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Celebrazione Eucaristica - Parrocchia Madonna delle Grazie - Seiano, 4 Luglio 08 PDF Stampa E-mail
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Scritto da Teresita   
Friday 11 July 2008

Parrocchia Madonna delle Grazie

Seiano, 04 Luglio 2008

Celebrazione Eucaristica

presieduta dal Vescovo di Teano - Calvi

S. E. Rev. ma Mons. Arturo Aiello

***

   Celebrare l'Eucaristia è sempre tornare a casa, questo accade in ogni celebrazione, a volte questo tornare a casa ha una connotazione ulteriore, è così per me e per voi.

Vi ringrazio per quest'invito, ringrazio Don Marco, Don Saverio, che l'anno scorso, due anni fa si è era fatto promotore di un collegamento tra chi era nato qui e il Vescovo nominato e ordinato.

Sentiamoci accolti, ritroviamo le radici, le nostre sono radici mariane, come ci ricorda la statua alle mie spalle e davanti a voi. È la Madre che ci raccoglie e la madre è la Chiesa che apre le sue braccia, e una madre ha sempre parole di perdono. Dalla bocca della Chiesa ascoltiamo le parole del perdono che Gesù ci ha acquistato; per questo confessiamo senza difficoltà i nostri peccati.

Omelia di Sua Eccellenza il Vescovo

   Ringraziamo il Signore che ci dà la possibilità di vivere questo momento, che è un momento propositivo, come ogni Eucaristia, che ci lancia verso il futuro, ci fa fare propositi ardui, santi, grandi, ma anche un momento di memoria, e le due cose non sono disgiunte, separate, perché solo chi ha memoria, chi ha una storia, chi ha delle radici può progettare, può gettarsi, come dice un filosofo del ‘900, può gettarsi verso il futuro. E in questa chiesa c'è anche una parte di me.

Qui c'è Don Pasquale, parroco della parrocchia di S. Michele a Piano, dove - diciamo - c'è la stragrande maggioranza delle mie memorie, perché da 13 a 51 anni, da seminarista e poi da prete e poi da parroco ho vissuto ininterrottamente in quella chiesa. Qui c'è l'imprinting della fede, perché fino a 13 anni io sono stato qui, per cui conosco queste statue, queste immagini, in particolare l'immagine che è alle mie spalle, che è davanti a voi, quella della Madonna delle Grazie, e la vita, a volte lo dimentichiamo, è fatta anche di immagini, di ciò che vediamo. Cosa vedono i nostri figli ora? cosa vedono i vostri nipoti? A partire da quello che vediamo noi saremo. Io ho visto queste statue, queste tele, questa enorme cupola, e queste immagini per me, come per tanti di voi, hanno influito in una maniera determinante sulla mia fede, sulla nostra fede.

È bello che la Chiesa ha sentito il bisogno delle immagini, perché la fede è umana, la fede è fatta anche di occhi, e gli occhi vogliono vedere e gli occhi si debbono posare su certe immagini, su certi oggetti, per esempio conosco quella croce d'argento, l'incensiere che ho utilizzato per incensare l'altare, quel calice, quella pisside e tante cose. L'educazione è fatta di immagini, l'educazione umana, anche l'educazione alla fede. Diffidate di quelli che vorrebbero una fede senza immagini, e quindi senza luoghi, e quindi senza templi, e quindi senza sensazioni da ricordare. Diffidate di una trasmissione piatta, come anche diffidate di certe immagini che entrano nel cuore dei nostri bambini, dei nostri ragazzi, immagini violente, immagini erotiche prima ancora che si risvegli questa dimensione della sessualità in una maniera forte nell'adolescenza, e pensate che noi stiamo creando gli uomini di domani con quelle immagini, le immagini violente creeranno uomini violenti, come le immagini della fede hanno destato la fede nel cuore di tanti di noi, anche nel mio qui. E d'altra parte la stagione dell'infanzia è una stagione privilegiata per la fede. Anche qui mi vengono in mente le espressioni dei sessantottini del tempo: "Aspettiamo che i nostri figli diventano grandi per scegliersi la fede che vogliono", come se la fede fosse un supermercato dove ciascuno sceglie quello che gli aggrada di più. La fede, come le cose importanti della vita, si succhia con il latte; la fede è anche - se qualcuna di voi è incinta in questo momento - ciò che tu stai vivendo, stai sentendo come donna incinta, che si trasmette fisicamente al tuo bambino, di cui forse non conosci ancora il sesso e il nome, si trasmette fisicamente; e quello che tu senti, e il profumo dell'incenso, e il canto, e le parole della liturgia, e questo essere raccolti dall'abbraccio di questa chiesa ottagonale, come tanti altri segni della liturgia, incidono su di te, sul bambino che aspetti, incidono sui nostri figli. Quindi attenti perché mentre forse con una punta di nostalgia noi ricordiamo d'aver vissuto qui delle cose, e il "noi" non è maiestatis, io e voi pensiamo anche che stiamo mettendo i presupposti di un'altra umanità e anche di un'altra forma di fede, semmai ce ne sarà una in futuro.

