ovviamente, se tu vai in giro mettendo a fuoco le persone, queste si aggiusteranno, e va a farsi benedire l'attenzione, ma anche il Mistero, anche il mistero, cioè quello che stiamo vivendo, ed entro nel vivo della mia riflessione, che deve aiutarci a vivere bene questo momento, quello che stiamo vivendo è un momento di crescita, di grazia per le comunità parrocchiali di Pignataro, come dicevo, per l'intera nostra comunità diocesana, un appuntamento con il Signore che non dobbiamo lasciar sfuggire a causa della nostra superficialità. Il Signore ti incontra in questo momento, in quest'Eucaristia del 25mo del tuo parroco e ha qualcosa da dirti, apri il cuore. Oggi è la festa di S. Mattia, un apostolo poco conosciuto perché è il primo aggregato, dico il primo perché poi siamo stati aggregati in tanti in duemila anni di Cristianesimo e di vita della Chiesa, aggregato perché ha preso il posto di Giuda, come avete ascoltato nel racconto degli Atti, ma è importante capire come questo collegio apostolico è aperto e ci sono dei posti che si rendono vuoti, vacanti, che debbono essere occupati, per cui la prima domanda che mi viene da dirvi: Vi rendete conto di quanti posti vuoti ci siano in giro? Certamente in questo momento dite: Ma, Eccellenza, non c'entra manco una spilla nella nostra chiesa di Pignataro, il coro è traboccante di preti... Un momento, innanzi tutto andiamo a chiedergli la tessera d'identità e la provenienza, e vediamo chi è indigeno e chi è arrivato qui per far corona a Don Pasqualino, ma anche se tutti i sacerdoti qui presenti fossero della nostra Diocesi noi avremmo motivo per dire: ci sono molti posti vuoti. E allora una vocazione comincia così, è forse cominciata così, più o meno anche la storia di Don Pasqualino col Signore, nel vedere che c'era una necessità. Vedete, una vocazione ha due prologhi diversi, l'esperienza mi ha insegnato questo, una vocazione dall'alto, cioè una persona vive una esperienza forte, va ad un Ritiro, va ad Assisi, partecipa a un Campo scuola, a un Corso di Esercizi spirituali, viene folgorata una domenica qualsiasi da una Parola del vangelo, quella è una chiamata dall'alto. Bene, ma ci sono anche altre tipologie di chiamate che vengono definite dal basso, nel senso che la persona non comincia con una forte esperienza spirituale, un'esperienza mistica, una percezione del Dio che lo chiama, ma semplicemente vede che il suo parroco non ce la fa più, si rende conto che ci sono delle parrocchie sguarnite, avverte che l'esercito è claudicante. Ecco, anche questa è una strada di chiamata, cioè è una chiamata dal basso, nel senso, e badate che nell'una e nell'altra c'entra Dio, nel senso che vedo una necessità e mi chiedo: Ma io non potrei far nulla? non posso far nulla per questa necessità, per questo vuoto, per questa fame? Non so, se un bel giorno i panettieri di Pignataro smettessero d'impastare e di infornare pane, voi non avreste pane, e allora a qualcuno verrebbe in mente: Io ho un forno in campagna, forse posso mettermi a fare il pane. Ecco, è una vocazione di panettiere nata nella necessità. Nascono così anche alcune vocazioni al ministero presbiterale, a partire da un disagio, a partire da un vuoto. Il brano, che abbiamo ascoltato, ci ha parlato proprio di questo, si era creato un vuoto, c'era un posto vuoto, erano dodici, ne fece dodici, dice Marco al Cap. 3, e adesso erano undici - diceva la canzone a ballare l'alli galli, ve la ricordate? - ecco, noi magari fossimo undici a ballare l'alli galli!, siamo rimasti veramente in pochi. Bene, se prima eravamo dodici e adesso siamo undici, allora mi offro per ballare l'alli galli, e cioè per sostituire questa mancanza, per far fronte a questa emergenza. È la prima idea che voglio comunicarvi, più che una idea intellettuale, è una idea legata al vissuto della Chiesa dicendo che il ministero nasce da un bisogno. C'è bisogno di pane, c'è bisogno di perdono, c'è bisogno di guide di comunità, c'è bisogno di persone che si accostino alla vita dei giovani, giovani tra i giovani, e allora tutto questo bisogno e questa emergenza fa nascere delle vocazionalità. L'augurio più bello che io posso fare a Don Pasqualino, e gliel'ho fatto già abbondantemente nei mesi scorsi e nei giorni scorsi, è che questa celebrazione del suo 25mo produca, adesso il verbo è brutto, è poco teologico, sia l'occasione perché alcuni giovani della sua