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MESE di GIUGNO, Parrocchia S.Michele, Piano di Sorrento - 06 Giugno 2008 PDF Stampa E-mail
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Scritto da Teresita   
Thursday 26 June 2008

MESE DI GIUGNO 2008

Venerdì, 06 Giugno

Basilica di San Michele Arcangelo

Piano di Sorrento

Celebrazione Eucaristica

presieduta da

S. E. Rev. ma Mons. Arturo Aiello

Vescovo di Teano - Calvi

 

   Il Signore ci conosce ma mi sembra che ci conosciamo anche noi, ma ci conosciamo in Lui, per Lui, non ci saremmo mai incontrati se non fosse stato Lui a dirigere verso lo stesso punto le nostre vite, le nostre strade, e questo punto di congiunzione è il Suo cuore che in questo Mese di Giugno, qui, si sente palpitare in modo tutto speciale. Sono venuto in pellegrinaggio per sentirlo palpitare come tante volte, per tanti anni, decenni l'ho avvertito. Chiediamo che questa conoscenza di Dio su di noi sia misericordia di chi sa tutto, anche ciò che noi non vorremmo dire, raccontare, ci aiuti a guardarci dentro con verità, ci lasciamo accompagnare in questo pellegrinaggio nella nostra interiorità senza paura, confessiamo a Lui le nostre colpe.

***

Omelia di Sua Eccellenza il Vescovo

   Mi unisco volentieri e con affetto, cari fratelli e sorelle, al cammino che avete appena intrapreso, siete alla fine della prima settimana, prima tappa del cammino Giugno 2008: "Vendi il mantello e compra una spada". Già in questa settimana vi siete confrontati con la fisionomia grande, ben stagliata, potente, che potrebbe addirittura risultare schiacciante, di Paolo, una fisionomia umano-spirituale, come nessun'altra nella storia della Chiesa, che ha deciso anche le sorti della divulgazione, della traduzione del cristianesimo nel tempo in cui egli ha vissuto, quindi una personalità chiave.