Questa era un'introduzione per fare in modo che il nostro incontro intorno all'altare non avesse soltanto - come dire? - l'aspetto dell'amarcord, del revival, del "ti ricordi...?" quando eri bambino, quando eravamo bambini, quando facevamo catechismo, anche questa era l'unica aula disponibile a gruppetti negli altari secondari, e quindi c'era questo brusìo terribile e chi sa come s'imparavano le cose senza essere disturbati gli uni dagli altri, per evitare che quest'incontro avesse soltanto la matrice della nostalgia vi ho detto che come queste immagini ci hanno formato così potranno formare i nostri figli.

La Parola di Dio che abbiamo ascoltato, che Salvatore diacono e speriamo tra non molto presbitero, figlio di questa terra vi sta raccontando, questa Parola ci riporta a un banchetto, a un banchetto nuziale, ad una vita che è un banchetto nuziale, ad un banchetto nuziale che è la vita, dove le cose sembrano progettarsi nel modo migliore ma prima o poi precipitano nella mia come nella vostra, nella mia casa come nella vostra le cose sono precipitate, e quando precipitano le cose? Quando ci aspettiamo che venga primavera e viene l'inverno, quando abbiamo sognato un amore eterno e il marito, la moglie ci ha abbandonati, quando aspettavamo un figlio che non viene, quando avevamo imbandito la mensa e invece entra una bara, ecc., ecc. E allora in quei momenti, quando la vita precipita, c'è una Donna che recita una preghiera, forse una delle più sintetiche che troviamo nel vangelo: Non hanno più vino, o forse è stata detta così: "Non hanno più vino", sussurrata nell'orecchio di Gesù, all'orecchio del cuore. Cosa significa "non hanno più vino"? Significa sta per precipitare la festa, "la festa è appena cominciata ed è già finita", cantava Sergio Endrigo quando noi eravamo adolescenti. Ve la ricordate? "La festa è appena cominciata, ed è già finita" (ndr.: il Vescovo intona il motivo). La festa, che appena comincia e poi finisce subito, è: non hanno più vino, è quest'aspetto drammatico della vita (Paolo VI dice che la vita è meravigliosa e drammatica) che è presente nell'esistenza di tutti noi, nelle relazioni, nel lavoro, è l'assenza di qualcosa che fa cantare, perché il vino fa cantare - non ne ho bevuto prima di venire qui, state tranquilli!, non ne posso bere - il vino fa poetare, il vino mette voglia di vivere, il vino allieta le mense, il vino rende quelle mense, silenziose all'antipasto e al primo, mense chiassose, e sguardi arrossati e  gote arrossate quando comincia a scorrere, quindi il vino è la gioia, il vino è la speranza, il vino è la vita, il vino è la fede, perché a volte anche nelle nostre parrocchie dobbiamo dire "non hanno più vino", non hanno più fede, non hanno più speranza, non c'è più quella vitalità, quel vigore della fede che abbiamo conosciuto nella nostra infanzia o in tempi andati. Viene a mancare qualcosa. Bene, ricordati, anche se tu non senti questa preghiera, che quando tu sei in difficoltà la Madre dice "non hanno più vino". E perché lo dice la Madre? Perché la Madre intuisce il dramma del figlio prima che il figlio ne abbia coscienza. Le mamme che ci leggevano nel cuore quando eravamo bambini sono le stesse che oggi ci guardano e intuiscono una pena che noi non vogliamo raccontare. E Maria è una Madre e la Chiesa è madre, e Maria e la Chiesa in quanto tali, in quanto madri, si rendono conto dei problemi del mondo e dicono "non hanno più vino". Non è una preghiera lanciata al vento, ma ha un indirizzo preciso, e questo indirizzo è il Cuore di Cristo presente nelle nostre storie, nelle nostre case, nelle nostre chiese. Come commensale guai a te se non inviti Gesù al tuo matrimonio, in quella amicizia, nel tuo fidanzamento, nel tuo lavoro, nella tua sofferenza, Gesù è il primo degli invitati alle esperienze della nostra vita, e quando Gesù è invitato e quando è nel novero, nel numero degli invitati noi non abbiamo nulla da temere perché qualsiasi cosa succede Egli interverrà, perché Sua Madre Gli sussurra "non hanno più vino". E qui il pensiero va a Maria. Vi