La Parrocchia
S.E.Mons. Arturo Aiello
I CARE, Conferenza su Don Lorenzo Milani - Comunità Francescana dei Frati Minori Latest ACG News
| I CARE, Conferenza su Don Lorenzo Milani - Comunità Francescana dei Frati Minori |
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| Scritto da Teresita | |
| Wednesday 21 May 2008 | |
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COMUNITÀ FRANCESCANA dei FRATI MINORI di Marcianise
CONFERENZA di S. E. MONS. ARTURO AIELLO VESCOVO DI TEANO - CALVI su DON LORENZO MILANI I CARE (mi sta a cuore)
Dunque io sono colpevole di mio solo di mezzora, dell'altra mezzora è colpevole il Guardiano che vi ha convocati prima, l'appuntamento per me era alle 19,00, quindi chiedo venia per la mia mezzora, provengo dai Lattani per una celebrazione. Dunque, spero di farmi perdonare col donarvi questa sera l'interesse e, chissà, magari la passione per un personaggio che appartiene alla Storia italiana e, per quello ovviamente che ci riguarda di più, alla Storia della Chiesa in Italia. Si chiama Don Lorenzo Milani. Ho pensato di camminare a metà strada tra fare una relazione, anche se il termine è pretenzioso, d'alto bordo per esperti o scegliere una via più, diciamo, terra terra; adesso guardandovi, ovviamente chi parla deve guardare l'uditorio, allora guardandovi presumo che questo sia il primo approccio a questo signore, a questo personaggio, per cui non penalizziamo nessuno e diamo un itinerario il più semplice possibile, ma spero efficace, potrebbe essere un invito alla lettura. Quarantuno anni fa, proprio nel mese di maggio, se ricordo bene, è morto Don Lorenzo Milani, parroco di una insignificante parrocchietta in montagna alle pendici del Monte Giovi nella Diocesi di Firenze. Questa celebrazione esequiale si svolse nella maniera più semplice, senza autorità, né ecclesiastiche, né politiche. Il fatto che questa sera a parlare di Don Milani sia un vescovo può essere anche una - come dire? - sorta di riconciliazione e di mea culpa che probabilmente anche la Chiesa deve fare nei confronti di questo personaggio poliedrico, spinoso, certamente non facile (vedo dai segni del capo che già conoscete) che senz'altro ha svolto un ruolo dirompente nella società e nella cultura italiana ma anche nella Chiesa italiana. Don Lorenzo Milani ha vissuto solo 44 anni, quindi una vita brevissima ma intensa come tutti i grandi. Ci chiediamo: Se avesse vissuto di più, visto che ha fatto tanto nel poco tempo che ha avuto a disposizione, chi sa cosa di grande avrebbe tirato fuori. E allora guardate sul display della vostra mente questi 44 anni e divideteli così: 20 anni, poi 4 anni, 20-24, poi 34-44. È il modo più semplice per approcciare questa persona. I primi 20 anni sono gli anni della formazione umana ma anche della lontananza dalla vita di fede di Lorenzo Milani, che si è convertito più o meno a venti anni. Quindi, fino a venti anni che cosa ha fatto quest'uomo? Ha vissuto come il giovane rampollo di una delle famiglie più prestigiose e più ricche di Firenze. Immaginate che al tempo in cui Don Milani era ragazzo c'erano in tutta Firenze una cinquantina di auto, due appartenevano alla famiglia di Don Lorenzo Milani. Questo per dire che non era uno di famiglia semplice, vive in una famiglia ricca con molti mezzi, una famiglia anche lontana dalla fede, tutto quello che un giovane all'epoca poteva avere, Lorenzo Milani lo ha avuto nella sua prima giovinezza. A vent'anni s'imbatte in un sacerdote che, come in tutte le città e in tutti i paesi, raccoglieva dei giovani e costituiva una sorta di stimolo per i giovani che andavano da lui. Forse attraverso un amico sarà andato a colloquio da questo Don Benzi, - è bellissimo questo episodio - un giorno il giovane Lorenzo che si sta avvicinando alla fede ha un appuntamento con questo Don Benzi. Va all'appuntamento ma il sacerdote gli dice: "Mi dispiace, non posso ascoltarti stavolta perché debbo andare al capezzale di un giovane prete, un mio figlio, un giovane prete moribondo". Mentre vanno discutono, arrivano a casa, questo sacerdote è morto. Ecco questo istante in cui il giovane Lorenzo impatta la vita della Chiesa in un momento fallimentare, perché la morte di un prete, la morte di un uomo è un fallimento, la morte di un prete è un fallimento, la morte di un giovane prete è un ulteriore fallimento, in quel momento Lorenzo dice: "Io prenderò il suo posto". Vi ho riportato questo episodio, ve ne potrei raccontare centinaia, perché credo che sia risolutivo e anche illuminante per capire il carattere di questo giovane avviato alla pittura, non alunno esemplare, come succede sempre quando, noi diciamo a Napoli, la mangiatoia è bassa, quindi non bisogna fare un grande sforzo, alzare il collo per arrivare al fieno, ma è bello che chi viene da una cultura alto borghese, da una famiglia alto borghese, davanti al corpo, al cadavere di un giovane prete decida di diventare prete, "prenderò il suo posto", per cui il passaggio alla fede - questo è vero per tanti grandi - ha coinciso con il passaggio alla vita consacrata. Adesso non mi fraintendete, in che senso ha coinciso, le due cose coincidono? Nel senso