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Trigesimo della Morte di Don Mattia, Parrocchia S.Maria di Galetea, Piano - 2 Settembre 08 PDF Stampa E-mail
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Scritto da Teresita   
Tuesday 09 September 2008

S. Maria di Galatea, 2 Settembre 2008

Celebrazione Eucaristica

presieduta dal Vescovo di Teano - Calvi

S. E. Rev. ma Mons. Arturo Aiello

per il Trigesimo della morte di Don Mattia

 

***

Fratelli  e sorelle, dopo il momento, l'attimo della nascita, l'istante della morte è l'esperienza più solenne anche se avviene nel travaglio, d'altra parte nel travaglio avviene anche la nascita; la morte è il momento della gloria, l'ingresso, come abbiamo cantato, nella Gerusalemme Celeste. "Esultai quando mi dissero: Andremo alla casa del Signore".

Sembra disdicevole, ma per noi cristiani dovrebbe essere pane quotidiano "andiamo verso la morte", cioè verso la gloria, verso la libertà, verso la solennità d'essere davanti a Dio, nudi, avvolti nel Suo perdono.

A un mese di distanza ricordiamo questo istante nella vita di Don Mattia, parroco di questa comunità, fratello nel presbiterato.

Vogliamo rendere grazie al Signore perché egli è passato oltre i limiti della sofferenza per incomprensioni, per le fatiche, ed è finalmente nella gloria, e con lui tutti i nostri defunti.

Chiediamo perdono perché le cose di questo mondo ci attirano a volte a tal punto da farci perdere di vista ciò che ci attende, per le volte in cui abbiamo barattato la solennità della morte per esperienze false e bugiarde; chiediamo umilmente perdono per sperimentare la stessa misericordia che Don Mattia ha sperimentato per sé e ha celebrato tante volte per voi.

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Omelia di Sua Eccellenza il Vescovo

"Il Signore mi ha mandato ad annunziare ai poveri la Buona Novella".

Abbiamo ascoltato nel versetto dell'alleluia queste parole nelle quali si riassume la vita di un profeta, la vita di Gesù Maestro, la vita di ogni discepolo alla scuola del vangelo, e tanto più dunque la vita di un prete che è mandato ad annunziare la buona notizia. La buona notizia la annunziamo anche questa sera, pur nella mestizia del ricordo di una partenza, pur nella percezione da parte di molti di voi dell'assenza del padre, e la buona notizia è Gesù morto e risorto, e in Lui speranza di risurrezione anche per coloro che credono. Noi celebriamo l'Eucaristia per rinnovare questa buona novella, per ridirla, cantarla, sminuzzarla, reimpastarla, reimpostarla. La Chiesa non fa altro che questo da duemila anni, lo fa attraverso il ministero di ogni laico, di ogni battezzato, ma in modo tutto speciale lo realizza attraverso l'opera dei presbiteri.

Don Mattia per 40 anni qui ha annunziato la buona novella.

Vorrei prendere spunto da un'espressione della Prima Lettura, che abbiamo ascoltato, che Andrea ha proclamato, dove si dice che è impossibile, meglio, è difficile all'uomo da solo senza la forza dello Spirito di percepire le cose di Dio.

"Homo animalis - dice il testo della Vulgata - non percepit ea quae sunt Spiritus Dei". L'uomo carnale, l'uomo senza l'ausilio, la grazia dello Spirito non riesce a entrare nelle cose di Dio.

Lo sforzo di un prete, che non è solo lo sforzo della predicazione ma è lo sforzo di tutta una vita, è nell'educazione, nell'annuncio, nel rendere possibile la percezione delle cose di Dio, per un uomo siamo noi, per una comunità che invece è presa da altre urgenze.

Questo significa "homo animalis", non è una espressione offensiva, significa che l'uomo, nella sua fattualità, nella sua concretezza, non può percepire da solo le cose che sono di Dio.

La Lettura si concludeva con una frase - spero non vi sia sfuggita -: "Ma noi abbiamo il pensiero di Dio". Una frase altissima pur in questo combattimento tra il piano umano e il piano spirituale, tra queste esigenze che ci opprimono, quelle economiche, quelle del vitto, dell'alloggio, ed altre che ci comprimono, pur in questa lotta noi abbiamo il pensiero di Dio. Il pensiero di Dio non è un pensiero astratto, è una persona: lo Spirito Santo. Don Mattia qui per tanti anni con voi ha svolto questo ministero, come lo ha fatto? Impastandosi con voi.

È diversa la vocazione di un monaco dalla vocazione di un prete, il monaco pur combatte le sue battaglie, pur intercede per la Chiesa, pure è dentro la Chiesa ma non la tocca; un prete è nella carnalità della sua comunità, nelle nascite, nelle morti, nei tradimenti, nei fallimenti, nelle speranze, nei fidanzamenti, nei matrimoni, nelle storie.