dicevo già all'inizio della Messa che qui abbiamo imparato a conoscere la Madre, perché la mia fede, come la fede di tanti di voi, è una fede mariana, perché la fede non può non essere mariana, perché questa immagine con l'altra più antica, l'affresco che era sulla vecchia chiesa, da cui poi il titolo di S. Maria Vecchia, rimasto come ricorderete dalla storia leggendaria in piedi con questa effigie, queste immagini ci hanno trasmesso il senso della Madre. E qui vorrei condividere con voi un ricordo preciso. Attenti ai ricordi dei bambini, e attenti anche a porli nella condizione d'avere dei ricordi. Non dovevo avere più di 4 o 5 anni, e non ero un bambino prodigio, state tranquilli, ero un bambino normale, come tutti, ma mi è rimasta questa scena impressa. Quindi io avevo 4 o 5 anni, mia madre aveva in braccio mia sorella, che ne aveva 2 o 3. Le esperienze che ti segnano hanno anche una connotazione precisa; eravamo, io bambino e mia madre, giù di fronte alla salita della stazione e - allora si faceva così - quando saliva la statua dal Santuario si scendeva alla spiaggia, non ve lo consiglio, non vi sto dicendo "mi raccomando, torna ai tempi andati", no, l'importante è il ricordo. Quindi vedo salire, ero un bambino, questa statua già è grande, voi immaginatela guardata con gli occhi di un bambino, sembra enorme, una regina, perché la corona, perché il manto ricamato d'oro, una regina col suo bambino, quindi io ho visto, ho presente questa sequenza e chi conosce i luoghi mi può seguire, questa statua nell'ultima parte della strada della spiaggia, poi gira e sale, e quindi passa davanti a noi. Un bambino, io, vede sua madre inginocchiarsi nonostante avesse in braccio una bambina, e questa scena mi è rimasta impressa e io la vedo come se fosse ora e sono passati diciamo 50 anni, quasi 50 anni. Ovviamente un bambino vede la madre sempre anziana, benché allora mia madre fosse giovane, e allora mi son chiesto: cosa ha frullato nella mente di Arturo bambino? Se mia madre, non so poi se è un ricordo legato alla realtà, con le gambe gonfie, quindi sofferente, s'inginocchia sul selciato davanti a questa regina che passa sarà importante. Ecco, questo ricordo, ripeto, non credo che vada oltre i 4 o 5 anni, per me quando ripenso all'imprinting mariano della mia fede è la comunicazione di un messaggio avvenuto in silenzio. Mia madre non mi ha detto "inginocchiati!", non è neanche il caso di inginocchiarsi davanti alle statue, spero che questo lo sappiate, ma una fede semplice utilizzava queste modalità, adesso prendiamo ovviamente la cosa senza le discussioni elaborate negli anni successivi. Mia madre s'inginocchia in difficoltà davanti a questa statua, e allora questa Madre è importante. Ecco, condivido con voi quest'esperienza per dire come Maria è entrata nella mia vita, poi dopo c'entrerà in una maniera più forte, perché la festa patronale diventa il centro dell'anno, perché il chierichetto, perché le Messe servite a Don Salvatore Maresca giù al Santuario o qui, la Novena che state facendo anche adesso, l'Ottavario che si faceva, non so se si fa ancora dopo la festa, insomma questo scandire i tempi a partire da Lei, dalla Madre, è diventato nella mia esperienza l'importanza di Maria, poi si sono aggiunte tante altre cose, il catechismo della signorina Nora, mi piace ricordare la signorina Nora in questo momento come tanti altri defunti, tantissimi della mia infanzia, nozioni, cognizioni, la ieraticità del parroco Maresca, ecc., ecc., e avete il bagaglio che mi ha accompagnato e che ancora oggi mi sostiene. È chiaro che negli anni degli studi teologici, negli anni del ministero e in questi due anni di episcopato avrò imparato tante cose, ma quando poi uno deve stringere, e dire "ma io perché credo? qual è l'esperienza fondante della mia fede?", io debbo mettere quel quadro di mia madre in ginocchio con in braccio mia sorella davanti alla statua che passava, a dire: c'è una regina!, è bella, è la Madre, puoi parlarle, ti presenta il Figlio, lo allatta, ti allatta, si prende cura di te.