che chi da lontano si avvicina alla fede desidera della fede la forma più alta, la forma estrema, la forma radicale, per cui questo ragazzo, anche fidanzato, - un giorno Don Lorenzo ha incontrato dopo tanti anni anche quella che sarebbe stata sua moglie in qualche maniera se la sua vita non avesse avuto un altro esito, ed è bellissimo anche questo incontro con il suo passato - quindi un ragazzo fidanzato, un ragazzo che ha tutto, che decide di entrare in Seminario. Potete immaginare il disappunto o per lo meno la perplessità di questi due genitori, anch'essi lontani dalla vita della fede, che vedono questo ragazzo così strano prendere una decisione già di per sé problematica, avvicinarsi alla fede cattolica, ma ancor più problematica quando a questo avvicinamento si accosta anche la decisione d'entrare in Seminario. Questi sono i primi vent'anni. Ci siete fin qui? vi siete addormentati? Benissimo, allora andiamo per i quattro anni, velocissimi, che sono i quattro anni di Seminario di Don Lorenzo Milani. Ho alcuni mesi fa avuto la gioia di incontrare il cardinale Piovanelli, arcivescovo emerito di Firenze, che è stato ordinato lo stesso giorno di Don Milani e quindi nella stessa celebrazione dal cardinale Della Costa. Gli ho chiesto: "Eminenza, ma lei che ricorda di questo suo compagno?". E come Piovanelli ha detto più volte, anche in interviste: "La sua radicalità, era un uomo, un giovane tutto d'un pezzo e già ai nostri tempi...", quindi è il giovane che parla del giovane, è il seminarista che parla del seminarista, (sono reduce da una celebrazione con gli studenti di Teologia di Posillipo) ricorda di questo ragazzo il fatto che è tutto d'un pezzo, quindi prendere sul serio la vita del Seminario, e pensate, ancor più difficoltosa da chi provenga poi invece da uno stile di vita del tutto diverso e lontano da quei canoni. Don Lorenzo Milani viene ordinato prete, allora l'iter era molto più veloce, ma anche molto più duro di quanto non lo sia oggi sul piano disciplinare, c'era un parroco, il parroco di Calenzano, che aveva bisogno di un viceparroco, ma non aveva il becco di un quattrino. Gli disse il cardinale Della Costa: "Forse ho un giovane che fa per te, un giovane amante della povertà, che probabilmente può aiutarti senza doverti chiedere chi sa quale stipendio, quale supporto economico". È così che cominciano i primi dieci anni di vita pastorale di Don Lorenzo Milani, che vanno dai 24 ai 34. Allora scrivete in mente vostra: "parrocchia di Calenzano". Calenzano oggi è un grosso centro industriale, allora contava cinque-seimila persone, ma ci troviamo negli anni '50, gli anni dell'inizio dell'industrializzazione, della rinascita dopo la guerra, con i problemi che quel tempo comportava, mi riferisco al rapporto dell'uomo con il lavoro e ovviamente, purtroppo ovviamente, ad una sorta di strumentalizzazione degli orari di lavoro; il lavoro in quegli anni, se qualcuno probabilmente di voi lo ricorda, non aveva tutte quelle assicurazioni, tutte quelle protezioni che poi col tempo ha assunto, mi riferisco allo stipendio, mi riferisco al contratto, cioè le persone soprattutto se giovani, o addirittura giovanissime, - Don Lorenzo Milani s'imbatte con il lavoro minorile dell'epoca - erano sottopagate e potevano essere licenziate in blocco dalla sera alla mattina. Allora 1^ conversione. A vent'anni la conversione dal paganesimo, per così dire, da una vita gaudente alla persona di Gesù e alla vita dlla Chiesa. 2^ conversione di Don Milani, credo che sia avvenuta a Calenzano quando egli ha cominciato a vivere il suo ministero pastorale con gli stessi canoni dei suoi confratelli dell'epoca, che - ahimé! - sono forse ancora i canoni di oggi, e scopre da sé che bisogna percorrere un'altra strada. Quali erano quei canoni e quali sono ancora oggi? Mi riferisco ai canoni con cui si faceva Oratorio: il ping-pong, il bigliardino, il campo di calcio, il pallone... Adesso dirò queste cose, attenti, non pensiate che quello che dico di Don Milani lo condivida pienamente, ad esempio questo che sto per dire non lo condivido pienamente come approccio educativo, però è importante guardare questa persona così come si è evoluta. Don Milani un giorno decide, e questa è una conversione, che egli deve demolire il tavolo da ping-pong, buttare nel pozzo del cortile della Canonica di Calenzano il pallone, e cambiare stile alla sua vita pastorale. Perché? A noi questa scelta sembra incomprensibile se non ci poniamo nel tempo in cui è avvenuta. Perché questo giovane prete decide che il bigliardino non va più bene e che il ping-pong e che una sorta di pastorale ricreativa da sola non basta? Perché quei giovani che frequentavano la parrocchia erano una piccola parte. Badate che molte cose della vita di Don Lorenzo andrebbero oggi riedite, ovviamente in modo diverso, perché quell'uomo è un santo ed è un profeta, pur spigoloso quanto vogliamo. Quindi, i ragazzi che avviciniamo e si avvicinano alla parrocchia non sono tutti i ragazzi; secondo, cosa più importante: questi ragazzi hanno bisogno di una base culturale, perché possano avere un futuro diverso da quello presente, perché i