La Parrocchia
S.E.Mons. Arturo Aiello
L'ANNUNCIO DI GESU' CRISTO AI GIOVANI Latest ACG News
| L'ANNUNCIO DI GESU' CRISTO AI GIOVANI |
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| Scritto da Teresita | |
| Monday 22 September 2008 | |
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L'ANNUNCIO DI GESÙ CRISTO AI GIOVANI Relazione tenuta da S. E. Rev. ma Mons. Arturo Aiello Vescovo di Teano-Calvi in Fossacesia Marina al Convegno Diocesano (5-6 Settembre 2008) per i Giovani dell'Arcidiocesi Metropolita di Chieti-Vasto L'ANNUNCIO DI GESÙ CRISTO AI GIOVANI "Cristo ieri oggi e nei secoli" "Andate in tutto il mondo e predicate il vangelo ad ogni creatura" "Guai a me se non predicassi il Vangelo!" Da una pastorale "di conservazione" ad una pastorale missionaria L'INCARNAZIONE contenuto e metodo dell'evangelizzazione Il mondo giovanile da "problema" a "sfida" della missione della Chiesa I giovani: ciò che si farà domani. Antenne? Barbari? Vettori? Il problema e la sfida dei linguaggi. La RELAZIONE tema centrale di ogni progetto di pastorale giovanile:
GESÙ CRISTO verità di Dio e verità dell'uomo. GESÙ risposta alle domande di senso: "A te che hai preso la mia vita e ne hai fatto molto di più" Dalle emozioni all'incontro: "Maestro dove abiti?" Da Gesù alla Chiesa: "Ecco mia madre, ed ecco i miei fratelli! RACCONTARE LA FEDE: "E cominciando da Mosè raccontò loro..." CANTARE LA FEDE: "Hai mutato il mio lamento in danza" CELEBRARE LA FEDE: "Resta con noi perché si fa sera!" TESTIMONIARE LA FEDE: "Andrea raccontò a Simone: Abbiamo trovato..." APPARTENERE ALLA FEDE: "Il discepolo prese Maria nella sua casa" *** Mi metto in piedi perché non sono visibile, e quindi la prima caratteristica perché si possa seguire è vedere chi parla. Vi sarei grato se riempiste i posti vuoti venendo avanti, perché mi aiuta nell'ordine mentale; anche se doveste usurpare il posto di qualcuno che in questo momento è ancora a fare intervallo. Forse prevedendo che l'intervento precedente avrebbe comportato una serie di numeri ho evitato di mettere anche le citazioni sul foglietto, che avete davanti e che vi aiuterà a seguire un po' il canovaccio di questo nostro discorso che magari mancherà di organicità. Ecco, premetto, non è un trattato ma si propone di offrirvi qualche stimolazione rispetto al tema che vi tiene insieme, in qualche momento potrete vedermi un tantino forse graffiante ma è fatto assolutamente con amore e per il bene della Chiesa, e quindi di questa Chiesa che è in Chieti - Vasto. Il vostro Arcivescovo Bruno ha detto già che ci lega una lunga amicizia, diciamo che sono qui, più che per - sembrerà anche questa una bestemmia - più che per la fraternità episcopale, per un motivo di comunione, di legame che ci ha unito e di stima, per cui non ho potuto dire di no. Seguite sullo schema, ovviamente vado un po' a ruota libera. Ho individuato tre espressioni tratte, la prima, per la verità è dalla liturgia, anche se rievoca la Lettera agli Ebrei, tre espressioni che possano fare un po' da punti di riferimento così, scenari. Delineiamo innanzi tutto la scena del nostro incontro: "Cristo ieri oggi e nei secoli" è l'espressione che i sacerdoti san bene far parte della preparazione del cero pasquale nella Veglia Pasquale, ed esprime la perennità di Gesù e il suo annuncio, cioè cos'è cambiato oggi? Nulla, potremmo dire, ma poi, paradossalmente dobbiamo aggiungere anche: tutto; nulla rispetto ai contenuti della fede. Cristo lo stesso ieri oggi e nei secoli, ma ovviamente questa trasmissione della fede a seconda dei secoli, delle culture e delle difficoltà anche delle classi - noi riflettiamo in modo specifico sul mondo giovanile - ha bisogno di certe coordinate, di certe