Ieri Don Pasquale, il vostro parroco, vi ha delineato l'aspetto missionario, questa instancabile missione, questo non accontentarsi di Paolo a un piccolo viaggio, ad una sola regione, a fondare qualche comunità, ma all'ampiezza del suo cuore che ha abbracciato il mondo intero allora conosciuto. Questa sera ci chiediamo: dove Paolo attinge la forza per essere così propulsivo? qual è il segreto di questa dinamicità che caratterizza la vita di Paolo, la sua missione, la sua teologia, l'impasto di vangelo e cultura che egli per primo ha realizzato in assoluto nella Storia del Cristianesimo? Qual è il tuo segreto, Paolo? Vorremmo che ci parlasse, e spero che l'ora tarda non attenui la vostra attenzione, anch'io spero d'avere, ovviamente nego paritatem, l'attenzione, di cui avete ascoltato alla fine del vangelo, che Gesù raccoglieva. Qual è il segreto di Paolo? È innanzi tutto la congiunzione, ma questo vale per tutti noi, quel punto di sutura tra la grazia di Dio e la libertà dell'uomo. S'incontrano sempre due libertà, due grandi libertà, perché anche la mia libertà, anche quella di Paolo, prima Saulo, è una libertà grande, e queste due libertà sembrano escludersi, come dice la cultura oggi, o Dio o l'uomo, o la libertà di Dio o la libertà dell'uomo, in realtà queste due libertà riescono a coniugarsi insieme. Il segreto di Paolo è anche l'incontro tra una grande chiamata ed una grande risposta, anche qui sono presenti due ambiti, quello di Dio e quello dell'uomo. Quello che dico di Paolo è vero anche per noi, cioè anche nella tua vita, anche nella mia vita c'è una grazia e può esserci un atteggiamento di apertura pieno a questa grazia e allora la tua vita fiorisce, tu fai grandi cose, oppure c'è una grazia che va perduta o una grazia realizzata, utilizzata solo in minima misura. Questa è la condizione purtroppo di gran parte di noi, cioè noi abbiamo ricevuto... è come se io vi dessi un potenziale economico enorme e voi spendete solo qualche euro, solo qualche spicciolo. È questo il dramma della nostra vita cristiana, siamo ricolmati di grazia ma questa grazia per lo più va perduta, è misconosciuta, non trova fecondità, non trova accoglienza. Paolo non solo è il capolavoro di Dio, come evento che è sceso dall'alto, ma è anche il capolavoro dell'umanità ricettiva, pienamente accogliente. Paolo è stato una spugna che ha accolto, che si è imbevuta pienamente della grazia facendola fruttificare al massimo. Egli confesserà: "La grazia di Dio in me non è stata vana". Ma questo - vogliamo entrare un po' più dentro a questo mistero per quanto sia possibile comprenderlo - questo richiede anche - attenti - la riformulazione della personalità di Paolo. Questa prima settimana Don Pasquale l'ha intitolata "da Saulo a Paolo". Tra questi due personaggi, tra queste due stagioni della vita di Paolo c'è continuità? Sì! C'è discontinuità? Sì! C'è l'una e l'altra, ma io vorrei sottolineare innanzi tutto la continuità, cioè Paolo era grande anche prima, era grande anche nella persecuzione, era ai primi banchi e nelle prime file anche in quest'azione di demolizione di questa giovane fede che da lui era ritenuta una eresia, quindi in qualche maniera la grazia di Dio è entrata nella natura, nella umanità, nel carattere, nella cultura, nella passionalità di Paolo e l'ha riformulata, l'ha riorientata. Paolo è un uomo riorientato, rifinalizzato. Attenti che tutto quello che dico di Paolo è vero, può essere vero, potrà essere vero anche per noi, cioè quello che tu sei, quello che tu hai, la cultura che hai, più o meno grande, la passionalità, il carattere, anche i difetti, perché Paolo ha anche dei difetti, ma tutta questa umanità è stata presa, impattata dal vangelo, dall'incontro con Gesù sulla via di Damasco e interamente riorientata. Questo è il prodigio di quello che Paolo è diventato, diventerà. Nella Lettura, che vi ha accompagnato in questa settimana, egli dice: "Non ritengo ancora di esservi giunto", per dire "sono ancora in evoluzione, sono ancora in ebollizione, sono ancora in cantiere", ma noi guardando a distanza di duemila anni questa fisionomia dobbiamo dire: Miracolo della grazia, ma dobbiamo anche dire: Miracolo della corrispondenza alla grazia, che è riuscita a trovare un vaso e lo ha completamente rifatto - attenti! - "rifatto" non significa che quello che Saulo era  prima adesso non esiste più, "rifatto" utilizzando gli stessi elementi che facevano parte della natura di Saulo, quindi anche la sua fisicità, la sua corporalità, il suo essere maschio, la sua sessualità, tutto in qualche maniera è stato evangelizzato e riorganizzato per questa missione unica che Paolo avrebbe dovuto svolgere e che ha svolto egregiamente.

Che cosa ci manca per essere anche noi così?, mi sono chiesto e mi chiedo stasera, non potrei essere anch'io Saulo diventato Paolo? non potrebbe anche in me la grazia avere questo effetto di abbracciare tutto quello che sono senza che nulla vada perduto riorientandolo in una dimensione nuova, rifinalizzandolo? È possibile anche per me, anche per te, ma c'è bisogno che noi smettiamo, permettetemi questo termine un po' ambiguo, un certo pacifismo imperante. Siamo un po' tutti pacifici e pacifisti.

Don Pasquale ha scelto per questo mese una parola, uno slogan, che è Parola di Gesù, non se l'è inventato, è uno di quei detti di Gesù, che sembrano così strani, che sono andati un po' vagando nel vangelo, e poi hanno trovato un'allocazione, una collocazione, ed è "vendi il mantello e compra la spada".