rapporti di lavoro, perché l'ingiustizia sociale, perché il tenere sotto il giogo un certo numero di persone dipende da quell'elemento che si chiama cultura che, se condivisa, diventa un elemento di dialogo e di raffronto, se invece mantenuta da un piccolo ristretto gruppo di persone, diventa un motivo di oppressione. Ieri sera mi sono imbattuto in una frase, sto leggendo "L'ultima lezione", leggetevi questo che sembra un romanzo ma è una lezione di vita. "L'ultima lezione" è un testo che sta facendo epoca in questi giorni. Un professore universitario statunitense a 44 anni o 48 scopre d'avere un cancro e di avere pochissimi mesi di vita e prima di ritirarsi fa a 400 alunni l'ultima lezione. E su questo, quindi non è un racconto, ma è una esperienza, - leggetelo perché vi fa bene - cioè come una persona ha affrontato la morte programmando tutto. Ha tre bambini piccoli, ecc., affrontando con grinta, cambiando casa, dicendo: "Io non voglio ripiegarmi su di me e stare a piangere sulla mia sventura, ma voglio affrontare questa cosa dicendo "io forse sono fortunato". Perché? - questo è il tema del testo - Perché ho realizzato i sogni della mia infanzia". Ma perché ve l'ho citato? Perché ieri sera mi sono imbattuto in questa frase, dice: "Io ho capito quand'ero ragazzo che c'erano due tipi di famiglie: una che consultava il vocabolario, l'altra che non consultava il vocabolario". Sembra una distinzione strana e banale, e invece no, perché dice: a tavola da noi si discuteva ecc., e sorgevano dei termini nuovi, noi eravamo ragazzi, e mio padre diceva: "Vai a vedere cosa significa questo termine sul vocabolario". Don Milani, qui l'associazione, dice che il potere dipende dal numero di parole che tu conosci, cioè se io conosco più parole di te, io posso tenerti sotto il giogo, se noi conosciamo lo stesso numero di parole, noi possiamo dialogare. Questa è la cultura. E allora qual è questa seconda conversione di cui sto dicendo? La seconda conversione è che questo giovane prete decide di mettere su una scuola serale per tutti questi operai sottoccupati, sottopagati, in modo tale da offrire loro gli elementi per autoriscattarsi. Adesso poniamo quest'esperienza, che è durata dieci anni a Calenzano, nel tempo. Questo tempo lo ricordiamo perché se vi guardo bene in faccia molti di noi c'eravamo già a quell'epoca, e quindi era il tempo dei due blocchi, Stati Uniti e Unione Sovietica, era il tempo della guerra fredda, era il tempo in Italia della paura, dello spauracchio dei comunisti che sarebbero venuti a mangiare i bambini, per utilizzare un'immagine molto in voga all'epoca, che pure ha creato certi fantasmi inutili. Quindi quest'esperienza di un prete giovane che comincia questo stile pastorale, capite che in questo ambito, in questo momento storico-culturale non doveva essere del tutto apprezzato, (certamente sulle prime sarà passato inosservato) ma come mai tutti questi giovani vanno a questa scuola? che dice questo prete? di che cosa parla? che programmi usa? Non so se avremo tempo per dire anche qualcosa del rapporto della Scuola di Barbiana in particolare ma anche di Calenzano in questo primo decennio, con i programmi della scuola statale. Come la scuola di Calenzano e quella di Barbiana in qualche maniera si somigliano, anche se quella sarà ancora più radicale? Credo che si somiglino, e poi è la grande intuizione di Don Milani sul piano pedagogico, con l'interessare il giovane innanzi tutto facendogli toccare i testi, oggi è tutto via internet, poi ponendolo a contatto con le persone. Sia a Calenzano ma ancor più a Barbiana passano dei personaggi culturalmente molto elevati che però hanno come loro interlocutori dei ragazzi, dei giovani di infima cultura, che riescono a metterli in difficoltà, a partire dallo stesso maestro Don Lorenzo, che appena chi parla utilizza un termine troppo aereo, oppure si nasconde dietro le parole, cerca di scovarlo, ma su questo diventeranno bravi anche gli alunni, a mettere in difficoltà l'interlocutore che vorrebbe nascondersi dietro i libri. Quindi è una pedagogia legata all'interesse, legata anche all'incontro. Don Milani manderà i ragazzi di Barbiana a Parigi, li manderà all'estero, li manderà a Milano accompagnandoli. Badate che all'epoca erano dei viaggi - come dire? - da mille e una notte insomma o dagli Appennini alle Ande, perché i viaggi sono istruttivi, perché..., e poi tieni i contatti con questi ragazzi che stanno a Londra, che stanno a Parigi... State attenti!, perché vi fermano per strada, perché..., ecc., i pericoli di ieri sono anche quelli di oggi. Ed infine, che è la cosa più importante dal punto di vista pedagogico, quella che è stata chiamata la pedagogia dell'aderenza. Cos'è la pedagogia dell'aderenza? Allora io lo applico a noi, no? Se io sto predicando e suona un telefonino, io posso utilizzare due... uno fa finta di niente, e continuare la mia omelia ma intanto il telefonino lo sento io e lo sentite voi, oppure fare un inciso che potrebbe essere distrattivo, e dire: "in chiesa, i telefonini è bene spegnerli", oppure in maniera ancora un po' più provocatoria: "Guarda che se ti cerca la morte non c'è