attenzioni, di certi fanalini di coda da guardare. I numeri che ci sono stati presentati sono interessanti e tra l'altro rientrano nel concetto di incarnazione su cui insisterò. Abbiamo bisogno di annunciare questa verità eterna, adesso, al giovane di oggi, alla ragazza di oggi che tra dieci anni avrà freddo all'ombelico. Tanto per intenderci. Ogni tanto cercherò di suscitare la vostra ilarità per capire se ci siete o meno. La seconda espressione è alla fine del vangelo di Marco ed è la consegna missionaria di Gesù alla Chiesa: "Andate in tutto il mondo e predicate il vangelo ad ogni creatura", ad ogni creatura, dunque anche ai giovani, vorrei dire in modo tutto speciale ai preti presenti, presenti e assenti, perché a volte pensiamo che si possa approdare alla fede quando sono finite tutte le tentazioni. Qualcuno diceva: "Quando si smette di poter dare cattivo esempio si cominciano a dare buoni consigli", e invece "ad ogni creatura" significa che per ogni stagione della vita c'è un annuncio di Gesù Cristo morto e risorto che va a fecondare quella stagione, quel momento, quel fidanzamento, quegli esami di maturità, che non sia la notte prima degli esami, insomma va a illuminare quel segmento di vita. Terza annotazione di fondo: "Guai a me se non predicassi il Vangelo!", espressione di Paolo in questo Anno Paolino, e che dovremmo riprendere, ovviamente questa espressione non riguarda soltanto i presbiteri ma riguarda la Chiesa, e io spero di parlare a giovani che intendano prendersi a carico i loro coetanei, perché alla fine la pastorale giovanile non la facciamo noi anziani, sono i giovani che riescono a interessare, a entusiasmare e a trainare i giovani. Quindi "guai a me se non predicassi il Vangelo" è un'espressione che ogni giovane deve sentire come propria e come condanna nel caso che io usufruisco di tanti aiuti sul piano parrocchiale, sul piano dell'Associazione, del Movimento, ecc., senza riuscire a trasmettere ad altri quello che ho ricevuto. Come è stato detto, non ricordo se nella relazione precedente o nella riflessione del vostro Vescovo, "una fede che non si trasmette - ah, forse, ecco, era il vostro Direttore - una fede che non si trasmette finisce col perdersi", cioè stranamente, paradossalmente, come nell'amore, la fede ha bisogno d'essere ridetta, d'essere riformulata, d'essere ritrasferita, e all'atto in cui io dovessi chiuderla in cassaforte, in quel momento la mia fede comincia a deperire. Quindi "guai a me se non predicassi il vangelo" riguarda tutti. Vorrei che i giovani presenti lo sentissero rivolto a sé, non solo come utenti - attenti - ma come evangelizzatori. Prima parte. Ma questo soltanto per dire che parliamo della fede e nella fede che presupponiamo in questo momento. Secondo gruppo di riflessioni. Per i sacerdoti sono cose probabilmente trite e ritrite ma vanno ripensate. Da una pastorale "di conservazione" a una pastorale missionaria. Se Gesù ci ha inviati dobbiamo smetterla a conservare. Mi riferisco, tanto per farvi sorridere, a quei parroci che non spendono un euro perché debbono conservare, e così come sul piano economico, a volte anche sul piano della fede, cioè stiamo a mantenere le postazioni. Questa dicitura bellica non vale per la fede, cioè se noi vogliamo solo difendere le postazioni e quindi non superare la linea Maginot, oppure non va bene, non solo ma finiamo col perdere l'aspetto più entusiasmante e più vero della fede cristiana, che si trasmette nella trasmissione pur vivendo una crisi, come dirò tra poco, perché ogni traduzione è in qualche maniera un tradimento, pur vivendo una crisi è come se aumentasse di spessore. Il deposito della fede è sempre lo stesso, ma sulla bocca dei giovani, nel cuore dei giovani, nel