La Parrocchia
Mons. Arturo Aiello
CELEBRAZIONE EUCARISTICA, Monastero di Santa Caterina in Teano - 11 Luglio 08 Latest ACG News
| CELEBRAZIONE EUCARISTICA, Monastero di Santa Caterina in Teano - 11 Luglio 08 |
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| Scritto da Teresita | |
| Friday 18 July 2008 | |
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SANTA MESSA OMELIA DI S. E. MONS. ARTURO AIELLO Vescovo della Diocesi di Teano-Calvi Monastero di Santa Caterina in Teano Venerdì, 11 Luglio 2008 hefg Saluto iniziale
Condividiamo con le Monache Benedettine
Omelia Carissimi fratelli e sorelle, e carissime monache,
Perché ho detto che la scelta di Benedetto ha anche dei risvolti sociali? Perché quando San Benedetto è stato proclamato protettore dell’Europa, si è inteso, da parte del Papa dell’epoca, riconoscere nel carisma benedettino, nell’organizzazione del lavoro, nell’organizzazione del monastero, la prima forma della democrazia e quindi della civiltà occidentale. Cioè, se noi vogliamo andare alle radici della civiltà dell’occidente, quindi di tutta l’Europa, non possiamo non passare per i monasteri, i grandi monasteri benedettini: scuola di umanità, scuola di cultura, scuola di civiltà. Ovviamente, il nostro stare qui non ha questa valenza anche se la fede ha sempre risvolti anche sociali e quindi il Vescovo si ferma sugli aspetti propriamente spirituali e ecclesiali della rivoluzione benedettina. Benedetto, come sapete, è un giovane di grandi promesse (come oggi si direbbe), un aristocratico, uno che appartiene alla aristocrazia, viene da Norcia. Il padre, possidente, lo manda a Roma a studiare diritto perché i romani sono, in qualche maniera, gli inventori del diritto e questo giovane di belle speranze fa esperienza della città. Questo succede anche quando si va a Caserta da parte dei nostri giovani, quando ci si trasferisce a Napoli, o in una città del Nord per motivi universitari, cioè, dal luogo a dimensioni umane, qual è il nostro, ci si ritrova in un caos con tutti i pericoli del caso. Come vedete, tutto il mondo è paese e gli errori di oggi sono gli errori di sempre perché anche il giovane Benedetto comincia a familiarizzare con il mondo, diciamo parauniversitario, e quindi piuttosto gaudente, dove sì, si fa anche lezione, ma c’è anche altro, ci sono anche altri itinerari, ci sono anche altri incontri e rimane scioccato da questa esperienza di corruzione. D’altra parte, ci troviamo nell’epoca non aurea di Roma, ma già in un tempo di decadenza. La decadenza (si insegnava, ma è ancora valido) si verifica sempre dalle abitudini, dai costumi, non sono i costumi da bagno, come sapete, ma il modo di comportarsi: dai costumi. Cioè, da come si comporta la gente, da come vive, da come si intende il matrimonio, la vita effettiva, economica, ecc., si tasta il polso della civiltà e della spiritualità di un popolo. E allora, immaginate questo giovane, diciamo in qualche maniera ingenuo, in qualche maniera vergine, che viene dalla campagna di Norcia e approda a Roma pensando di trovarvi la capitale della cultura e che si imbatte in tutt’altro. Le città sono da sempre luoghi di incontro, in tutti i sensi. Dovunque ci sono le persone, ci sono anche i mali. Se le persone sono poche, i mali sono pochi, come nel caso del nostro territorio; se le persone sono molte, i mali sono molti. Quindi la proporzione del male dipende dalla densità abitativa.