bisogno che ti telefoni". Quindi, cioè questo è un modo per, da un lato attirare l'attenzione e dire: "io non sto qui come una mummia facendovi una predica e, non so, se crolla il soffitto della chiesa di S. Pasquale io continuo a predicare come se nulla fosse successo", mi spiego? Se c'è un terremoto, c'è il terremoto, se un bambino piange, un bambino piange, se i due... Allora, adesso ho applicato all'omiletica quella che è la pedagogia dell'aderenza, vale a dire che tu cominci l'omelia col tuo progetto, ma strada facendo la comunità ti manda dei messaggi; se per esempio uno di voi sbadiglia, io subito mi fermo e dico: "basta, chiudiamo", perché ho annoiato una persona dell'uditorio; se vedo che gli occhi luccicano, se il capo dice sì, se noto... Allora questo, questo dialogo tra me che sto parlando e voi che state ascoltando, perché è un dialogo, rende il nostro rapporto vitale e anche dirige in qualche maniera quello che io dirò, non che voi mi telecomandate, ma nel senso che la lezione, ogni lezione, e anche l'omelia è una lezione, anche questa, diciamo chiacchierata, è una lezione, in qualche maniera è un fatto vivo, per cui io non posso dire: "Ma no, questo non ci sta scritto, questo non sta nel programma", e mi nascondo dietro il programma oppure dietro il mio ruolo di presidente dell'assemblea, di Vescovo in questo momento, allora la pedagogia dell'aderenza significa che: se noi stiamo leggendo un romanzo, e non so, per esempio vi ho citato "dagli Appennini alle Ande", che appartiene alla nostra infanzia, e viene fuori il nome di una città del Brasile, non ricordo dove andava il nostro pellegrino, allora il buon Don Milani dirà: Dove si trova questa città? Andiamola a vedere, allora prendiamo il mappamondo, prendiamo l'atlante, strumenti di una volta, e potrebbe questa parentesi, attenti, portarci a lungo fuori strada, ma non è fuori strada, mi spiego? Questa è la pedagogia dell'aderenza. Attenti che tutto quello che è stato teorizzato intorno alla pedagogia di Don Milani, Don Milani l'ha vissuto, lui non l'ha mai teorizzato, è stato un combattente, è stato uno che ha rotto le scatole a tante persone, a tante istituzioni, è stato un Don Chisciotte violentissimo, poco poetico rispetto al Don Chisciotte della Letteratura, altri, i suoi figli, i suoi alunni hanno poi detto: Ma com'è che noi eravamo interessati? ma com'è che non ci siamo annoiati? com'è? Pensate, che nella scuola di Barbiana si fa scuola 365 giorni all'anno?, anche a Natale, per dodici ore. Adesso queste cose a noi appaiono assurde, cioè immaginate oggi a proporre a un ragazzo una cosa del genere, però questa cosa è stata vissuta, non sto dicendo che sia proponibile oggi così, ma è successo in un paesino insignificante più piccolo di Rio Bo: "Tre casettine dai tetti aguzzi, un verde fraticello, un esiguo ruscello: Rio Bo, un vigile cipresso. Microscopico paese, è vero, paese da nulla, ma però... c'è sempre di sopra una stella, che a un dipresso occhieggia con la punta del cipresso di Rio Bo. Una stella innamorata! Chi sa se nemmeno ce l'ha una grande città. (A. Palazzeschi). e cioè a Barbiana delle persone, dei ragazzi sono stati impegnati sui testi di scuola dalla mattina alla sera, anche a Natale, anche a Pasqua, senza vacanze. Ovviamente qui entra il carisma di quest'uomo ma anche la sua intuizione che gli ha fatto dire: Qui neanche il vangelo può passare se non c'è cultura. E molti si sono chiesti: Ma questo Don Milani, il prete l'ha fatto? Questa è una delle obiezioni che a volte si muove a Don Milani, certamente ha detto la Messa, certamente ha fatto il parroco, ha ritenuto di fare una scelta di campo, in particolare l'esperienza di Barbiana, che rimane quella emblematica e matura della sua vita, di fare il parroco-maestro o il maestro-parroco ritenendo la scuola e la cultura, in una maniera più ampia, veicolo di vangelo, senza la quale, la cultura, non si veicola nulla. Ma potete immaginare, e qui passo subito all'ultimo decennio, quanto questa modalità di chiamare anche le persone più disparate, anche quelle di sinistra, anche... a parlare desse fastidio insomma ai grandi del tempo; si chiamavano anche con una certa sigla che noi ricordiamo, vero?, che dominavano dovunque e che quindi hanno pensato che questo fosse un prete comunista, per cui quando Don Puggi, che era il bravissimo parroco anziano, che aveva chiesto al cardinale: "Dammi un viceparroco perché io sono anziano, però non ho come pagarlo", morì, sarebbe stato, diciamo, naturale che il successore a Calenzano fosse Don Lorenzo Milani, ma potete immaginare tutte le interferenze e le telefonate, le pressioni che furono fatte sulla Curia fiorentina, - Questo, parroco? Questo già come viceparroco ha creato un pandemonio, per carità!, si salvi chi può, - ebbero buon effetto queste pressioni, perché il povero, diciamo povero, il buon Don Lorenzo Milani fu mandato parroco a Barbiana. E questi sono gli ultimi dieci anni. Quindi vent'anni vita, diciamo, raminga, pittore alla scuola e alunno nell'Accademia di Brera, ecc, quattro anni di Seminario, dieci anni a Calenzano con la prima esperienza di scuola popolare.