mondo giovanile trova una cassa di risonanza particolarmente bella, forte, e, in questo momento della Storia della Chiesa, esigita, che la fede stessa ne è arricchita. Quindi, attenti a mantenere le postazioni. La vostra Diocesi, come ogni Chiesa, deve mettersi invece a uscire dalla trincea. Usciamo allo scoperto anche con il rischio di avere qualche vittima, di fallire in qualche opera di evangelizzazione. Vi trasmetto a questo proposito una bellissima espressione di un santo Vescovo della mia Diocesi di provenienza, che è la Diocesi di Sorrento-Castellammare, il Vescovo Raffaele Pellecchia, - il cognome non è entusiasmante, la persona sì, - diceva ai sacerdoti, (era il Vescovo del Concilio, era stato al Concilio, e quindi è quello che immediatamente veniva ad attuare il Concilio nella nostra Diocesi) una espressione che forse tanti Vescovi, che tanti di noi oggi non avrebbero il coraggio di dire. Diceva ai preti giovani: "Andate, sperimentate cose nuove, tracciate nuovi orizzonti, se vi va male e vi rompete la testa, venite dal Vescovo che ve la fascerà". Ecco, questo è il senso di una paternità che spinge, che non - come dire? - raccoglie semplicemente come la chioccia i pulcini sotto la covata, ma è l'immagine di una Chiesa che vuole rischiare, e la Chiesa oggi vuole rischiare, e in particolare rischiare con i giovani. Qualche minuto lo trascorriamo - ripeto, per i sacerdoti sono cose scontate ma repetita iuvant, per i giovani non tanto - sul "concetto d'incarnazione", che ai fini del discorso che andiamo facendo ha un ruolo centrale. Voi sapete che al centro della nostra fede c'è la morte e risurrezione di Gesù ma c'è anche il mistero della incarnazione, un mistero che non è solo contenuto della fede ma è anche metodo della fede. Facciamo questa differenza: "contenuto della fede" significa quello che io debbo dire, quello che debbo predicare, quello che debbo trasmettere, e quindi cosa devo trasmettere per quanto concerne la verità-incarnazione del Figlio di Dio, della Seconda Persona della Santissima Trinità? Debbo trasmettere che Dio si è fatto uomo. Questo è il contenuto. Attenti, questo contenuto diventa ipso facto anche un metodo, cioè se Dio per salvare il mondo si è abbassato, si è incarnato, si è calato in una realtà, noi non possiamo essere fuori dal mondo. Ecco, se dovessi dire la trama ideale di quello che io tenterò di dirvi stasera dovrei dirvi: Andatevi a rileggervi la Gaudium et spes, ma questo lo farete in un altro momento. Per chi non conoscesse questo documento è un documento centrale del Concilio Vaticano II. Allora, Dio mi è venuto incontro, è venuto incontro all'uomo, e come è venuto incontro all'uomo? Facendosi uomo, parlando la lingua umana, calandosi in una cultura, in una lingua, in una tradizione religiosa. Che forse non dobbiamo fare anche noi così? Vedete, quando si passa dal concetto di incarnazione come verità di fede a metodo pastorale, metodo di evangelizzazione, allora tanti cominciano a storcere il naso, perché preferiamo stare dietro al tavolo, preferiamo dare delle indicazioni, degli input e poi ciascuno pensi alla sua anima, perché riteniamo che il mondo ormai vada alla malora e quindi si salvi chi può, noi siamo il drappello dei redenti e gli altri sono la massa dei dannati, come si diceva una volta, e non riusciamo a percepire che invece il Figlio di Dio incarnato ti chiede, chiede a te come singolo e chiede a noi come Chiesa d'essere dentro il mondo, d'essere, adesso dico "al passo" e mi potreste fraintendere, ma credo che nessuno di voi mi citerà immediatamente alla Congregazione per la Dottrina della Fede, "al passo" intendo dire non che noi dobbiamo sposare l'aspetto valoriale del mondo, ma noi dobbiamo