Forse ci manca un aspetto combattivo della fede - attenti, non voglio assolutamente lanciarvi in una nuova crociata, ma intendetemi bene - combattivo della fede che richiede l'abbandono del mantello, segno di protezione, di coccole, di quelle dolcezze che tutti cerchiamo, a partire dalla cioccolata per finire ad altre cose, e assumiamo questo aspetto un po' duro, combattivo, vorrei dire, virile della fede. E quand'è cominciato questa sorta di pacifismo che poi ha portato questi frutti terribili che sono sotto gli occhi di tutti noi? Per la memoria che ne ho io, e che credo ne abbiano anche quelli della mia età, un po' più avanti un po' più indietro, è cominciato con uno slogan quando noi eravamo ragazzi, uno slogan che è partito dagli Stati Uniti, eravamo ai tempi della guerra del Vietnam, e poi è entrato nella cultura europea ed è giunto fino a noi, ed è: "Non fate la guerra, fate l'amore". Ve lo ricordate? Questa espressione, che era negli anni '70, '60-'70, una sorta di poema, "non fate la guerra, fate l'amore", ebbe nella nostra cultura italiana anche una tradizione musicale da parte di un gruppo che, lo ricorderanno quelli con i capelli bianchi, si chiamavano "I Giganti". Ve li ricordate "I Giganti"?, e vi ricordate cosa cantavano? "Mettete dei fiori - bravi!, la memoria ce l'avete - mettete dei fiori nei vostri cannoni". Allora voi ve li immaginate questi cannoni che sono diventati portafiori dove mettiamo i fiori, per dire "qui nessuno più deve combattere". Quando noi abbiamo sentito questa canzone, abbiamo raccolto questo slogan, eravamo entusiasti, perché dicevamo "è giusto, finalmente!, basta con questa guerra, con questa violenza, finalmente un'era di pace". Ma, ahimé!, questa era di pace è diventata un'era di morte, di appiattimento generale, perché tutti han finito di fare la guerra, han cominciato a fare l'amore, nel senso deteriore del termine ovviamente, e alla fine le energie per combattere innanzi tutto la guerra più difficile, che è quella contro se stessi, nessuno ne aveva più a disposizione, perché i cannoni non c'erano più. C'è un cannone? No, ci sono solo i portafiori. Qualcuno vuole arruolarsi? No, siamo tutti a fare l'amore. Ecco, alla fine non c'è più un cannone, cioè non c'è più un segno che dica "qui c'è un nemico da combattere, qui c'è uno stile più austero da assumere, qui dobbiamo armarci contro noi stessi, perché il nemico numero uno di me sono io. Ecco come a partire da quelle frasi che noi abbiamo bevuto e che hanno bevuto anche quelli che non appartengono, come noi, a quell'epoca, ma in qualche maniera poi sono andati sull'onda di quella cultura o pseudocultura generando quella che adesso si dice della nostra generazione: la generazione delle passioni tristi. Non so se avete sentito questa definizione che viene dal mondo psicologico.

Cosa significa la generazione delle passioni tristi?, cioè delle passioni innanzi tutto senza grinta, senza vis, perché la passione chiede la vis, la forza. Da vis viene virile, che è una forza. E queste passioncelle, queste cosettine appena appena forzate, queste storie che cominciano e finiscono, questa voglia di nascondersi, di non assumersi delle responsabilità, di non impegnarsi, questa sorta - avrebbero detto i Padri antichi, perchè niente di nuovo oggi si scopra che i Padri non abbiano detto - questa sorta di acedia, acedia, da cui poi è venuto il termine accidia, che non esprime bene tutto quello che poi il termine latino acedia diceva. L'acedia è anche la tristezza, questa sorta di svenevolezza, questa sorta di romanticismo esasperato, fiorellini dovunque, cuoricini da ogni parte, acedia è anche questa voglia di dormire, di alzarsi tardi, di non impegnarsi, di non andare al lavoro, di non darsi da fare. La parola "triste" io la assumo anche nel termine latino, "triste" in latino non significa una persona malinconica, ma una persona cattiva, da cui il nostro dialetto "è trist", dicevano i nostri, ma questo si va perdendo, quando un bambino "è trist" non è un bambino malinconico, è un bambino cattivo, cattivello, un po'..., insomma "è trist". Ecco, "triste" significa cattivo, quindi le cattive passioni, è il tempo delle cattive passioni, la relazione, l'amica, l'amico dell'amico, ecc., tutti gli incroci che conoscete, ecc., le telenovelas, che poi sono anche nelle nostre case da un po' di tempo, e quindi una sorta - questo è l'aspetto più importante che mi preme dirvi - una sorta di dispersione di energie, per cui alla fine, nel lavoro, nella professione, nella ricerca scientifica, nell'evangelizzazione, per un grande ideale non c'è più nessuno disponibile. Ma, che dici? che predichi? noi vogliamo andarci a fare la pizza stasera, devo uscire con la ragazza, possibilmente sempre una diversa, o col ragazzo.