Viene mandato in esilio al confino in una parrocchia, io ci sono stato e credo anche qualcuno di voi, oggi per arrivarci uno dice: Dio mio! E c'è la strada, allora non c'era, c'era soltanto la Canonica, questo campanile e poche case sparse. Gli abitanti di questa parrocchia nelle lettere di Don Milani variano da cinquanta a cento persone, questa parrocchia doveva morire, viene riesumata apposta per lui, in modo tale che... tu vuoi fare il rivoluzionario? Bene, abbiamo una parrocchia che faccia al caso tuo, e lo mandano parroco a Barbiana. Vi arriva in un giorno di neve, d'inverno. Bellissima una lettera alla madre. Qualche giorno dopo la madre scrive a Don Milani al confino dicendo che lei farà valere presso il cardinale le sue conoscenze, perché comunque è un'aristocratica, perché il figlio abbia una destinazione migliore, e il figlio risponde "non ti permettere, perché - questo ricordatevelo - perché l'importanza di un uomo - cito - non dipende dal luogo dove ha vissuto ma dall'ampiezza del suo cuore". Allora nessuno di voi si lamenti, io sto lì, io sto là, perché non è il luogo; Barbiana che doveva essere, nella mente perfida di chi lo mandava al confino, il luogo dove Don Milani sarebbe stato dimenticato da tutti, ohimé!, è diventata, non dico il centro del mondo, ma un pulpito autorevolissimo tanto che la scuola di Barbiana è un capitolo di pedagogia e di storia della scuola italiana, e qualsiasi persona voglia dire di scuola e di insegnamento e di relazione maestro-alunno, in qualche maniera non può prescindere da quello che Lorenzo Milani ha vissuto lì per dieci anni. È bellissimo come questa scuola radicale, come v'ho detto, fondata, portata avanti sull'entusiasmo di questo ancora giovane prete, sulla presenza di questa Ega, che era una sorta di Perpetua insieme con la mamma anziana, che hanno accompagnato Don Lorenzo da Calenzano a Barbiana, una sorta di angelo custode di questo sacerdote, questa scuola portata avanti con il minimo indispensabile, oggi credo neanche in una scuola di estrema missione ci siano i pochi elementi di Barbiana, diventa un punto di non ritorno. E qui ci sono alcuni testi ovviamente con cui confrontarsi nel caso in cui voi vogliate allargare il vostro orizzonte. Il primo testo, il più complesso si chiama "Esperienze pastorali", edito nel 1958. "Esperienze pastorali" non è un testo appassionante, ci vuole un po' di pazienza, perchè è fatto di tante cose, tanti documenti, che Don Lorenzo ha messo insieme descrivendo quello che egli ha vissuto, ma anche, attenti, è in assoluto, probabilmente mondiale, il primo testo di sociologia religiosa ante litteram, cioè prima che sorgesse la scienza specifica. Cosa significa sociologia religiosa? Significa che io posso guardare voi che mi state più o meno ascoltando come un prete che sta parlando, ma posso anche guardarvi come soggetti: vediamo un po' a Marcianise che si fa, che si discute, se parlo così, se mi tolgo la giacca, se utilizzo quest'esempio, se faccio una giravolta, che reazione hanno le persone, cioè una sorta di studio scientifico, ecco, dell'approccio pastorale. In "Esperienze pastorali" noi abbiamo l'anima delle intuizioni milaniane, alcune di queste intuizioni sono ancora valide, penso in particolare adesso un testo di esperienze pastorali, dove Don Lorenzo racconta di un suo ragazzo che è stato licenziato ingiustamente, e i suoi interventi presso il datore di lavoro, inutili, il suo convocare tutte le persone che gli potessero dare una qualche indicazione, esperti del lavoro, diritto del lavoro, ecc., soprattutto quando aggiunge "il mio...", cioè il ragazzo è figlio di questo prete, "il mio...", quando scrive, quando chiede l'appoggio, quando va a intercedere non lo fa per uno qualsiasi ma per quella persona che gli è entrata dentro. Credo che conosciate il motto della Scuola di Barbiana che è "I care", cioè "mi interessa", che potrebbe essere tradotto più a fondo "mi sta a cuore", una cosa se ti sta a cuore, se ti interessa ti sta a cuore, se ti sta a cuore ti impegni, se ti sta a cuore non stai a vedere: Vediamo un po' questo Vescovo da quanto tempo sta parlando. Chi fra voi sta guardando l'orologio è fuori di questa ottica dello stare a cuore, perché io potrei stare qui anche fino a stanotte a parlare di Don Milani, e voi non battere ciglio, e dire: Ohibò, è mezzanotte, "quasi lo era", diceva la canzone, e non ci siamo accorti che è passato tutto questo tempo, cioè quando una cosa ti sta a cuore tu sei disposto a tutto. Allora probabilmente, e di qui l'aderenza anche all'oggi, se certe cose non vanno avanti sul piano sociale, ma anche sul piano nostro, sul piano ecclesiale, è perché non ci stanno a cuore, forse manco a noi vescovi, forse neanche ai preti, allora se non sta a cuore a me prete, a me Vescovo, a te laico, a te... questa storia, queste persone, perché io non sto parlando adesso a una qualsiasi ma sto parlando a te, sto parlando a te, a te, a te... Molti di voi non mi conoscono, per fortuna vostra mi incontrate ora e mai più, ma se comincia una relazione e nulla di importante, nulla di grande avviene siamo fuori di questa relazione significativa; se comincia una relazione, allora le cose passano e c'è un ritorno, c'è un feed-back, c'è un confronto, c'è un appartenersi. Quando Don Milani ha scritto il suo testamento, che non è un testamento perché erano fogliettini, scriveva perché non poteva più parlare a causa della sua malattia, conoscete questo: "Caro Francuccio, forse ho voluto più bene a te, a voi, (si riferiva ai ragazzi) che a Dio". Quindi il prete sull'orlo della morte ha una sorta di ripensamento: Vuoi vedere che ho sbagliato tutto?, cioè mi sono dedicato troppo a questi ragazzi, gli ho dato tutta la mia vita, e Dio?, che ho fatto per Lui? Poi rientra ulteriormente in se stesso, e dice: "ma forse Dio di tutte queste differenze non fa gran caso e avrà scritto tutto sul suo conto. Ecco vedete, "Esperienze pastorali" non può essere letta se non con questa attenzione alla persona. In fondo se dovessi trovare un motivo teologico della vita di Don Milani direi che è l'incarnazione. Don Milani si è incarnato. Tra l'altro Paolo ha una espressione molto bella, sintetica delle Rivelazione, dice: "Cristo da ricco che era si fece povero per arricchire noi della sua povertà", che è ricchezza. Don Milani era ricco, si è fatto povero, si è fatto povero con i poveri, e solo così ha potuto dialogare, ha potuto capire cosa facevano i pastori del Monte Giovi che stavano a spalare per tutta la giornata. Vi ho risparmiato il termine che lui avrebbe detto con molta grinta, perché diceva che poi le cose bisogna dirle e certi termini bisogna usarli quando è di dovere.