Voglio consegnarvi, questa sera, una espressione di San Gregorio Magno che è stato il grande sponsor di Benedetto. Che significa sponsor? È una parola moderna per dire: chi ha fatto conoscere San Benedetto è stato un suo discepolo. Questo discepolo era un monaco, diciamo, della seconda generazione benedettina che per i disegni di Dio fu sottratto alla tranquillità del chiostro del suo monastero e lanciato (pensate un po’) alla guida della barca di Pietro che non ha mai navigato in acque tranquille ma, in quegli anni, navigava in acque tempestose perché siamo, tanto per dare qualche riferimento storico, nel tempo in cui cominciano le invasioni dei barbari. Quindi,
Torniamo al nostro Gregorio Magno. Quindi, pensate se prendiamo Madre Enrica in questo monastero e la mettiamo, non so, a fare il Prefetto della Congregazione dei Religiosi. Non si troverà tanto a suo agio perché una monaca abituata alla clausura si vede poi immettere nei problemi della vita della Chiesa. Dirà: “Fatemi tornare al mio bel monastero di Teano” e così avrà inutilmente chiesto anche San Gregorio Magno (Magno, perché ha svolto una grande azione nella Chiesa). Di Gregorio vi consegno una frase (che non è quella su cui mi fermerò) che ogni tanto ridico a me stesso. A un certo punto, quando si sente oppresso dai mali della Chiesa, dalle difficoltà, ma anche dalla fatica della predicazione, dice: “Adesso rientro nella curia del cuore”. Ecco, affido al Vicario generale e ad altri curiati presenti questa bellissima espressione di Gregorio. “Adesso torniamo alla curia del cuore”, cioè rientriamo dentro di noi. Bene, nei suoi Dialoghi, San Gregorio Magno, ha fatto conoscere al mondo (e ovviamente dal pulpito dal quale predicava se lo poteva permettere perché era il Papa), ha fatto conoscere al mondo, alla cattolicità, il carisma di San Benedetto e ha scritto la sua prima vita. Ogni espressione della vita di Benedetto, scritta da Gregorio Magno, andrebbe commentata. Io, questa sera, vi consegno una pietra preziosa particolarmente luccicante, luminosa. È il commento di Gregorio all’atto in cui il giovane Benedetto abbandona gli studi di diritto e si rifugia a Subiaco, nello speco che ancora oggi si può visitare, restando a lungo da solo, come avete ascoltato nella sequenza, visitato da chi gli portava il cibo (come è accaduto a Elia), da un corvo. Quindi è stato completamente isolato a lungo, e da questa esperienza, è uscito, come avviene sempre per le grandi scelte, rinnovato, rinato con una forza eccezionale. Ascoltate cosa dice Gregorio Magno a proposito di questa scelta. Dice: “Benedetto lasciò il mondo con l’ignoranza di chi sapeva tutto bene e con la sapienza di chi non voleva sapere”.
È una frase apparentemente contraddittoria, però ve la consegno perché qui c’è un po’ la quinta essenza di questo cambiamento e poi di quello che Benedetto farà vivere e fa vivere ancora oggi, a tanti uomini e donne nella vita monastica. Quindi, Benedetto lasciò il mondo e come ce lo consegna? Che foto ci consegna Gregorio Magno di Benedetto che si sta ritirando a Subiaco? Ce lo consegna che lascia il mondo con l’ignoranza di chi sa tutto, di chi sa tutto bene, e con la sapienza di chi non vuol sapere. Cosa vuol dire Gregorio? Innanzitutto, lascio il mondo con l’ignoranza di chi sa tutto bene. Qual è questa ignoranza di chi sa tutto bene? È quella di cui parla San Paolo quando dice “Quando sono venuto in mezzo a voi, non ho voluto sapere altro che Gesù Cristo è questi crocifisso”, cioè questa è l’ignoranza che noi dovremmo avere: ignoranza delle cose visibili, quelle che passano, mondane, quelle di cui siamo specialisti e, invece, conoscenza dell’unica cosa che bisogna sapere bene. E cosa devi sapere? Devi sapere che il Figlio di Dio si è incarnato per te, per te ha subito la passione e la morte, è risorto e ti ha ridato una possibilità di vita per sempre. Questo è il Vangelo e questo non puoi ignorarlo. Questo lo devi sapere bene, ma questa sapienza già dai padri antichi era detta “dotta ignoranza”. Dotta ignoranza. Può esserci una ignoranza