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Mese di Giugno 2008, Parrocchia S.Michele, Piano di Sorrento - 20 Giugno 2008 PDF Stampa E-mail
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Scritto da Teresita   
Thursday 26 June 2008

Mese di Giugno 2008

"Vendi il mantello

e compra la spada!"

Venerdì, 20 ore 21,30

Celebrazione Eucaristica

presieduta da

S. E. Rev. ma Mons. Arturo Aiello

Vescovo di Teano - Calvi

***

Saluto iniziale

"Nemmeno le tenebre per te sono oscure, e la notte è chiara come il giorno, per te le tenebre sono come luce" recita il Salmo 138 che abbiamo cantato.

Come non pensare ai luoghi oscuri, ai buchi neri del nostro cuore, ai nostri peccati, ai nostri tradimenti, dove ci nascondiamo nell'ombra della morte, del peccato, del nulla, ma anche là Dio ci scova, anche là Dio è presente; paradossalmente non possiamo peccare senza di Lui, senza la forza che Egli ci dà, senza la vita che ci conferma, e allora scopriamo che anche il profondo del peccato può capovolgersi in vetta di grazia. È quello che sperimentiamo in questo istante; nello stesso momento in cui confessiamo i nostri mali ci vengono perdonati e ribaltati in bene e in grazia.

***

Omelia di Sua Eccellenza il Vescovo

Avete trascorso una settimana, la terza, intorno a questa parola cardine dell'epistolario paolino, che si trova nella II Lettera ai Corinzi, dove l'apostolo racconta, sia pure un po' per parole smozzicate, per immagini, delle esperienze che gli esegeti non hanno difficoltà a chiamare mistiche, cioè egli è stato rapito in alto, ha visto quello che altri non riescono a vedere, non sa se era nel corpo, fuori del corpo, ecc., e proprio nel bel mezzo di questo discorso, dove Paolo si accorge che forse l'uditorio potrebbe pensare: "Si sta autocelebrando, sta parlando bene di sé", introduce questo discorso sulla debolezza. Egli non si vanterà delle visioni, dei doni grandi che ha ricevuto da Dio ma si vanterà della sua debolezza.

Don Pasquale, che vi ha intrattenuto questi quattro giorni sul tema, certamente vi ha detto che gli esegeti si sono accapigliati senza venire a una conclusione certa su che cosa sia questa spina nella carne, che egli ha sofferto fisicamente, psicologicamente e spiritualmente, di cui ha chiesto di essere liberato. Il Signore per tutta risposta gli ha detto "ti basta la mia grazia".

La meditazione di stasera la iniziamo da questa espressione "ti basta la mia grazia", perché noi vorremmo di più, vorremmo altro e non ci rendiamo conto che l'unica cosa veramente importante è la grazia di Dio. Questo fatto è passato anche nel nostro dialetto quando, per dire che una persona sta bene, è stata bene, noi diciamo "in grazia di Dio". È il retaggio che ci viene dalla fede, che ci viene da tanti secoli dove la fede è entrata nel linguaggio. Noi utilizziamo quest'espressione senza renderci conto che ha un contenuto teologico, "sono stato in grazia di Dio" o quando sono stato in pace. "Siamo stati in grazia di Dio" esprime l'amore di Dio, perché la grazia di Dio è Dio che si dà, è Dio che ti ama, e dovreste ricordare - "Giugno 2005" - la preghiera di Ignazio, che si conclude: "Dammi solo il tuo amore e la tua grazia, perché questo solo mi basta, prenditi tutto il resto, prenditi la libertà, la memoria, l'intelletto, la volontà, quanto ho e possiedo, ecc., lasciami solo la tua grazia", perché la grazia è essenziale, "la tua grazia, dice il Salmista, vale più della vita, per questo le mie labbra canteranno la tua lode", cioè la grazia è la vita stessa, ma nella vita la grazia è lo sguardo amorevole di Dio che rende bella anche una giornata brutta. Com'è andata oggi? hai vissuto una bella giornata, una brutta giornata, una giornata pessima, meravigliosa? Questo non dipende dagli eventi, dai doni, se hai ricevuto cinquecento euro in dono, no, questa giornata è andata bene se l'hai vissuta nella grazia di Dio, anche se ti hanno annunziato che il tuo patrimonio è calato del 70%, anche se ti è morto un familiare, anche se hai ricevuto una condanna, anche..., cioè la grazia rende bella una giornata brutta, l'assenza della grazia rende brutta anche una giornata bella. Tanto per intenderci: l'Inferno con la grazia è meraviglioso, il Paradiso senza la grazia è tremendo. Parlo ovviamente in una maniera paradossale, perché ovviamente il Paradiso è il massimo della grazia, però se in Paradiso io non dovessi avere la grazia, e ricevere tutti i doni che ricevono i beati, riterrò il Paradiso un Inferno, se invece paradossalmente dovessi essere all'Inferno e ricevere la grazia di Dio starei benissimo. Ecco vi sto dicendo queste cose per scendere ancora di più nella riflessione sull'importanza della grazia.