Allora "Esperienze pastorali", poi testi più abbordabili che pure sono costati fatica e condanna a questo prete-profeta. "Lettera ai cappellani militari", "Lettera a una professoressa" sono due testi che non portano la firma di Don Milani, e per umiltà e per metodo. Per umiltà perché egli diceva: chi firma un libro è ricco. Chi può pubblicare un libro? I ricchi, voi conoscete qualche povero che pubblica un libro? Quindi, e per umiltà e anche per il metodo con cui l'una e l'altra sono state redatte, come erano redatte? In classe. Allora dico questo e chiudo. "Lettera ai cappellani militari". Un gruppo di cappellani si era riunito in convegno e aveva fatto un comunicato lesivo dell'obiezione di coscienza. Do you know? Obiezione di coscienza? Sì. Ecco, dicendo che coloro che accettavano l'obiezione di coscienza e quindi non partecipavano al servizio militare erano da ritenersi codardi e da un punto di vista cristiano anche da scoraggiare perché... puntini, puntini. Don Milani legge questo, diciamo, piccolo articolo, tra l'altro alla Scuola di Barbiana si leggevano i giornali. Dice Don Milani: non andate a leggere le pagine sportive, (adesso non ci sono solo le pagine ma ci sono i giornali sportivi dalla A alla Z, dalla prima all'ultima pagina) ma leggete la Prima pagina, perché la Prima pagina è la pagina che bisogna capire, se uno non capisce la Prima pagina è fuori dalla cultura. Bene, letto questo trafiletto, si chiedono se non sia il caso di ribattere a questi cappellani, e allora esce la "Lettera ai cappellani militari", dove c'è una strenua difesa dell'obiezione di coscienza asserendo che non esiste una guerra giusta. Tutte cose che poi nella Teologia morale sono entrate, ma quarant'anni fa erano cose assurde. Esiste una guerra giusta? Può una guerra essere indicata come giusta? La risposta è no; a partire dal vangelo e da tanti esempi storici che nel testo della lettera troverete, Don Milani e i suoi alunni dicono no. Una guerra è sempre ingiusta, quindi non è bene che voi mettiate alla gogna coloro che fanno obiezione di coscienza, ma queste persone vanno, perché allora chi faceva obiezione finiva anche in carcere, vanno addirittura riconosciute come eroi. Questa era l'anima della lettera. Potete immaginare che reazione questa lettera, pubblicata ovviamente, ha da parte dei cappellani militari, che non solo mandano strali alla Scuola di Barbiana e a Don Milani, ma citano in tribunale Don Milani con apologia di reato, perché sta scoraggiando i giovani dal partecipare alla difesa dello Stato. Questo processo si concluderà con una condanna, per fortuna, post mortem. E io dico sempre che Don Milani dal Paradiso si sarà fatto un sacco di risate circa questa conclusione, cioè alla fine viene condannato, ma purtroppo manca la persona perseguibile perché è altrove. L'altro testo è "Lettera a una professoressa". Attenti, per chi non conosca lo stile di Don Milani, se per la prima volta vi imbattete in questi testi ne sarete innervositi, cioè dovete entrare nel carattere della persona e anche in quello che ha pagato per quei testi. "Lettera a una professoressa" nasce dalla bocciatura di uno degli alunni di Barbiana, che ovviamente a fine anno facevano gli esami per essere ammessi, perché si riconoscesse questa scuola, che era una scuola privata, diremmo noi oggi, potessero conseguire i titoli, e quindi un ragazzo che a parere di Don Milani sapeva tante altre cose che gli altri della Scuola statale non conoscevano, era stato bocciato perché la professoressa si era nascosta dicendo: Questo è scritto nel programma, non lo sai, non lo sai... Magari, dice Don Milani, questo ragazzo può insegnarti tante cose che tu non sai. Quindi mentre la prima lettera polemica va contro l'esercito e una certa idea di Stato e di Stato che si deve difendere con le armi, questa è un colpo inferto nel cuore della Scuola italiana con - ovviamente penso alla Scuola dell'epoca, oggi chi sa cosa direbbe Don Milani dell'evoluzione e delle evoluzioni della scuola oggi - a dire: voi non fate altro che produrre dei mostri. Accuse gravissime, ovviamente motivate, e che nascono - questo è importante e mi preme dirvelo - nascono dalla passione di quest'uomo per l'uomo. Vedete, oggi la Chiesa fa difficoltà, perché non sempre voi la trovate appassionata all'uomo, vicina a voi a combattere, la vedete lontana, ci vedete lontani come se noi fossimo presi dalle nostre elucubrazioni teologiche e voi dai problemi della spesa, dai problemi dei figli, dai problemi del lavoro, dai problemi sociali, dall'immondizia, ecc., ecc. Questa Chiesa lontana dalla vita non è la Chiesa di Gesù, perché "et verbum caro factum est", cioè la Parola si è fatta carne, carne significa storia, significa vicina, dentro, cioè bisogna entrare dentro. Quando un prete, una comunità cristiana è vicina, è dentro alla Storia produce molto, quando sta nella nicchia, allora abbiamo delle cose belle da guardare ma che rischiano di diventare museali, da museo, non vitali, non effervescenti, non che interpellano la vita. Ecco, Don Milani ha avuto questa caratteristica.