Ci sono qui alcuni seminaristi, e vorrei dire loro che debbono capir bene questa dimensione di essere impastati dentro, bisogna star dentro alla comunità, dentro la storia, le storie, dentro le lacrime, dentro le macerazioni, dentro le contraddizioni, altrimenti la loro non è una vocazione alla vita presbiterale ma è una vocazione d'altro tipo.

Anche la vocazione religiosa ha la sua importanza e il suo stile di testimonianza. Ripeto, mi sembra di percepire che quella monastica si trova ai perfetti antipodi di quella di un presbitero-parroco, perché quando poi alla vocazione presbiterale, - ma è quasi sempre così, anche se in passato dei sacerdoti potevano vivere un'intera esistenza senza mai svolgere questo ministero appieno - quando alla vocazione presbiterale si aggiunge una chiamata da parte del Vescovo ad essere parroco di una comunità, allora in quella sezione di Chiesa, in quei luoghi, in quelle case, in quei vicoli, in quelle persone, in quel passato, in quella memoria, in quelle prospettive deve calarsi un prete con la sua umanità.

Questo è un dramma, cari fratelli e sorelle. Voi ci guardate, vi sembra che sia tutto così semplice, tutto così dovuto, così in qualche maniera schematizzato, quasi che ci sia un prontuario da consultare di volta in volta per le risposte da dare, come si faceva una volta per i confessori, è invece una reale avventura nell'avventura del credere, perché è già un'avventura credere per tanti di voi che si sforzano nonostante tante controprove di andare avanti nella fede, ma in questa avventura c'è un'avventura ulteriore che è quella di chi annuncia il vangelo sentendo che il vangelo che annuncia condanna innanzi tutto se stesso, perché è una lotta tra noi e noi.

La sofferenza di Don Mattia, prima che il calvario dei suoi ultimi anni, segnati dalla solitudine, dalla sofferenza fisica, è stato il calvario di essere prete, di essere vostro parroco, e non perché la vostra parrocchia sia peggiore delle altre, è così per ogni parroco nei confronti della sua gente, di mantenere un'altezza, di sentire pur nel fango, pur nella prosaicità, pur nelle contraddizioni proprie e della propria comunità, pur nelle tentazioni personali e di altri, pur nei fallimenti, allora capite come un sacerdote-parroco che parta lascia anche tanto vuoto, perché ci ha generati tante volte, ci ha generati non solo quando ha alzato le mani facendo un segno di croce sui nostri peccati che scomparivano in quell'istante ma che forse egli assumeva nella sua umanità, ci ha generati nella sua preghiera, ci ha generati nelle volte in cui non l'abbiamo capito, ci ha generati quando ci ha visti partire sbattendo la porta, - ci si comporta col parroco così come ci si comporta col padre - ci ha generati quando ci ha riaccolti, attesi, quando ha pregato per noi, per cui questa percezione di vuoto, che avete sperimentato un mese fa, anche se Don Mattia per motivi di salute da tempo non svolgeva visibilmente per voi il ministero presbiterale, è legata a questo essere radicati, le vostre vite si sono intersecate con la sua e la sua con le vostre, cosicché sentiamo una sorta di lacerazione.

È facile essere prete? è facile essere parroco? Ce lo chiediamo davanti agli anni che Don Mattia ha vissuto qui, anche anni non facili nella vita della Chiesa, non sono mai facili gli anni nella vita della Chiesa, ma forse gli sconvolgimenti, il ridefinirsi post-conciliare avrà comportato tanta fatica, e poi questo ridefinirsi ogni volta, all'inizio di ogni anno, alla Prima Domenica d'Avvento.

Non potete immaginare la fatica che si fa dopo un certo numero di anni a riprendere il Lezionario e a dirsi "cominciamo da capo, ricominciamo", e questo, non una volta, una tantum, una vita.

Questa Eucaristia, che stiamo celebrando, che già di per sé è rendimento di grazie, si avvalora, si ammanta, si colora di un ulteriore ringraziamento per una fedeltà mantenuta, per una fedeltà a Dio, a voi anche, a questo altare, alla missione, alla difficoltà ad aprir bocca ogni Domenica. Anche qui non pensiate che sia facile, superati i primi entusiasmi della luna di miele presbiterale.