comunità di Pignataro dicano: Ma forse essere prete è bello! - questo vi sembrerà uno spot pubblicitario, prendetela come volete, - è bello! Una vocazione può nascere anche così. Forse Don Pasqualino nella sua infanzia, nella sua prima adolescenza ha avuto questa percezione: che la vita del prete non fosse una vita banale, una vita fotocopiata, badate che di vite fotocopiate è pieno il mondo, anche la nostra Diocesi, vite che imitano altre vite in una rotativa all'insegna della ripetizione, e si sarà detto: "Ma il mio parroco, ma questo sacerdote che conosco vedo che ha grinta, vedo che gli fiorisce il sorriso sulle labbra, sembra solo, ma in realtà ha una famiglia enorme, è attorniato da tante generazioni, riesce a incidere..., allora è bello! Vorrei chiedere ai miei preti, perché questo è anche un momento da parte nostra di rifarci un po' di lifting spirituale, vorrei chiedere ai miei preti di manifestare questa bellezza dell'esser prete, e allora non ci sarà bisogno di nessuna pastorale vocazionale specifica, perché la pastorale vocazionale è la vita del prete. Punto. E potrei chiudere qui, e voi sareste più contenti che vi ho assolti, vi ho fatto uno sconto di venti minuti di omelia. Allora una vocazione nasce da un bisogno, una vocazione nasce dall'attrazione, un'attrazione fatale, un pensiero dominante che non ti fa dormire, un'inquietudine. Le cose le hai ma non ti bastano. Credo che tanti giovani vivono questo disagio. Oggi i nostri giovani hanno tutto ma gli manca il tutto, hanno tanto e sono poverissimi, tant'è che si perdono nelle derive delle tossicodipendenze e di altre dipendenze non meno tragiche e traumatiche. È bello essere prete. Il vostro Vescovo ve lo dice con calore, con grinta, con forza, e dicendo questo spero e credo di esprimere i sentimenti di Don Pasqualino, che deve dire, facendo i conti di questi venticinque anni, pur con tutti gli errori che tutti facciamo, - non si cammina impunemente in questo mondo, dice l'autore dell'Imitazione di Cristo - deve dire: "Io, la mia giovinezza, la mia maturità, questi venticinque anni non avrei potuti viverli in una maniera così avventurosa in un altro stato di vita, in un'altra modalità". E quindi la gioia che prende un prete nel giorno del giubileo della sua Ordinazione, il 25mo, e speriamo che Don Pasqualino celebri anche il 50mo tra venticinque anni, perché ci sarà, non certamente io, possa dire: "Ma che cosa ho dato, cosa ho fatto perché la mia vita potesse essere così bella, così piena?". Gesù ha detto: "Perché la vostra gioia sia piena", non una gioia qualsiasi, non una gioia passeggera, una gioia che ti riempie, e ti riempie a tal punto che trasborda, e la vita dei preti deve trasbordare. "Il mio calice trabocca", dice il Salmista, a indicare una pienezza che poi trabocca, tracima nella vita delle famiglie, dei giovani, dei ragazzi, dei bambini, degli anziani, dei moribondi, degli ammalati. Partecipate di questa pienezza che dal cuore del vostro prete, dei vostri preti tracima e vi raggiunge. Sentite così, cari confratelli, la vostra vita presbiterale?, e voi laici ci sentite così? ci avvertite così? sentite che la nostra vita narra questo amore, questo incontro, come abbiamo cantato all'inizio: "Era un giorno come tanti altri e quel giorno Lui mi chiamò", e quel giorno è diventato il centro della mia vita? Siamo qui anche noi preti per dire "forse devo cambiare look" e voi laici per pregare per noi e per far nascere nelle vostre famiglie queste vocazionalità. Com'è possibile rimanere nello stato presbiterale tanti anni? Perché i giovani oggi sono fragili, sono labili, e come li vediamo arrendersi nella vita matrimoniale, così possiamo purtroppo qualche volta vederli arretrare in quella presbiterale. Gesù nel vangelo ci ha dato la formula, il segreto per perseverare, perché è facile per voi dire sì il giorno del matrimonio con i fotografi, con gli applausi, con gli abiti eleganti, e per noi è facile dire sì il giorno dell'Ordinazione con applausi, ovazioni di popolo, ma è difficile poi la ferialità, è difficile la tenuta. Chi resisterà? Come hai fatto Don Pasqualino a resistere venticinque anni? Ho detto all'inizio un quarto di secolo perché, detto così, sembra più pesante, sembra più lungo. Gesù ci ha dato la risposta quando ci ha detto "rimanete nel mio amore". Nella misura in cui noi preti, - anche il Vescovo è un prete, non l'ha