essere dentro, perché finché stiamo lontani, - dico mondo, dico mondo giovanile, dico realtà sociale, dico emergenze di vario tipo - noi possiamo anche avere questo privilegio, perché è tale, d'essere nella pienezza della redenzione ma non aiutare altri ad entrare in questo patrimonio. Se vi ricordate, forse la settimana scorsa, comunque alcuni giorni fa, nella Messa feriale c'era quella sequenza di guai che ha fatto tremare credo tanti di noi: "Guai a voi scribi e farisei ipocriti che non solo non entrate, ma precludete anche l'accesso ad altri". Domanda: Ma forse non sta accadendo questo? non rischiamo noi pastori e la Chiesa nella sua complessità di mistero, non rischiamo di lambiccarci il cervello intorno a certe sfumature mentre le persone si perdono, e si perdono perché noi siamo lontani? La Chiesa cammina nel mondo, la Chiesa, Paolo VI e il Concilio Vaticano II, esperta di umanità, è una Chiesa che dai tempi del Concilio ha riscoperto una sorta di simpatia per il mondo che, vi rendete conto per l'aria che tira da ogni parte, anche nelle nostre Chiese non si respira, gli altri, quelli che in chiesa non vengono, quelli che sono lontani, gli uomini di cultura, ecc., avvertono che noi sentiamo questa simpatia, o ci sentono con la puzza al naso, sempre pronti ai distinguo, immediatamente a lanciare strali, avvertono questa simpatia? Attraverso questa simpatia Dio è venuto nel mondo, attraverso questa simpatia che è soffrire insieme, fare la strada insieme, anche la ricerca insieme, e oggi ci sarebbero tante cose da cercare insieme, la salvezza avviene ora, qui. Quindi, a partire da questo concetto, che ritengo fondamentale, sposa l'incarnazione come un progetto pastorale. A volte andiamo cercando nelle nostre Diocesi: facciamo un progetto pastorale. C'è già, c'è il progetto pastorale del vangelo che è questo calarsi, questo interessarsi. Diceva un autore pagano, che si chiamava Terenzio, - chi fra voi abbia fatto gli studi classici l'avrà incontrato e avrà tradotto qualcosa, magari bestemmiando tra sé e sé, col vocabolario latino - diceva una cosa che potremmo assumere come nostra: "Sono un uomo, ritengo mio interesse, ritengo che mi appartenga tutto quello che è umano". "Homo sum: humani nihil a me alienum puto". Questa espressione di Terenzio, come biografo latino, può essere un programma per il cristiano oggi, quindi, cosa c'è, cinema?, interessa all'uomo? Deve interessare anche te. Cosa c'è, un cantautore che tira?, come dicono i nostri ragazzi Anche se ami la musica classica devi ascoltare Jovanotti, - tra l'altro ho fatto una citazione sua, ma dopo ve la dirò, non l'ho messa tra parentesi, altrimenti l'avrei tirato qui tra i Padri della Chiesa - devi anche ascoltare "A te"; da quel testo è tratto "a te che hai preso la mia vita e ne hai fatto molto di più". Quindi sono un uomo, tutto quello che è umano mi interessa. Questo non è niente di nuovo di quanto non sia già accaduto duemila anni fa in duemila anni di storia. E veniamo a noi. Il mondo giovanile. Date queste premesse, descritti questi orizzonti, come non guardare con simpatia quello che avviene nel mondo giovanile. E qui ovviamente immagino i sacerdoti che fanno difficoltà, come tutte le persone adulte o anziane, tutti abbiamo avvertito nei confronti degli adolescenti una sorta di ripulsa perché portano avanti un linguaggio, un modo di vivere, di vestire, ecc., agli antipodi di quello che noi alla loro età avevamo, abbiamo portato avanti, per cui sentiamo istintivamente loro, gli altri, quelli del muretto, quelli della discoteca, quelli del sabato sera, e mai che ci appartengano. E allora ho messo qui: I giovani, il problema giovanile da "problema" a "sfida" della missione della