Queste sono le passioni tristi.

E allora le passioni tristi sono il contrario della vis, cioè della grande passione, cioè della grande forza.

Paolo non era preso dalle piccole passioni, dalle passioni tristi, ma è un uomo raccolto intorno all'evangelo, impiantato, cementato, impastato in tutte le sue parti intorno alla missione di salvare se stesso e salvare gli altri. Di qui il segreto del suo essere inossidabile, di qui la sua forza, quindi Paolo stasera ti confida un segreto se anche tu vuoi fare qualcosa di grande. Starete pensando: Ecco sempre lo stesso orientamento alla vita celibataria... Badate, questo vale per tutti, vale anche per gli sposati, vale anche per i fidanzati, non vale solo per i preti, i vescovi, le suore, i frati, vale per tutti, ovviamente a seconda della vocazione poi ha una sua concretizzazione, ma se anche nel matrimonio non smettiamo di avere queste passioncelle, queste passioni tristi, e tanto più poi i giovani, noi finiremo veramente nell'appiattimento generale. Allora avete visto?, siamo partiti da "mettete dei fiori nei vostri cannoni" e siamo finiti che non ci sono più cannoni, più fiori - nessuno li pianta - non c'è più niente, c'è il deserto. E il deserto è l'assenza della vis, è l'assenza della passionalità, è l'assenza dell'appassionarsi che viene da una personalità compaginata, senza deviazioni, senza - permettetemi il termine - senza masturbazioni mentali, senza evasioni, un uomo qui, tutto qui.

Paolo, lo vedete, fa polemica, e anche quando fa polemica è grande ed evangelizza, cioè è un uomo, Paolo è un uomo. Ingiustamente qualche volta lo si è fatto passare per un misogino, uno che non amava le donne, no, non è così, anche se dice che le donne devono tacere nella chiesa, questa è una parola di quella cultura. Paolo è un uomo, che stasera incontri nella sua umanità e nella sua virilità, che ti confessa che aver fatto tutti questi viaggi, aver fatto ingranare tante comunità, aver generato tanti figli, aver scritto tante lettere..., tutta questa vitalità nasce dal suo essere compatto nel cuore, nella sessualità, nell'umanità, nella cultura, in tutto, compatto intorno a Gesù. Questa unità dobbiamo chiedere.