Quando Gesù dice a Paolo "ti basta la mia grazia, non chiedere altro, resterai con la tua spina nella carne, sia che si tratti di un male fisico, di un male psichico, di una incorrispondenza affettiva o di un male morale, non ti preoccupare, la mia grazia ti deve bastare", intende dire con queste espressioni che la grazia fiorisce meravigliosamente solo nelle mani dei poveri.

E qui facciamo il secondo passaggio.

Perché ti basta la mia grazia? E Paolo lo confessa a tal punto da dire: "Mi vanterò ben volentieri delle mie debolezze e non dei doni che ho ricevuto", perché la grazia di Dio chiede, richiede per essere accolta, per essere compresa, per essere efficace, la povertà; la grazia di Dio fa miracoli solo nelle mani dei poveri, non nelle mani dei ricchi, e qui parliamo di povertà e ricchezza in senso anche morale, cioè se tu ti senti infimo, indegno, l'ultimo, in te la grazia di Dio ha una fioritura, una infiorescenza meravigliosa, se tu non sei in questo stato puoi ricevere anche tante grazie, resteranno inutilizzate, o per lo meno non troveranno tutta la loro esplicitazione.

Ecco, per capire come la grazia ha bisogno della debolezza e come la debolezza invochi e provochi la grazia, possiamo fare riferimento al rapporto madre-figlio-bambino. Perché una madre ama il figlio-bambino? Ve lo siete mai chiesto? È riduttivo dire: "perché è figlio suo, perché l'ha fatto lei", non è vero, il motivo per cui una madre ama il bambino è il suo stato di indigenza, cioè il bambino è così dipendente, quindi così povero, così bisognoso di cure, così alla mercè di tutti se la madre non lo difende, che questa povertà invoca un amore viscerale, per cui una madre è disposta anche a morire purché il figlio-bambino viva. Vedete, qui nella natura abbiamo una possibilità di capire quello che significa che la grazia fiorisce nella debolezza, perché se il bambino fosse presuntuoso e dicesse "io non ho bisogno di te, mamma, faccio da solo, sono diventato grande, ecc.", in questo momento l'amore della madre ugualmente rimane; lo sanno bene le mamme qui presenti che hanno i figli adolescenti, che sono in questo stato. "Non mi devi dire tu, faccio da me, sono autonomo, non ho bisogno di te". Le mamme continuano a voler bene ai figli, anche adolescenti, quindicenni, quattordicenni, dodicenni, ma il figlio lo capisce? No, e quindi quell'amore in qualche maniera per te madre è inutilizzato, è perduto, perché un amore che non sia raccolto è un amore perduto. Ecco, allora applicate quest'esempio, ovviamente limitato come tutte le esemplificazioni umane, al rapporto uomo-Dio, e avete un'idea forse un po' più chiara, più plastica di ciò che voglia dire "quando sono debole, è allora che sono forte", che è una espressione paradossale. Che significa? Perché è una contraddizione "quando sono debole, è allora che sono forte", è una contraddizione nei termini logici ma non è una contraddizione nei termini spirituali, nel senso che tu più ti senti povero, debole, bisognoso, più assolvi la grazia, più la invochi, la riconosci e la utilizzi; più invece pensi di farcela da solo e convochi Dio solo per qualche cosa importante secondo te, più la grazia non fa effetto nella tua presunzione e a causa della tua presunzione.

Debolezza: cosa significa? E allora facciamo alcune esemplificazioni. Innanzi tutto una debolezza fisica. Le debolezze fisiche, tu hai un acciacco, io ho un acciacco, diecimila, tu ne hai dieci, tu ne hai venti, tu fai un giro in ogni ospedale, tu sei come il ciuccio di fichella che aveva 99 piaghe e marcia anche la coda, ecc. Bene, allora questa è una povertà, è una povertà fisica. Poi c'è una debolezza economica: non riesco ad arrivare a fine mese, non ho una sicurezza, non ho uno stipendio stabile, il mio lavoro vacilla. Ecco, questa è una debolezza economica. Poi c'è la grande debolezza affettiva, e cioè non mi sento ricambiato, sento che le persone non mi vogliono bene abbastanza per quanto amore io investa, non mi sento capito. Questa è una povertà, una debolezza sul piano affettivo. Poi c'è la debolezza morale: Vorrei cambiare in questo aspetto della mia vita, mi sforzo ma ricasco continuamente. Anche questa è una debolezza. Badate che a ciascuna di queste debolezze Gesù risponde "ti basta la mia grazia", perché anche alla debolezza materiale, economica, "beati i poveri in spirito", Dio risponde come colui che ti arricchisce, colui che ti fa trovare quello che tu neanche immagini. È il senso della Provvidenza che avevano i nostri nonni e che noi abbiamo perduto del tutto, a furia di fare bilanci preventivi e bilanci consuntivi, anche in un mese, in un anno, in un'azienda e a volte anche nelle famiglie.