Ecco io potrei continuare a lungo, cari fratelli e sorelle, ma credo che su queste cose si giochi molto, si giochi molto della nostra fede, si giochi molto anche del futuro della fede, cioè nel ritrasmettere, ecco dico così adesso per chi si fosse distratto e messo in comunicazione in questo istante, ritrasmettere una emozione; oggi si fa tanto parlare di emozioni soprattutto nel mondo giovanile, ma le emozioni che è vero sono passeggere, a volte eternizzano un momento, per me l'emozione per esempio qui era il parroco Don Salvatore Maresca l'8 maggio e la prima Domenica di ottobre a recitare la Supplica, adesso dicono che è antiliturgico, ma allora si faceva, credo si faccia ancora, davanti al Santissimo solennemente esposto e questa voce... ecco per me queste cose sono state importanti, adesso non sto qui ad indicare la mia vita perché ognuno di voi al posto mio potrebbe rievocare esperienze analoghe, l'importante è il metodo, cioè noi non possiamo comunicare la fede intellettuale, la fede delle cose da imparare, adesso non s'impara più niente, la fede... No, la fede è la vita e la vita è fatta di emozioni e ci sono delle emozioni fondamentali che fissano un'idea, un concetto, un aspetto del Credo, e quando, vorrei dire a coloro che insegnano, quando un'idea, un'immagine, un momento è accompagnato dall'evidenziatore dell'emozione è per sempre, cioè tu dopo 50 anni puoi tirarlo fuori come se l'avessi vissuto ieri. Quindi attenti voi che insegnate, voi che fate catechismo, voi che insegnate ai bambini, che non si emozionano più per nulla, oggi si parla di un appiattimento delle emozioni, cioè nessuno più si commuove, nessuno più sente una vampata, e non per la menopausa, ma diciamo per un sentire spirituale, tutti così addormentati nei banchi, nelle celebrazioni non si sente volare nulla, e dobbiamo tornare, a far vivere e a vivere noi stessi delle emozioni che possono fissare delle parole per la vita, e allora quella persona può anche andarsene, ma se tu al Campo scuola, se tu agli Esercizi, se tu in una predicazione le hai fatto vibrare il cuore, direi al vostro predicatore in erba del Novenario, questo basta! Don Salvatore, non rimpinzare questo popolo, non lo farai, di concetti, di mariologia, di cose che non servono, ma accendi una luce, ma fa sentire un canto, ma collega, fa battere una volta il cuore di questi fedeli, e allora... sarà per sempre, anche se si dovessero disperdere, torneranno, perché quel momento si è fissato nella loro vita in una maniera indelebile, dovremmo dire eterna ma il tempo non è eterno, per tutta la durata della vita.

Per questo stasera voglio concludere con, a proposito di emozioni, con una poesia di un autore che forse non conoscete, Ernesto Murolo, forse conoscete il cantante, non è la stessa persona, quello era Roberto. Questa poesia ve la leggo a metà, l'ho tirata fuori mercoledì scorso perché sono stato a presiedere un'Eucaristia al Carmine a Napoli, e questa poesia è ambientata lì, s'intitola "'o miercurì d' ‘a Madonna ‘o Carmene", perché ogni mercoledì lì si raccoglie la gente, si celebra l'Eucaristia, e mi dicevano i Padri carmelitani, anche se il mercoledì dovesse essere il 15 agosto in pieno caldo o, non so, in giorno di Capodanno, state tranquilli che la gente qui il mercoledì viene. Ovviamente questa poesia non evoca, non rievoca una scena d'oggi, ma una scena un po' datata, diciamo anni '40, quindi immaginate questa grande chiesa e questa gente che si accalca, dice all'inizio che sono persone anche poco raccomandabili che però sentono nel giorno di mercoledì di dover rendere culto alla Madonna Bruna.