Stiamo a dire grazie perché questo padre ci ha generati con le caratteristiche della sua vita, con il suo essere mite ma al tempo stesso determinato, con anche le alterne vicende della nostra Diocesi; penso agli anni del Vescovo Antonio, di Mons. Zama, dove Don Mattia ha svolto un ruolo importante oltre questa parrocchia essendo un consigliere del Vescovo, penso agli anni, ai dieci anni precedenti, - la storia di una Chiesa si fa anche attraverso i Vescovi - con il Vescovo Raffaele, forse gli anni più belli che la nostra Chiesa abbia mai vissuto all'insegna della speranza, della novità, della svolta che avrebbe dovuto risolvere tutti i problemi ma poi la storia è molto più complessa e molto più lenta di quanto noi non pensiamo e progettiamo, agli anni più immobili del Vescovo Carlo, il Vescovo che ha ordinato Don Mattia, Mons. Serena, e poi agli anni del Vescovo Felice.

Ecco, vi ho fatto questa piccola carrellata che non sono solo i nomi dei nostri Vescovi ma anche le stagioni, le caratterizzazioni, perché poi ogni Vescovo in qualche maniera intesse con i suoi preti una tipologia o l'altra di rapporti, perché ci sono primavere, ci sono autunni, perché ci sono gelate ed estati, ma su tutto questo - e chiudo - si stende la misericordia di Dio.

"Ma noi abbiamo il pensiero di Dio" significa che non stiamo vagando nell'incertezza, nel "così è se vi pare", nel "personaggi in cerca d'autore", ma noi abbiamo il pensiero di Dio.

Questa parola probabilmente Don Mattia, mi piace chiamarlo Mattia, come mi sono riferito a lui per tanti anni, attraverso la mia povera voce, ve la sottolineo questa sera per dirvi:  Siate, pur tra tante contraddizioni, pur nel cambiamento delle persone, delle mode, dei modi, siate orgogliosi d'essere cristiani. Forse quest'orgoglio da un po' di tempo è calato, ci viene meno, pensiamo d'essere un po' anche noi alla mercé dell'ultima teoria, dell'ultima scoperta, e invece abbiamo il pensiero di Dio, cioè sotto la scorza di questi cambiamenti, di queste particolarità, di questi "particulari", avrebbe detto il Guicciardini, c'è poi un filone di grazia che da duemila anni passa nelle nostre vite e va oltre, e dove va? Va in quella Gerusalemme celeste verso cui siamo incamminati e dove finalmente Mattia è entrato un mese fa, questo sentitelo: che lui è stato contento di concludere questo calvario; sentite che ha detto "basta!", perché a volte si dice anche basta davanti a tante croci, davanti a tante privazioni, davanti a tanti bui, e si vuol vedere luce, e quindi stiamo qui non a celebrare un evento luttuoso ma a ricordare che c'è qualcosa di grande che ci attende, perché questo pensiero di Dio, depositato in noi e affidato al ministero della Chiesa, è la nostra salvezza, la nostra gloria, la nostra regalità, possiamo andare avanti a fronte alta nonostante le mille limitazioni della nostra vita.

Stiamo celebrando questa Messa del trigesimo con una tonalità mariana, perché Mattia è nato e ha vissuto il suo ministero e ha chiuso anche la sua vita terrena sotto gli occhi materni di Maria Madre, della Madonnina, come qui è venerata col titolo di Galatea. E quella preghiera, che Mattia ha ripetuto tante volte, è tornata nelle migliaia e migliaia e migliaia di volte in cui l'ha detta, è tornata nell'attimo della morte. Santa Maria, Madre di Dio, prega per noi peccatori adesso, cioè  in quest'istante - è ora che ti prego - e nell'ora della nostra morte. Perché queste due accentuazioni, "adesso" e "nell'ora della nostra morte"? Perché "adesso" ho bisogno di una grazia, adesso ho bisogno di una luce, adesso ho bisogno di riemergere dai fondali della mia povertà, ma soprattutto ne avrò bisogno "nell'ora della mia morte" quando, come ho detto all'inizio della Messa, si vive il momento più solenne della vita.

Sotto gli occhi di Maria, anche sotto gli occhi dell'immagine della Madonnina di Galatea, Mattia il vostro parroco un mese fa ha chiuso dolcemente e finalmente la sua vita terrena. E allora si canta alleluia, allora si dice: "Beato te, Mattia, prega per noi, prega per i tuoi figli, prega per quanti vacillano sotto le pressioni di ciò che urge, che rischiano, rischiamo di dimenticare che abbiamo il pensiero di Dio". Ora che sei a Gerusalemme insieme con Mons. Zama, insieme con i tuoi genitori, insieme con tante persone, perché un parroco fa anche questo, con tante persone che hai accompagnato alla morte e che ti hanno accolto un mese fa, prega per noi perché non abbiamo a perderci, a perdere il senso della vita, a perdere la grandezza della fede, che è: noi abbiamo il pensiero di Dio.

***

Il testo, tratto direttamente dalla registrazione, non è stato rivisto dall'autore.

 

 
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