Alla povertà fisica Dio risponde in Gesù: io sono il medico che ti guarisce.

Alla povertà affettiva Gesù risponde con la sua grazia: io sono l'amico, lo sposo, il padre, il fratello, cioè colui che può riempirti oltre ogni tuo desiderio. E infine alla debolezza morale Gesù risponde: io sono la grazia e ti perdono.

Capite che se il povero non riconosce di essere povero, non chiederà l'elemosina a Gesù, se il malato non riconosce di essere malato, e dice "io sto bene", non prenderà la medicina e non dirà come il cieco Bartimeo nel vangelo di Marco: Gesù, figlio di Davide abbi pietà di me. Se io sono presuntuoso sul piano affettivo e dico "non ho bisogno di nessuno", non potrò mai gustare la dolcezza di Gesù che mi dice, con il testo che cantiamo, del secondo secolo, una preghiera attribuita a Pietro, "tu sei per me padre e madre, tu sei per me fratello e amico, tu sei per me servo e padrone". Se io non penso di aver sbagliato e ritengo di essere un santo non utilizzerò la grazia del perdono.

Vedete, ho fatto vari esempi in vari aspetti della nostra vita dove noi sperimentiamo la debolezza e Dio dice: Viva la debolezza, ecco qui la grazia che ti serve, tra l'altro gratuita. Questo fa tanta fatica a entrare nella nostra mente più che nel nostro cuore, perché noi siamo abituati a pensare, "debbo meritare questa cosa", e invece la grazia è gratuita, debbo essere forte, invece tu sei debole, debbo scoppiare di salute, invece tu sei come il ciuccio di cui sopra, io non ho sbagliato e invece tu come il giusto pecchi perlomeno sette volte al giorno, dice la Sacra Scrittura. Allora capite che questa grazia chiede la debolezza, la invoca ma non perché la teme, la debolezza già c'è, ma la debolezza deve gridare: Signore, salvami! Se sono malato, sii tu il mio medico, se sono povero, sii tu la mia ricchezza, la mia parte d'eredità, perché per me la sorte è caduta su luoghi deliziosi. Se tu ti senti solo, sii tu, Gesù, il mio amico, colma questa fame d'affetto che io ho dentro, per la quale le persone non riescono a darmi pane abbastanza. Se tu sei un peccatore rivolgiti a Gesù e invoca la sua grazia.

Ecco questo diciamo teoricamente, perché poi diventa più concreto se uno parla di sé. Non è sempre opportuno ma a volte è utile che chi predica dica guarda che questa cosa la vivo anch'io. Potrei far riferimento per esempio alla mia malattia per eccellenza, non fisica, che si chiama sensibilità. Forse tra voi, certamente tra voi ci sono molte persone sensibili, la sensibilità è un dono, la sensibilità esasperata è una malattia, perché è una malattia? Perché la persona sensibile in una maniera esasperata soffre pure se vola una mosca, soffre pure se non fiorisce la rosa, soffre pure se l'altro senza rendersene conto non si è ricordato una parola che tu hai detto. Ecco io penso di essere un malato in questo senso. Mi confesso, non è una confessione, non è una debolezza morale, ne ho altre che non è il caso di dire in questo luogo, ma che sono debolezze, adesso le persone meno sensibili sono più forti, sono più grintose, soffrono di meno. Mi chiedo: quanto questa debolezza, questa malattia (diciamo così) mi ha giovato nel ministero? Molto, molto, perché se tu incontri un prete insensibile o con una sensibilità bassa, gli racconterai le cose ma non lo sentirai vibrare, non sentirai che ti compatisce, perché il problema resta con te, ma se tu incontri un prete sensibile ti accorgi che egli vibra con te, soffre con te, e forse tu te ne vai guarito e lui si ammala. Adesso ditemi se questa non è un'esemplificazione. Non sto traendo quest'esempio da un manuale ma dalla vita, è una esemplificazione di una debolezza che è diventata forza, una debolezza diciamo sul piano della sensibilità esasperata che è diventata forza pastorale, che è diventata forza di comprensione, che è diventata forse anche forza di comunione, di comunicazione, perché certe cose si riescono a dire solo da parte di chi le ha sofferte a lungo, perché la sofferenza che subito fa ah! non fa innalzare l'audience, fa più piccola la tua attenzione, perché stavi cominciando ad addormentarti ed ecco che sentendo che un altro come te soffre anche delle mosche che volano ti sei risvegliato, hai aumentato la tua attenzione, e questo è un miracolo della debolezza di colui che ti sta parlando.