Chiesa. E diciamocelo chiaramente, cari miei: o il mondo giovanile ci interessa ma con questa attenzione cristiana nel senso di Cristo o noi non stiamo edificando la Chiesa, perché la Chiesa è certamente quella celeste, è certamente quella peregrinante nel tempo, ma a noi deve interessare anche la Chiesa di domani nella storia. Chi sarà la Chiesa domani a Chieti-Vasto? Questi, Vescovo Bruno, ovviamente queste sono le promesse della Chiesa di domani. Allora certamente noi facciamo bene ad organizzare i pellegrinaggi per le signore anziane, le cordate di Radio Maria, ecc., giustamente si diceva, c'è qualche sacerdote lì, ma quello ovviamente dice Radio Maria perché la nonna dalle 6 e mezza di mattina alle 9 di sera ha Radio Maria continuamente accesa, per cui insomma... A proposito delle nonne vi racconto una cosa che è successa a Don Damiano, il sacerdote che mi ha accompagnato, che è di Vallo della Lucania. La nonna passava davanti al televisore e la figlia stava vedendo una cantante, dice: "Nonna, vedi lì che c'è madonna?". "Uh!, madonna mia, non ti avevo riconosciuto". Ecco, allora è veramente successo, lo può testimoniare Don Damiano, era "Madonna", invece la nonna ha pensato che fosse un'apparizione mariana. Dobbiamo raccogliere questa sfida. E una Chiesa che non evangelizza i giovani, che non sa parlare ai giovani - non so come dire - non è una Chiesa, non è la Chiesa di Gesù Cristo, non è la Chiesa dell'Incarnazione, non è una Chiesa che si progetta, è come, facendo un parallelo nelle famiglie, le coppie che non hanno figli, che non vogliono averne, che l'avranno dopo cinquemila viaggi, dopo tremila promozioni, ecc., queste persone vanno invecchiando e inasprendosi, noi diciamo: è diventata una vecchia inacidita. È così anche la pastorale, può inacidirsi quando non raccoglie la sfida della novità. E la novità sono i giovani ovviamente con le loro contraddizioni, non li sto canonizzando, ne conosco tutti i limiti perché ho vissuto con loro una vita intera, le manie, ecc., ma non accettare questa sfida significa pensare che domani la Chiesa non ci sia, invece ci sarà e sarà la Chiesa che noi in qualche maniera, pur con uno sforzo, una riedizione, un andare dall'estetista, perché forse ci sarà bisogno anche di questo, cambiando qualche parola, - si tratta solo di linguaggi - la Chiesa che noi abbiamo seminato in loro, e che è fiorita attraverso il loro ministero. Chi sono i giovani? I giovani: ciò che si farà domani. I giovani sono il nostro domani che tu lo voglia o no, cioè sarà il sacerdote giovane che prenderà il tuo posto di parroco, sarà l'animatore del gruppo, sarà il responsabile della Caritas, sarà il genitore, il professionista. I giovani sono il domani, e allora ho scritto: Antenne? E la risposta è sì, sono antenne. Perché è interessante guardare il mondo giovanile? Perché ripeto, senza canonizzarlo, e non uscirete tutti con l'aureola, state certi, ma guardando i giovani noi percepiamo quali sono i disagi degli adulti perché, ricordatevelo adulti presenti, se ci sono dei mali nei nostri giovani, dobbiamo avere il coraggio di dire mea culpa, mea culpa, mea maxima culpa, perché i giovani null'altro estremizzano forse che quei mali che noi avevamo dentro, che forse non abbiamo fatto per paura, per timore dell'Inferno e che essi, forse per una maggiore spudoratezza, riescono ad esprimere, ma se c'è del marcio, come c'è, nel mondo giovanile, i responsabili siamo noi che non siamo riusciti a gettare ponti, non abbiamo chiuso con la prima porta sbattuta, questo sia in casa sia in parrocchia, perché anche in parrocchia i giovani sbattono la porta, vero?, e ti rispondono per le rime, non certamente dandoti del "Don", dell' "Eccellenza", qualche volta