Ndr.: Il Vescovo legge solo la seconda parte della poesia "'O miercurì d' ‘a Madonna ‘o Carmene".

Arde ‘a Cappella p"o calore e ‘e ccere.

Veco, attuorno, 'sti mmure cummigliate

‘e ritratte ‘e surdate:

guardie ‘e finanza, muzze, berzagliere

E ognuno ‘e lloro tene ‘a sora o ‘a mamma,

ch"a vascio ‘o guarda fisso...

E chiagne... E ‘o chiamma...

E dà n'uocchio ‘a Maronna e n'ato a isso...

Quanta prighiere! Che scungiure! E quanta

vute, prumesse, lagreme!... - >

(stà dicenno ‘na femmena gravanta

‘nfacci"a Maronna) ...>

- > - dice ‘na vecchia.

E chell'ata, cchiù forte: - >

(Chiagneno tuttuquante. ‘A puverella,

c"a voce cchiù abbrucata,

scaveza, arrampecata

p"e ggrare addò stà ‘o quatro, arditamente,

mo' amminaccia ‘a Maronna >)

(E spalle d"a Cappella,

‘a folla ‘e dint"a Chiesia ha visto, sente,

se move, sta spianno...)

(E cu"e capille

sciuovete, cumme a ppazza, ha stesa ‘a mana,

e ha tuzzuliato ‘nfaccia a lastra santa...

Ma tutto nzieme ha date tali strille

ch'ha revutata ‘a Chiesia tuttaquanta...)

> Ll'uocchie nfuse...

... A lastra nfosa...

- >

- >

- >

(Doi, tre voce cunfuse,

nnanz"a 'sta mana stesa, cunzacrata,

ca nisciuno ha tuccata...

e po' ciento... E po' tutte:)

- >

> -

È bella quest'atmosfera di una fede semplice ovviamente molto popolare, popolana, e io mi chiedo se questa non sia la fede, ed è bella anche in questa conclusione dove questa vecchia s'è arrampicata fino a giungere al quadro e tuzzuleia, perché vuole attirare l'attenzione della Madonna, è bello che l'autore racconti che alla fine si commuove lei stessa, perché la Madonna piange. Vedete noi stiamo qui stasera, e vorremmo essere guariti, vorremmo che il marito tornasse, vorremmo che il figlio si ravvedesse, vorremmo che il cancro regredisse, e sono desideri umani che ciascuno di voi può mettere nelle mani di Maria perché li presenti a Gesù, ma alla fine quello che importa di più è capire che le tue lacrime, nun te ne 'mporta de' lacrime mie, le tue lacrime commuovono Dio, perché il pianto di Maria in questa poesia della Madonna Bruna è il pianto di Dio, cioè Dio ha pietà di te, ha pietà delle tue piaghe spirituali e fisiche e affettive, e forse ve ne tornerete a casa, voi direte con una magra consolazione, no, questa è una grande consolazione perché io voglio anche soffrire purché questa mia sofferenza abbia un senso, purché qualcuno se ne accorga, non i miei vicini, le persone che mi vogliono bene, qualcuno se ne accorga, e raccolga, come dice il Salmista, le mie lacrime nell'otre tuo raccogli, e quando Dio che raccoglie le lacrime è anche il Dio che piange, allora siamo in buona compagnia. Sembriamo tutti perdenti perché quando ci sciogliamo in lacrime ci sembra di non aver più altro da fare, ma se è perdente con noi Dio stesso che piange, allora siamo vincenti. E questa scena così ardita di una fede che interroga, noi dovremmo avere una fede che interroga, che grida, le nostre preghiere sono troppo sottovoce, sono troppo educate, questa preghiera mi fa venire in mente, e concludo veramente, un'altra grande pagina, questa è una pagina minore, ma c'è una grande pagina della letteratura mondiale che porta la firma di Eduardo De Filippo, dove anche lì Filumena Marturano giovane interroga la Madonna. 'A Madonna d' ‘e rrose, perché questa donna che è un capolavoro, forse è il più bello, a tutto tondo, personaggio eduardiano, questa donna che è nata e vissuta nella povertà da bambina e poi vede le compagne (ricordate questa scena) che arrivano poi gli orecchini: e com'è, com'è? Accussì... accussì... rispondono, perché lei non aveva ancora capito come bisogna fare per avere questi abiti... accussì. E poi anche la povera Filumena impara accussì, e quindi comincia anche lei il mestiere più antico e più umiliante del mondo. E poi quando si trova incinta e le amiche le hanno detto come deve fare perché tutti anche oggi, particolarmente oggi abbiamo consigli da dare a chi abbia una figlia incinta o una moglie incinta, lei che sta tornando dal suo lavoro si ferma davanti a questa edicola "d' ‘a Madonna d' ‘e rrose" e con le mani ai fianchi, nel senso della sfida: "Ch' aggi 'a fà? Ch aggi 'a fà?" dice alla Madonna aspettandosi una risposta, "a te, dico a te, ch' aggi 'a fà?, ch' aggi 'a fà?" e poi sente questa voce: "'e figlie so' figlie, 'e figlie so' figlie..."- com'è bella questa scena.