dimenticato - in cui noi preti teniamo lo sguardo rivolto a Gesù, tutto è facile, anche l'eroismo, tutto è leggero, tutto sembra costar poco, anche quello che agli occhi della gente, degli osservatori senza fede viene visto come pesante, orribile, tremendo. Quando restiamo occhi negli occhi di Gesù, quando il nostro cuore è nel Suo, - "rimanete nel mio amore" significa cuore nel cuore - allora è possibile anche la fedeltà del prete che vive da solo non da single, badate, da solo, - il single è un'altra categoria nata all'insegna dell'egoismo - anche per il prete che tira il carro di una comunità, che non sempre trova rispondenza, anzi qualche volta avversione e persecuzione nella sua gente. "Rimanete nel mio amore". Se rimani nell'amore di Gesù, Pasqualino, tu potrai camminare ancora per anni e anni, attraversare deserti e scalare montagne, ma se tu smetti di restare nel Suo cuore, nel Suo amore, basterà un istante per far crollare tutto l'edificio. E quello che dico di te lo dico di me e lo dico di ogni confratello qui presente. E allora siamo qui a celebrare l'Eucaristia, cuore della vita della Chiesa, per immergerci, per tuffarci nuovamente in questo mistero dell'amore di Dio che riempie, che soddisfa, che riempie i calici dei nostri sensi facendoci avvertire leggero anche il digiuno di una donna, di una moglie, dei figli. "Riempie - l'immagine dei calici riempiti è di Padre Turoldo - riempie a tal punto da far regnare il silenzio, da far scomparire ogni altra esigenza pur legittimamente umana". E poi Pasqualino, lo dico per te ma lo dico anche per noi, Gesù ha detto: "Non c'è amore più grande di questo, dare la vita per i propri amici". E questo lo dico innanzi tutto a voi laici. I vostri preti danno la vita, ma metterei anche l'interrogativo, i vostri preti danno la vita? Vedo molte teste che dicono sì per fare il tifo, - bravi! - danno la vita? Perché il Vescovo pone anche l'interrogativo? Perché noi siamo chiamati a darla la vita, ma poi c'entra anche la nostra libertà, poi a un certo punto subentrano tante cose, tante stanchezze, è umano, è comprensibile in qualche maniera, e Gesù alza la misura e dice: "Non c'è amore più grande di questo". Ci sono tanti amori, tante modalità e possibilità d'amarsi, ma ce n'è una che è all'apice, ovviamente Gesù parla di sé, e noi non potremo applicare a noi questa Parola se prima non l'avessimo vista realizzata in Lui, è Lui che ha dato la vita per noi, ce lo attesta il Crocifisso che campeggia al centro di questo presbiterio, è Lui che ha dato la vita pienamente, liberamente, senza sconti. Ebbene, cari fedeli, i vostri preti danno la vita per voi, il tempo, le energie, l'affettività, l'intelligenza, la creatività, la pazienza, il perdono, non c'è aspetto della vita del prete di cui il prete possa dire: "questo è mio e solo mio", perché tutto quello che era nostro è diventato di Cristo e ipso facto è diventato della Chiesa, perché Gesù e la Chiesa si immedesimano, e se hai offerto al Capo non puoi non renderti disponibile al corpo, al Suo Corpo, che è la Chiesa. Siamo continuamente impegnati a dare la vita, a ridarci, a rigiocarci, e a volte le tentazioni di giocare, magari d'anticipo, sono semplicemente a difesa, possono nuocere al nostro presbiterato, al nostro ministero. Il prete è sempre all'attacco, è un centravanti, non è un difensore, o non è solo un difensore, nel senso che quello che ha, soprattutto quello che è, continuamente lo rilancia e lo rigioca ogni giorno, ogni mattina. Allora, caro Don Pasqualino, la celebrazione del tuo venticinquesimo viene a riproporti questa misura alta, devi dare la vita senza sconti, senza nascondere nulla di te, senza mettere da parte nulla che non sia di queste comunità parrocchiali che sei chiamato a servire e dell'intera comunità diocesana. E voi pregate perché noi preti siamo a quest'altezza, anche per provocarvi nelle vostre fedeltà e nei vostri amori, che battono la stanchezza, e vorreste trovare un prete infedele perché vi fa comodo, invece un prete fedele vi stimola. Se il mio parroco riesce a mantenere la sua fedeltà, perché non debbo riuscirci anch'io? "Si iste et iste cur non ego" ha attraversato la vita di tanti santi, e deve attraversare anche la vita dei laici, che guardano i preti e li vedono impegnati fino allo spasimo, e debbono da quell'impegno, da quella fedeltà essere provocati a fare altrettanto.