E poi ho anche pensato di consegnarvi tre date che - mi confesso questa sera senza fare una confessione dei peccati, - tre date, tre momenti della mia vita quando ero con voi, che sono stati per me tre momenti di debolezza.

La prima data - ce ne sarebbero tante, ne ho scelte tre per non tediarvi e per fare in modo che entro la mezzanotte possiamo rientrare - la prima data è: 13 febbraio 1992.

Sigilli al Centro parrocchiale, un momento di fallimento, un momento terribile. Cosa abbia provocato in me Dio solo lo sa, quel pomeriggio, gli articoli dei giorni dopo e tutto quello che ne è seguito. Chi conosce il Centro, come tanti di voi, sa che questa data è anche eternizzata per così dire in una lapide che si trova entrando a destra, nel parcheggio, con una poesia di Tagore. Vi riporto solo un verso, è il verso di un mendicante rivolto a Dio: "Quando la mia bisaccia si riempiva Tu mandavi a derubarmi". Quella fu la mia percezione. Adesso al di là delle responsabilità ovvie che ci sono state e che io ho pagato puntualmente, state tranquilli, parlo adesso, non pensando al bene, al male, non voglio entrare in merito, ma all'eco, al modo con cui quella cosa mi ha fatto soffrire e non solo in quei giorni ma per anni. "Quando la mia bisaccia si riempiva, Tu mandavi a derubarmi" significa che forse senza quell'esperienza potevo montarmi la testa, senza quel fallimento potevo andare incontro a fallimenti più grandi e più gravi, su altri aspetti, e invece l'essere stato fermato e l'essere stato condannato, perché così poi alla fine successe come era giusto che accadesse secondo i termini della Legge italiana, mi ha posto in una condizione di debolezza, mi ha posto in una condizione di sofferenza, mi ha posto in una condizione di bisogno che ovviamente mi ha aperto di più alla grazia di Dio che opera al di là degli spazi che tu hai, al di là di quello che tu hai costruito o puoi costruire, al di là delle strutture pastorali. Prima esperienza.

La seconda ancora più forte che è un po' il centro forse della mia vita, quando la potrò leggere dall'eternità, è 26 gennaio 1999. Allora in progetto Janua 2000, la campana e tutte le magnificenze del Giubileo del 2000, se ricordate, io ero andato a Roma proprio per Janua, stramazzo a terra e mi sveglio dopo un paio d'ore a pezzi, non psicologicamente ma fisicamente, e quindi quando m'avete visto tornare: Questo non potrà più fare niente. E non solo nell'incidente romano ma anche nei mesi che seguirono io ho avuto la percezione, adesso lo dico con molta serenità, sono passati quasi dieci anni, a gennaio sono dieci anni, la percezione che stessi per chiudere, perché c'erano dei problemi di salute per l'intervento che andavo a subire. Basta, Big Ben ha detto stop, è finita la tua sceneggiata. Don Pasquale ricorderà bene quei mesi, perché in quei mesi fece la prova generale da parroco perché tutto in un momento si trovò buttato nella mischia con tutte le responsabilità di un parroco. Quindi un momento di debolezza fisica, cioè uno che dice "sto morendo, mi sentivo bene ma sono un rudere, mi riavrò?, mi risveglierò?". Me lo chiedeste tanti di voi che avete subito degli interventi chirurgici, dopo l'intervento erano i miei interrogativi. Quale è stato il frutto? Il frutto l'ho colto da voi, ricordo molte persone dopo i mesi, quindi diciamo già nel duemila, duemilauno che mi dicevano: Da quando sei stato male sei cambiato nella predicazione, sei diventato più umano. Ricordo questo ritornello colto sulla bocca di più persone, le più varie, e quando una cosa te la senti dire dall'intellettuale, dall'uomo della strada, dalla persona semplice, da quella colta, forse è vera, sei diventato un altro, perché hai toccato la tua fragilità, il tuo essere poca cosa, il fatto che adesso ci stai e tra un attimo potresti non esserci, e hai assunto un atteggiamento rispetto alla vita meno ieratico, più vicino a noi, più debole. Ecco un altro esempio nella mia vita di una debolezza che è diventata forza, perché probabilmente se il Signore non avesse deciso per me quell'incidente io avrei continuato con i miei moduli di predicazione, e il fatto che tu ti trovi in una camerata di venti persone a lungo, in un ospedale dove girano e non girano, dove non sai mai se domani ti dimettono o no, dove guardi sempre negli occhi dei medici e implori: "per favore liberatemi da questo carcere", chiunque sia stato in ospedale sa che non è un albergo, fosse anche un ospedale... io ero al Gaetano Pini, dove però stavano facendo i lavori, quindi martelli pneumatici, Dio mio! Un prete che vuole entrare in un monastero di clausura catapultato in una corsia d'ospedale dove stanno facendo anche i lavori di ristrutturazione, è tutto, ci sono tutti gli elementi per dire: Qui impazzisco. Ma da quella esperienza "quando sono debole è allora che sono forte" il vostro ex parroco è uscito rafforzato.