escono anche su o giù del pentagramma con le loro espressioni. Non vanno lodati, ma forse sono delle antenne, dicono certamente che ci troviamo, e non sono né il primo né l'ultimo ad affermarlo, nel mezzo di un cambiamento di cui non si vede la fine, al centro di un tunnel per cui la luce è ancora lontanissima, come un puntino luminoso là in fondo, ci dicono che stanno succedendo delle cose e noi dobbiamo essere attenti a cogliere quanto di bene questi loro messaggi ci rimandano, a - come dire? - in qualche maniera esorcizzare certe loro paure. Il genitore una volta era quello che diceva "non ti preoccupare", metteva la mano sulla spalla al figlio e diceva..., gesti di una valenza sacramentale enorme, che oggi i genitori, i papà in particolare, non sanno fare e per i quali bisogna organizzare, pensare una scuola "come mettere la mano sulla spalla al figlio". Chi ha avuto questo gesto, mi riferisco alla nostra generazione, sa il valore, la tensione, il flusso - come dire? - di ottimismo che veniva dalla generazione precedente che in qualche maniera ci esortava ad andare avanti e forse ci dava una sorta di diploma, di chiave per uscire, che non erano le chiavi di casa. Poi ho scritto: Barbari? Ho voluto mettere questo termine perché è particolarmente intrigante. Innanzi tutto leggetevi "Barbari" di Baricco. Leggetevelo. Alessandro Baricco "Barbari", edizione Feltrinelli. Sarà il caso di fare anche qualche lettura, altrimenti qui restiamo un po' sul vago. Non c'è da condivider tutto in quella lettura, ci sono tra l'altro una serie di articoli apparsi forse o su Repubblica o sul Corriere della Sera, ma mi ha colpito questo testo quest'estate e ho detto: qui bisogna farne una rilettura pastorale. Bruno, che è bravo a fare le tavole rotonde con i grandi, può organizzare una tavola rotonda con Baricco su questo libro "i barbari". Cosa dice in effetti? Dice: Ci sono stati tanti cambiamenti nella storia, ci troviamo in un altro cambiamento, cosa è successo sempre quando arrivavano quelli nuovi, a dire si fa così e non cosà, sono i barbari quelli hanno cambiato il fraseggio musicale, il Beethoven di turno che è arrivato e adesso vuole portare avanti un'altra tensione musicale, oppure anche storicamente quelli che sono arrivati dal Nord e hanno demolito quell'Impero Romano, poi sappiamo che non era chi sa quanto solido e denso, ma i barbari magari con un soffio, un piccolo calcio hanno fatto cadere quello che già era in putrefazione. Pochi giorni fa noi abbiamo, il 3, fatto memoria di S. Gregorio Magno, che qualcosa dovrebbe anche insegnare oggi alla Chiesa davanti ai nuovi barbari, nel senso che i barbari sono i portatori del nuovo, sono quelli che forse cambiano le regole del gioco o vengono, ripeto, a demolire cose che stavano in piedi ma era solo una scenografia, come dice Paolo, "passa la scena di questo mondo", pensando alle scenografie del teatro. Allora anche i giovani sono barbari in qualche maniera, no?, in questa dicitura, perché sono il nuovo, sono quelli che arrivano e gettano le picconate, sono, non so, come si chiamava quello che non faceva crescere l'erba, Attila, ma non sarà stato vero perché poi tutta la rilettura della storiografia dei barbari è fatta ad usum Delphini, cioè a partire da noi, che avevamo ragione e che avevamo la civiltà, poi sono arrivati quelli e ci hanno invasi. Allora i barbari sono i giovani. Il nonno, il genitore sente il giovane, l'adolescente come un barbaro. Ecco in questa dicitura positiva siate contenti voi giovani di essere i barbari di oggi, perché venite forse a criticarci, perché io appartengo all'altra generazione, e a mettere al bando certe nostre ipocrisie, certe nostre facciate dietro alle quali non c'era