Chiudo andando verso la fine. Riassumo. 20 anni di paganesimo, conversione, 4 anni di Seminario, Ordinazione, 10 anni Calenzano, 10 anni Barbiana. Pensate che Barbiana è rimasta in piedi come paese per Don Milani, cioè i genitori di questi ragazzi erano così innamorati del loro parroco che non si trasferirono a valle se non dopo la sua morte, perché hanno nella loro semplicità riconosciuto che quel prete per loro era importante, era un punto di riferimento, era il padre dei loro figli, era colui che li stava riscattando da una sequenza di schiavitù che sarebbe continuata imperterrita se lui non fosse intervenuto, non avesse interferito nella vita dei loro figli. Io dico questo per dire che un prete, un religioso, qui siamo in casa francescana, un religioso, anche un laico, una consacrata, nella misura in cui vive il vangelo in questa maniera diventa anche fattore di cambiamento sociale. Chi mi conosce bene sa che questi temi non mi sono congeniali, però io debbo riconoscere questo fatto, lo debbo riconoscere e se questo non avviene noi stiamo battendo l'aria, cioè se la tua presenza in questo quartiere, in questa piazza, la presenza di questa comunità francescana, di frati minori, non cambia la realtà sociale che è intorno alla chiesa di San Pasquale qui si ozia, se quello che noi celebriamo, insegniamo e viviamo invece ha un riverbero, allora noi siamo veramente consacrati, voi siete veramente genitori cristiani, coppie cristiane, perché quello che dico di noi vale anche per voi, nel tuo posto di lavoro, nel tuo condominio, lì dove vivi, cioè un cristiano non passa inosservato, un cristiano autentico diventa fattore di mutamento sociale, mi spiego? Ecco Don Milani è stato questo. Don Milani è stato anche profeta perché ha visto certi mali della Chiesa, li ha denunziati con la violenza, con la veemenza che gli era caratteriale, ripeto, qui io mi trovo agli antipodi col mio carattere, però non posso non riconoscere in questo prete una dimensione profetica per la Chiesa, alcune intuizioni in "Esperienze pastorali" e nella "Lettera ai cappellani militari", e poi per quanto riguarda la scuola in "Lettera a una professoressa" si sono puntualmente realizzate. Ovviamente ci sono voluti degli anni, dei decenni. Chi fra voi fosse un profeta si metta bene in testa che sarà perseguitato e non vedrà realizzate le sue idee se non dal cielo, perché il profeta è scomodo, perché è avanti, cioè è più avanti di noi, vede quello che noi non vediamo, allora per noi sembra uno che dice cose astruse, un rivoluzionario, uno scontento, ma poi la Storia gli darà ragione. La Storia ha dato ragione a Don Lorenzo Milani. Don Lorenzo Milani, vi rendete conto, nessuno mai lo canonizzerà, a meno che domani non dovesse sorgere un Papa alla Don Lorenzo Milani, però noi possiamo dire che quest'uomo è stato radicale, anche perché, dimenticavo di dirvelo, Don Lorenzo non ha avuto vita facile nella Chiesa, e lo potete immaginare, cioè anche continuamente, anche dopo essere stato mandato al confino, penalizzato proibendogli di scrivere articoli, ritirando "Esperienze pastorali" messa all'indice, quindi con tanti interventi che a un'altra persona avrebbero fatto dire: Be', se questa è la Chiesa, signori, io me ne vado. No, don Lorenzo Milani non se n'è andato perché diceva: "Io non me ne vado perché io ho bisogno di confessarmi". Questa è un'espressione di santità, cioè io non me ne vado dalla Chiesa, anche se volentieri mi butterebbero fuori, sarebbero contenti se io me ne andassi, se io buttassi la tonaca alle ortiche, si diceva all'epoca, ma non me ne vado perché io ho bisogno dei sacramenti, io ho bisogno della grazia, cioè questo figlio che riconosce la Chiesa madre anche quando la Chiesa ingiustamente lo rampogna e lo perseguita. Ditemi se questo non è eroismo. Quindi essere rimasto lì coi suoi ragazzi a portare avanti questa battaglia che egli aveva percezione essere perdente, ma che perdente non è stata, è un segno anche di santità. Don Lorenzo è morto a 44 anni con un cancro che lo ha portato pian piano al dissolvimento tanto da non poter più fare lezione se non dal letto e poi dal chiudere la Scuola di Barbiana. Anche questo è un bel gesto. Don Lorenzo quando andò in ospedale diede incarico di dichiarare chiusa la Scuola di Barbiana, di bruciare tutti gli appunti, perché quella esperienza era chiusa, non poteva essere trasportata, esportata altrove. È l'idea, è la percezione di un uomo che in qualche maniera dice "ho fallito", ma, cari amici che avete avuto la pazienza di ascoltarmi, questo fallimento è già lì (ndr.: il Vescovo indica la Croce), cioè è il fallimento della croce. Se le cose ti vanno troppo bene attento, se più volte nella vita hai la percezione che stai sbagliando tutto può darsi che stai sulla buona strada. Chiudo con un testo di "Lettere pastorali". Brevissimo ma bellissimo anche se durissimo. S'intitola: "Lettere dall'oltre tomba". Per aggiornarvi sul testo. Don Milani immagina che il cristianesimo sia finito in Occidente, (mi dice il padre Guardiano: quasi quasi ci siamo) sia finito in Occidente, e poi lo dice perché, e che i poveri insorti abbiano ucciso i preti, e quindi sia finita la fede e poi nel duemila, quindi nel terzo millennio sarebbero venuti dei missionari dalla Cina, non è il caso, dalla Cina per convertire questi pagani che una volta erano cristiani. Allora lui pensa di scrivere una lettera a questi missionari cinesi. È un testo quanto mai profetico.