Terza e ultima scena che conoscete, più vicina a noi, riguarda i mesi di maggio e di giugno 2006, due anni fa, dove sì io ho cercato durante il Mese di Giugno di fare il forte, di dire: ah beati voi ecc. andiamo, ma lo avete capito da voi che insomma la cosa non mi entusiasmava, che questo trapianto, questa svolta radicale, questo non avere più le mie cose, i miei ambienti, le mie persone, la mia comunità, ecc. per me era una morte. Ecco, anche da quell'esperienza, lo posso dire adesso a distanza di due anni, non mi riferisco solo quando sono stato qui a predicare, ma poi luglio, non ne parliamo del 15 luglio 2006, luglio, agosto, settembre, ottobre, novembre, dicembre, fino a quando si è chiuso il primo anno io sono stato in questa condizione di uno che è incappato nei briganti, lo hanno spogliato di tutto e non sa più chi è, perché i luoghi non sono quelli perché... ecco ma riconosco che in questa spoliazione, radicale quanto una morte, il Signore ha operato, perché la sabbia arida si è lasciata baciare dal mare della grazia, ed era sabbia non era il marmo, la pietra, lo scoglio dove l'acqua non entra cioè era la materia duttile che vede arrivare il mare e se lo beve perché è arida, perché è aperta, perché è povera.

Ecco, ho voluto lasciarvi queste tre date per dirvi poi come questa parola si concretizzi nella nostra vita.

Chiudo. Don Pasquale ha unito questa riflessione a conclusione di questo terzo atto con la Messa, le orazioni per le vocazioni sacerdotali.

Che c'entra questo? C'entra perché vedete, Paolo, Emmanuel, Francesco, Salvatore e gli altri che stanno qui, e quelli che verranno, dovete crescere nell'accettazione dei vostri limiti, perché nella vita spirituale, - questo vale per tutti, ma se un prete non lo capisce fa un sacco di guai, - nella vita spirituale non ci sono eroi, nella vita spirituale non ci sono palestrati che fanno sollevamento pesi, vedete come sono bravo con le mie virtù, la vita spirituale è fatta di povera gente che chiede l'elemosina, che non si scandalizza dei propri limiti. Questo vale per tutti ma vale in particolar modo per chi poi diventa tramite di questa grazia ed egli stesso si scandalizza di sé e degli altri e quindi deve credere ancora più fortemente, più follemente quando sono debole è allora che sono forte, e quando sono forte sono debole, e quando le cose vanno male alleluia, e quando le cose vanno bene mi preoccupo e apro l'ombrello. Ecco questo vale per voi che vi preparate, imparate a non scandalizzarvi, imparate a fare buon frutto della vostra debolezza, della debolezza degli altri senza ombra di scandalo, siate tutti una massa di dannati, ma questa massa di dannati all'atto in cui stende la mano come il mendicante diventa una massa di santi. Questo se non lo sanno i preti e non lo viviamo noi preti in modo particolare e non si preparano a viverlo loro andranno incontro a bang, bang, bang, che era il rumore che una volta si faceva quando si prendevano i pali. Ecco bang, bang, vedete tanti pali e resteranno... chissà che è successo? No, devi..., scendi, scendi negli inferi, negli inferi di te, e non ti scandalizzare perché il prete è quest'uomo che come Paolo dice: Mi vanterò ben volentieri ma delle mie debolezze, perché la potenza di Dio si manifesta massimamente nella nostra debolezza, quando sono debole è allora che sono forte.

***

Il testo, tratto direttamente dalla registrazione, non è stato rivisto dall'autore.

 
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