Questo forse ve l'ho già detto una volta, ma mi ha colpito nel 2000 il commento di Tonino Maione, chissà da che parte sarà Tonino Maione in questo momento. Nel '99 avevamo tirato su quella enorme campana, che si chiama Trinità. Il giorno dopo, sì perché era Domenica, quindi lunedì, fatta la solita riunione animatori, dove da sempre, credo che faccia così anche Don Pasquale, si cerca di dire: ma insomma che è successo?, di rileggere, perché altrimenti i giovani dimenticano tutto, anche le cose grandi. Bene, tutti dissero: abbiamo sentito l'emozione, la campana che saliva, i primi rintocchi, ecc., questo Tonino Maione se ne uscì con una cosa stranissima, che sembrò anche un po' osé sul momento ma poi mi è risultata come un guizzo di sapienza, disse così - come se la cosa non c'entrasse -: "Guardando quella campana io ho pensato alla sessualità del nostro parroco". Ah, Dio mio!, insomma c'erano da fare anche dei pensieri cattivi per la verità, però disse proprio così. Ma voi sapete che questa cosa è verissima, verissima. Che voleva dire il buon Tonino Maione nel 1999? (eravamo prima di Natale). Voleva dire: Se il nostro parroco, ma questo vale anche per voi, avesse l'amante, avesse l'amichetta, avesse le sue storielle, ma che vuoi fare campana! non avrebbe né pensato alla campana, né ad altre cose, perché queste passioni tristi alla fine ti tolgono la vis, ti tolgono il vigore, ti tolgono la creatività, ti tolgono le idee, ti appiattiscono, per cui quell'animatore, quel giovane animatore allora, capì, intuì forse, rievocando ed impastando a modo suo quello che magari aveva sentito in qualche predica, in qualche Corso di Esercizi spirituali, che la sessualità del parroco d'allora aveva a che fare con quella campana, perché quella campana, nella sua forza, nella sua possenza, nella sua prestanza, nasceva da una mente, - ecco, mi capite? - da una mente vivace. Voi la vedete la vivacità nei giovani? Morti, morti! Vedete che vogliono combattere? Niente, una vita tranquilla! Se li pensionate i vostri figli giovani saranno arcicontenti, vogliono fare i mantenuti, vogliono fare i figli di papà, vogliono che voi gli assicuriate tutto. Mi perdonino i giovani presenti, ma più o meno siete così. Bene, dovete vendere il mantello e comprare la spada.

Vi lascio con questa prima lettura, poi Don Pasquale ve ne darà altre dello slogan, del motto di questo Mese di Giugno.

Il mantello sono proprio queste passioni tristi, questo accomodarsi, questo cercare un po' di calore; il mantello quando fa freddo è comodo, ma se tu vendi il mantello che ti tiene caldo e quindi rinunci ad una soddisfazione immediata per comprare una spada, perché non è vero che bisogna fare l'amore al posto di fare la guerra, bisogna fare la guerra, bisogna fare la guerra. Paolo l'ha fatta e così è diventato grande. Se tu non combatti con i tuoi figli, se tu non combatti a scuola, se tu non combatti nella comunità parrocchiale, se tu non combatti nella comunità civile, qui finiremo tutti morti, ma morti di sazietà, contenti di morire in questo deserto dove non succede niente, invece ci sono delle intelligenze, ci sono delle energie, ci sono delle novità, ci sono delle iniziative da intraprendere, ci sono delle vie nuove da aprire, chi le aprirà? I "nuovi Paolo" ma anche le "nuove Paole", cioè questo vale anche per le donne, cioè coloro che rinunciano a mettere i fiori nei cannoni. No, i cannoni servono per sparare, i fiori mettiamoli nel portafiori, ma i cannoni servono per cannoneggiare.

Ecco, io vi auguro, spero di avervi messo dentro un po' di adrenalina, così avete più difficoltà stasera ad addormentarvi, vi auguro di - seguendo Paolo - di guardarlo da questa lente che vi ho offerto stasera, magari in una maniera un po', come sempre, strana e fuori, un po' sopra le righe. Guardate Paolo e dite: "Ma qual è il segreto di quest'uomo?". Il segreto di quest'uomo è la grande passione, e la grande passione per vivere ha bisogno che muoiano le piccole passioni, i piccoli desideri, i desideri di piccolo cabotaggio, in modo tale che il transatlantico possa varcare gli oceani e giungere alla meta.

Auguri! È difficile. Toglietevelo questo mantello, in particolare voi giovani già invecchiati, già con i vostri traffici sotterranei, vendete, vendete questi mantelli, che siete ancora in tempo, e comprate una spada, potrà esservi utile.

***

Il testo non è stato rivisto dall'autore.

 
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