Pio XII si commosse quando Titina De Filippo davanti a lui, la famiglia De Filippo fu ricevuta da Pio XII si commosse, il Papa Pio XII era ieratico e nobile, davanti alla rappresentazione di questo monologo di Titina della Madonna d' 'e rrose. Con questa frase, che forse arriva da un palazzo, - non se l'ha detta la Madonna - arriva da un palazzo.

Per i sacerdoti presenti qui c'è un collegamento, un parallelo con le Confessioni di S.Agostino quando nello stesso tormento il futuro santo si trova e sente questa nenia dei bambini: Prendi e leggi, tolle et lege, prendi e leggi. Forse era una nenia di bambini, ma ci sono delle parole che ti raggiungono in un certo momento che sono Parola di Dio, anche se è una filastrocca, anche se è una canzone che senti alla radio, anche se è la signora che lo sta dicendo... "'e figlie so' figlie", a dire che cosa? Questa frase, se la esaminiamo da un punto di vista grammaticale, non dice niente, cioè afferma nel predicato verbale quello che dice il soggetto. Si chiama tautologia, per chi ami le parole difficili, non dice niente, eppure questa parola "'e figlie so' figlie" ha fatto parte della nostra cultura, e direi anche della nostra fede napoletana, perché c'è anche una fede napoletana, c'è un approccio napoletano della fede, a dire che tu un figlio non lo puoi uccidere, perché ‘e figlie so' figlie, non sono oggetti, non è una cosa di cui ti puoi liberare, di cui ti liberi facilmente, lo sapete bene che i figli ce li abbiamo appesi, che ci succhiano il sangue anche a 40, a 50 e a 60 anni. "Ch aggi 'a fà?".

Ecco, forse, cari fratelli, dobbiamo ritrovare questa arditezza della fede, questa preghiera che sa essere anche dura ma che è fede, e invece certe preghiere slavate che utilizziamo niente dicono e niente lasciano. Quando uno tuzzuleia, come dice qui il nostro poeta, tuzzuleia davanti alla lastra vuole essere risposto, vuole un segno, vuole una parola che lo faccia tornare a casa con le idee più chiare.

Ecco vi lascio così. Vi rileggo questi versi e vi auguro nella fede mariana, che contraddistingue tutti noi questa sera, vi auguro d'essere più arditi nelle vostre richieste, di chiedere di più, di chiedere con maggiore forza, con maggiore grinta, come sanno chiedere le donne, perché le donne sanno chiedere, ma ancora di più quando le donne sono mamme: Non hanno più vino.

Miercurì d"o Carmine -

di Ernesto Murolo

tratto fedelmente (financo nella punteggiatura e negli spazi tipografici) da una copia de "IL MATTINO" del 10-11 Gennaio del 1916.

(nota: Murolo la scrisse nel Gennaio del 1916, quindi fu ivi pubblicata praticamente appena scritta con il titolo appunto "Miercurì d"o Carmine" e non con quello di "O miercurì d'a' Madonna ‘o Carmene" con cui venne in seguito ampiamente conosciuta e apprezzata)

Chiove. Cupa è ‘a campana a Chiesia ‘o Carmene

'stu Miercurì d"e muorte.