nulla, quindi, se c'è da spicconare potete spicconare, resteranno in piedi - anche questo è un bel messaggio che viene da quel testo - resteranno in piedi alcune cose se alcune persone intelligenti anziché combattere i barbari cercheranno di dialogare, come è il caso di fare con i giovani. Vettori? Anche qui direi di sì, vettori?, cioè coloro che portano e che con una sapiente azione pedagogico-educativa potranno veicolare nel loro mondo dei valori che la società oggi non propugna, non porta al primo posto nelle Hit Parade. Quindi accettiamo i giovani come futuro, come antenne, quello che sente il giovane, ascoltalo, perché, come si dice da noi a Napoli, "ha l'orecchio a terra", allora si ascoltava così quando arrivavano gli eserciti, con l'orecchio a terra, wooouuuu, sta arrivando l'esercito nemico. Sono barbari? Sì, sono vettori, cioè possono essere trasformati in agenti di mutamento, e da una situazione di mutazione disordinata essere agenti di una mutazione ordinata. Ci sarà nel patrimonio, certamente c'è nel nostro patrimonio cristiano, c'è una serie di valori che i giovani possono assumere, e con la loro forza vettoriale portare, insinuare, non fosse altro che come domanda, nel mondo dei loro coetanei. Il problema e la sfida dei linguaggi. Il vero problema dei giovani è la lingua, perché i giovani parlano la lingua barbara, mica parlano il latino, parlano il barbaro. Mi viene sempre un esempio classico. Quando io ero ragazzo, e anche Bruno, nel nostro dialetto comune napoletano, noi avevamo il verbo "pariare", forse non so se c'era anche qui. In dialetto napoletano "pariare" è "digerire". "Pariare" in dialetto napoletano significa "digerire". Nel linguaggio dei giovani, credo anche qui perché il linguaggio dei giovani, "barbaro", è universale, significa "divertirsi". Allora se un tuo animatore dice: "Parroco, non posso venire in riunione perché devo andare "a pariare" da questo mio amico o in questa sala cinematografica", tu inutilmente gli darai un amaro, un digestivo, perché non gli serve per digerire, quello vuole divertirsi. Ho fatto questo esempio, che mi viene sempre in mente, per dire: facciamo attenzione anche alle parole, perché le parole mutano, i linguaggi mutano, una lingua nella misura in cui è usata si evolve a meno che non sia morta, allora c'è il Rocci lì per le nostre traduzioni terribili al liceo dal greco, quello è e quello è, ma se è parlata la lingua, la lingua si evolve. Questa è una cosa così semplice ma si fa tanta difficoltà a comprenderla, cioè che uno deve utilizzare altre metafore, deve utilizzare altri termini, altrimenti il tuo parrocchiano, dico al sacerdote che predica, non ti capisce, e il nostro sociologo giustamente ha detto: "I riti come sono? Ripetitivi e noiosi". Adesso sul ripetitivo della liturgia non possiamo porre mano, ma credo che possiamo porre mano invece su certe prediche che fanno crescere le barbe fluenti come quelle dei Cappuccini e dei monaci antichi, (ma il motivo) magari il parroco sarà anche santo, sarà anche bravo, si prepara ma non fa attenzione, non ha l'orecchio a terra, non fa attenzione alla lingua che parla il giovane. Se tu fai una citazione, come l'ho fatta prima io di Jovanotti, immediatamente l'audience sale, ma se io cito, non so, un Padre della Chiesa, si dice da noi, "strevuzo", cioè strano, allora dice: ma questo chi è? Mi spiego? Il problema è: i linguaggi. "Linguaggi" significa anche che dobbiamo imparare cosa pensa, dice l'altro e che lingua usa, ma anche i linguaggi, perché non è parlare una lingua, penso ai linguaggi multimediali e alla possibilità di troncare, per esempio - anche qui butto una bomba - con il bollettino parrocchiale, che nessuno legge se non la nonna 90enne con la