Riservata e segretissima ai missionari cinesi. Cari e venerati fratelli, voi certo non vi saprete capacitare come, prima di cadere, noi non abbiamo messo la scure alla radice dell'ingiustizia sociale. È stato l'amore dell'ordine che ci ha accecati. Sulla soglia del disordine estremo mandiamo a voi quest'ultima nostra debole scusa supplicandovi di credere nella nostra inverosimile buona fede, ma se non avete come noi provato a succhiare col latte errori secolari non ci potrete capire. Non abbiamo odiato i poveri, come la Storia dirà di noi, abbiamo solo dormito, è nel dormiveglia che abbiamo fornicato col liberalismo di De Gasperi, con i Congressi Eucaristici di Franco. Ci pareva che la loro prudenza ci potesse salvare. Vedete dunque che ci è mancata la piena avvertenza e la deliberata volontà. Quando ci siamo svegliati era troppo tardi, i poveri erano già partiti senza di noi. Invano avremo bussato alla porta della sala del convito insegnando ai piccoli catecumeni gli anni, la storia del lontano 2000; non parlate dunque loro del nostro martirio, dite loro solo che siamo morti e che ne ringrazino Dio. Troppe strane cause con quella del Cristo abbiamo mescolato. Essere uccisi dai poveri non è un glorioso martirio, saprà il Cristo rimediare alla nostra inettitudine, è Lui che ha posto nel cuore dei poveri la sete della giustizia, Lui dunque dovranno ben ritrovare insieme con lei quando avranno distrutto i suoi templi, sbugiardati i suoi assonnati sacerdoti. A voi missionari cinesi, figlioli dei martiri, il nostro augurio affettuoso. Un povero sacerdote bianco della fine del secondo millennio.
Mi sembra drammatica questa lettera ma ha anche tante verità. Lui dice: Non ci potete capire se voi non aveste succhiato col latte errori secolari. Questo fatto della prudenza, questo equilibrismo che a volte ci ha contraddistinti e che, se portato avanti a oltranza, effettivamente può condurre alla morte della fede in alcune regioni. Alcune delle Chiese cui sono indirizzate le sette lettere dell'Apocalisse oggi sono ruderi, ruderi, non esistono più neanche sulla cartina geografica, tanto meno come comunità, erano Chiese, erano Chiese fondate da Paolo, erano Chiese, penso alle Chiese anche del Nord Africa, dei tempi di Agostino, Chiese che facevano epoca, che segnavano la strada all'intera Chiesa cattolica, oggi sono Chiese non del silenzio, ma Chiese morte, Chiese da visitare in qualche tour archeologico. Attenti, questo può accadere anche di noi. Non morirà la Chiesa di Cristo, state tranquilli, non la farò morire io né voi, con tutto il nostro impegno. Diceva un tale: Non ci siamo riusciti noi uomini di Chiesa a far finire il Cristianesimo, non ci riuscirete voi con i vostri eserciti. Non finirà la Chiesa di Gesù Cristo ma può finire una certa esperienza di Chiesa in certe regioni dell'Occidente, quando cominciamo a dormire anche noi, ad assonnarci, a cercare questi equilibrismi, questi patteggiamenti col potere dimenticando la causa dei poveri cui è annunziato il vangelo. Ecco, chiudo sperando di non avervi annoiato con l'augurio che questa mia piccola chiacchierata che non ha neanche il sapore di lezione, possa darvi lo stimolo a scoprire questo personaggio nelle biografie. La più bella, quella di Neera Fallaci, ma ce ne sono anche altre, oppure accostatevi ai testi. Questa biografia di Neera è la più bella, mi sembra equilibrata, è facile parlare di Don Milani, lanciare strali alla Chiesa, invece lei riesce a mantenersi anche equilibrata descrivendo il cardinale Florit, ecc., le lettere, le ingiunzioni al parroco ribelle. Spero di avervi fatto venire un po' di appetito, d'altra parte se i discorsi lasciano un po' di appetito nell'uditorio questo è un buon segno, perché poi ciascuno provvederà ai suoi approfondimenti. Grazie della sopportazione. *** Il testo, frutto di registrazione, non è stato rivisto dall'autore. |
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| Ultimo aggiornamento ( Wednesday 21 May 2008 ) |
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