Fanghiglia e ssecatura tutt'a Chiesia;

gente nzeppata fino a ssott"e pporte.

E so' zantraglie ‘e dint"o Lavenare;

neguziante ‘e vascio ‘a Cunciaria;

so' pezziente, pezzente;

ferrar"e Sant'Eligio, marenare,

femmene malamente

d"o Llario d"e Bbarracche e ‘a Ferrovia...

E pe' mmiez'a 'sta folla ‘e facce gialle

- scemunute pe' guaie, miserie e schiante -

‘na tanfa ‘e pezzecaglie e de sudore.

Guardano tuttuquante,

cu"e ccape dint"e spalle,

‘ncopp"Aldare Maggiore

addò, una mass"argiento,

mentre s'aspetta ‘a benediziona,

cu ll'organo ca sona,

luce, fra cere e ncienzo, ‘o Sacramento.

Ma 'sta folla nun è - cumme penz'io -

chella d"e >... primm"e ll'Està:

nfanatecuta, strellazzera, ardente,

chien"e fede, speranza e >

Mo - par'a mme - ca prega pe' prià,

ma scuraggiatamente.

E trase e gghiesce ‘a dint"a Sacrestia,

- cumm'a ffile ‘e furmicule - ata gente.

... E chi se ferma nnanz"a screvania

pe' ffà dì quacche messa a nu parente

... chi è pronto c"o di sorde e c"o libretto

p"a firma d'>....

Veco nu richiamato d"o Distretto,

cu"a lente a ll'uocchie, ‘e pile ianche ‘nfaccia,

cu"a mugliera vicino,

cu nu figlio p"a mano e n'ato ‘nbraccia.

Chi guarda, appesa ‘o muro, ‘na giacchetta,

- ‘na giacchetta ‘e surdato -

c"o pietto spertusato

‘a ‘na palla ‘e scuppetta.

E appiso ce stà scritto:

Chi tocca e vasa ‘na medaglia ‘attone

d"a >, ammaccata

e cusuta vicino a ‘na cammisa.

E ‘a palla, sturzellata, scamazzata,

dint'a ‘na buttigliella, ll'hanno misa

pur'essa esposta pe' divuzione...

Quacche femmena chiagne... ‘N'ata... E n'ata:

Se stà furmanno ‘na prucessiona

nnanz"a Cappella addò stà cunzacrata

‘a Maronna ‘nperzona.

Arde ‘a Cappella p"o calore e ‘e ccere.

Veco, attuorno, 'sti mmure cummigliate

‘e ritratte ‘e surdate:

guardie ‘e finanza, muzze, berzagliere

E ognuno ‘e lloro tene ‘a sora o ‘a mamma,

ch"a vascio ‘o guarda fisso...

E chiagne... E ‘o chiamma...

E dà n'uocchio ‘a Maronna e n'ato a isso...

Quanta prighiere! Che scungiure! E quanta

vute, prumesse, lagreme!... - >

(stà dicenno ‘na femmena gravanta

‘nfacci"a Maronna) ...>

  - > - dice ‘na vecchia.

E chell'ata, cchiù forte: - >

(Chiagneno tuttuquante. ‘A puverella,

c"a voce cchiù abbrucata,

scaveza, arrampecata

p"e ggrare addò stà ‘o quatro, arditamente,

mo' amminaccia ‘a Maronna >)

(E spalle d"a Cappella,

‘a folla ‘e dint"a Chiesia ha visto, sente,

se move, sta spianno...)

(E cu"e capille

sciuovete, cumme a ppazza, ha stesa ‘a mana,

e ha tuzzuliato ‘nfaccia a lastra santa...

Ma tutto nzieme ha date tali strille

ch'ha revutata ‘a Chiesia tuttaquanta...)

> Ll'uocchie nfuse...

... A lastra nfosa...

- >

- >

- >

(Doi, tre voce cunfuse,

nnanz"a 'sta mana stesa, cunzacrata,

ca nisciuno ha tuccata...

e po' ciento... E po' tutte:)

- >

> -

Napoli, gennaio 1916.

    Ernesto Murolo

***

Il testo, frutto di registrazione, non è stato rivisto dall'autore.

Ultimo aggiornamento ( Saturday 12 July 2008 )
 
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