Chiudo - per vostra fortuna - con un'ultima annotazione, che dovrebbe darti, Pasqualino, tanta gioia in questa celebrazione, perché Gesù dice: "Sono venuto perché abbiate la vita, l'abbiate in abbondanza, portiate molto frutto - attenti! - e il vostro frutto rimanga", rimanga, perché si può portare frutto in tanti modi nella vita. Voi che siete sposati portate frutto nell'amore reciproco, nei figli, nella famiglia, nella professione; anche noi siamo chiamati a portare frutto, - non vi offendete - ma il nostro frutto rimane, perché tu insegnante dai molto ai tuoi alunni e ti sforzi e studi e ti aggiorni, e cerchi di incontrarli in quel combattimento che è un'ora di lezione a scuola, ma il tuo insegnamento passerà; tu medico svolgi una grande missione alleviando le sofferenze delle persone, ma quel corpo, che tu stai curando, un giorno morirà. E potrei continuare facendo l'esame di tante professioni, che pure si ritrovano nella nostra perché anche noi siamo insegnanti, anche noi siamo medici, anche noi siamo consiglieri e psicologi, ma la materia, per così dire, che abbiamo tra le mani, è una materia eterna; anche se dire "materia eterna" è mettere un aggettivo che contraddice il sostantivo, una materia eterna. Una volta si sarebbe detto le anime, ma tiriamola fuori questa parola di nuovo, le anime, le anime. Una volta si diceva ai parroci: Quante anime conta la tua parrocchia? Adesso non si dice più perché è fuori moda; si dice quante persone, giustamente, ma queste persone sono rese tali, cioè persone, dal fatto che hanno un'anima, ed è sull'anima che il tuo prete lascia una traccia, incide una croce, alla tua anima dà una svolta, attraverso i sacramenti dà - non vi sembri eccessivo - dà una forma. Per questo i nostri frutti rimangono, perché Pasqualino nell'eternità, per tutta l'eternità tante persone, non solo quelle di Pignataro, anche quelle di Casamostra, di Teano, di Mignano, se ricordo tutte le tue traversie pastorali attraverso cui poi sei approdato a Pignataro, tutte le persone che hai incontrato e che hai assolto, per le quali hai svolto il ruolo di maestro, di padre, che hai battezzato, ecc., tutte quelle persone per tutta l'eternità ti diranno grazie, grazie, grazie, perché il frutto della vita di un prete, il frutto del ministero del prete è per sempre, più del diamante, - direi agli orefici, che dicono "il diamante è per sempre" - più del diamante. Allora uniamoci al coro di ringraziamento, al canto del Magnificat di Don Pasqualino, chiediamo tutti questa grazia di essere fedeli, ciascuno nella sua vocazione, chiediamo questa grinta nel dare tutto quello che abbiamo, chiediamo per i nostri preti la grazia della fedeltà e abbiamo la certezza, noi preti, che ciò che stiamo facendo, anche se ci costa, e vorrei consolare un prete, spero, vorrei che non fosse così, ma magari un prete tra questi sarà scoraggiato e sarà venuto a questo 25mo dicendo: "Sono stanco, non ce la faccio più". Coraggio, perché qui è in ballo una cosa grande, la salvezza delle persone, e quello che tu stai facendo è un frutto che rimarrà per l'eternità. Grazie, Don Pasqualino, e grazie a voi sacerdoti, che date la vita continuamente. L'eroe non è colui che assoggetta gli altri a sé, che sacrifica gli altri. Penso agli eroi della Storia che hanno creato stragi, hanno posto il loro trono su cimiteri immensi di vittime, provocate dal loro regime. Il prete è un eroe non secondo il mondo, non è uno che lega, che assoggetta a sé gli altri, ma è uno che si assoggetta agli altri, è un eroe che, come Gesù, dice: "Non c'è amore più grande di questo, dare la vita". Amen. *** Il testo, frutto di registrazione, non è stato rivisto dall'autore. |
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| Ultimo aggiornamento ( Sunday 25 May 2008 ) |
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