dotta? Sì, quando si tratta del Vangelo. Quando Paolo dice: guardatevi intono, chi sono gli intellettuali fra voi? Chi sono i nobili? Chi sono i ricchi? Chi sono quelli che hanno tante proprietà? Sono pochi. La maggior parte di noi è povera gente perché Dio ha scelto ciò che nel mondo è stolto per confondere i sapienti. Allora capite che questo giovane ha intuito (ovviamente si tratta della grazia dello Spirito Santo, non poteva intuirlo con un semplice pensiero umano), ha intuito che continuando a soggiornare a Roma, laureandosi e diventando un rètore, un avvocato del foro romano, avrebbe guadagnato molti soldi, ma si sarebbe perso e avrebbe perso l’unica cosa per cui valga al mondo vivere e cioè, vivere per Cristo e per Cristo crocifisso, e questa è l’ignoranza di chi sa tutto bene. E poi aggiunge: e se ne va verso Subiaco, verso lo speco, la grotta, con la sapienza di chi non vuol sapere. Il problema nostro, cari fratelli e sorelle, è che noi vogliamo sapere troppo. Pensate quando state con il telecomando dei vostri 200 televisori, perché è impossibile che ne abbiate uno solo, ce n’è uno per stanza, uno per figlio, uno per…anche in bagno probabilmente avete uno schermo magari gigante. Bene, quando voi girate con il telecomando da un canale all’altro, perché girate? Perché volete sapere. Quando i vostri figli vanno navigando da un sito all’altro, e non si tratta sempre di belle isole (di isole fortunate, direbbe un poeta del Novecento), che vogliono? Che cercano? Vogliono vedere, vogliono sapere. Ma è meglio non sapere. Dice l’autore dell’Imitazione di Cristo che le monache conosceranno a memoria: “Perché vuoi vedere quel che non puoi avere?”
Perché vuoi vedere quel che non puoi avere? E noi potremmo aggiungere: perché vuoi vedere quello che non ti fa bene? Quello che non edifica la tua anima? Quello che non ti rende più donna? Più uomo? Più contento? Quello che ti fa andare a letto più sereno? Come vedete, ci troviamo nel cuore dei problemi di oggi. È strano che la vita di Benedetto, scritta da Gregorio pochi anni dopo (nella seconda generazione) pochi anni dopo la morte, abbia una attualità: è come se fosse scritta oggi. Perché? Perché i problemi dell’uomo sono quelli di sempre. Cambiano le civiltà, cambiano i colori, cambiano le mode, ma l’uomo a fondo è sempre lo stesso. Allora dobbiamo chiedere in questa Eucaristia, per intercessione di San Benedetto questa ignoranza dotta: con l’ignoranza di chi sa tutto bene, di chi sa quello che deve sapere. I tuoi figli sanno quello che devono sapere? Gli hai trasmesso quello serve per la loro reale felicità? O gli hai caricati di orpelli? Di cose addirittura dannose, che domani forse avranno il coraggio di lanciar via o di lanciarti contro dicendo: “Non mi hai educato bene. Non mi hai educato per la felicità”. Questa è l’ignoranza che dobbiamo chiedere. L’ignoranza di sapere tutto bene, di sapere bene il Tutto. Il Tutto con
e con la sapienza di chi non voleva sapere”.
Saluto finale Rinnovo gli auguri alle monache, anche a coloro che come laici vivono la spiritualità benedettina. Ringrazio anche le monache per l’ubbidienza realizzata rispetto al rilievo fatto dal Vescovo. Almeno (ho detto), almeno le monache sono ubbidienti, perché il 25 di Novembre ho detto“Questa Chiesa è troppo buia”: ecco, sono arrivati i fari. “Le catenelle dell’incensiere sono troppo corte”: allungate. Brave. Da questa ubbidienza, nasceranno certamente dei doni da parte del Signore. Noi chiediamo, prima di chiudere, che questa Celebrazione generi nel cuore di qualcuno, o già consacrato, o laico, questa svolta; quella che abbiamo vista raccontata da San Gregorio Magno nella vita di Benedetto, ancora accade. Qualcuno sceglie l’ignoranza di sapere l’unica cosa essenziale, la sapienza del non voler sapere. [1] E lo Spirito Santo generi nei vostri cuori non le suonerie dei telefonini, ma questi santi propositi.
Il testo, tratto direttamente dalla registrazione, non è stato rivisto dall’autore. [1] Squilla un telefonino |
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