lente d'ingrandimento e, non so, aprire un sito. Anche questo è un linguaggio. Chi parla la lingua di oggi si fa capire, attenti che questo processo, di cui vi sto parlando, è sempre accaduto nella Chiesa, sempre. Forse che S. Paolo duemila anni fa non ha operato questa grossa traduzione, non ha tradotto in categorie ellenistiche, quindi le categorie dei barbari d'allora, da koinè, il messaggio giudaico cristiano? non ha fatto questa grande traduzione? Certamente, io non sono S. Paolo, neanche tu, ma nel nostro piccolo, nei nostri laboratori, nelle nostre Diocesi potremmo avere un po' più di attenzione, a dire: Questa cosa non tiene, non tiene. Se tu, sembra non far riferimento ai linguaggi, continui a celebrare l'Eucaristia alle 17:00 o alle 18:00, ma chi vuoi che ci venga? Anche questo è un linguaggio, cioè capire che l'orologio è cambiato, anche se l'orologio del campanile è sempre quello, batte sempre alla stessa maniera dal 1700 ma l'orologio mentale delle persone è cambiato, i giovani li incontrate di sera, io ho celebrato quando ero parroco alle 21:30 un mese intero avendo la mia basilica stracolma. Si può anche pensare a una Messa di mezzanotte non solo a Natale, cioè voglio dire qui la fantasia deve farla da padrona, non nei termini della destabilizzazione ma nei termini dell'attenzione. Noi continuiamo a parlare in latino e i giovani parlano il barbaro, e continuiamo a fare il tea-time, pensando che sia un rito magari anche con le tazzine, non so, e con la zuccheriera d'oro con le cifre e i giovani invece il tea-time lo vogliono fare a mezzanotte o alle due di mattina. Mi spiego? Allora anche questo è linguaggio. Altro punto: la relazione. Adesso se voi mi diceste: Concretamente dicci se c'è un segreto, (ma non c'è) come bisogna fare? su che cosa bisogna insistere? Io ho dato un libro da leggere e non è servito, puoi pubblicare 500 libri, puoi distribuire 2000 vangeli di Marco o di Matteo, a seconda dell'anno liturgico, non serve a niente, perché la signora metterà il vangelo nel suo scaffale. A proposito si racconta, anche questo è vero, che alcuni, spero di non offendere nessuno dei presenti, ma è successo, a un certo punto quelli del Movimento Neocatecumenale debbono andare in giro a fare la predicazione non so a quale punto, allora bussano a una signora: Driiin!, "Signora, siamo venuti a portare la buona notizia". "Mettetela nella cassetta della posta" ha risposto la signora. Giustamente la signora che ne sapeva della buona notizia? cioè quelli erano andati a dire "Gesù è risorto! Alleluia!", "mettetela nella cassetta della posta" ha risposto la signora, cioè troviamo modi di relazionarci, perché tutto si gioca sulla relazione. La relazione: tema centrale di ogni progetto di pastorale giovanile. Alla fine, cari sacerdoti, responsabili di gruppo, tutto passa attraverso di te che parli con un giovane, perché quello che lamentava in "Azzurro" il buon Adriano Celentano, quando noi eravamo ragazzini, succede, "neanche un prete per chiacchierare". Ve la ricordate? Quando tra l'oleandro e il baobab neanche un prete per chiacchierare. Mo', se voi lo cercate un prete, lo trovate per chiacchierare? e magari questa chiacchierata potrebbe anche estendersi ad una direzione spirituale, ad una confessione, ma valga anche per gli operatori pastorali. È inutile che fate cartelloni, ecc., preparate stages, tutto passa attraverso la relazione "io e te". A questo punto, vedete, non è più importante neanche il contenuto, per dire: com'è che tanti non credono all'Inferno? non so, il 35,6% hanno delle perplessità sulla vita eterna. Ma voi pensate che in passato i nostri antenati abbiano avuto chiaro il simbolo della fede così come lo professiamo la Domenica?, o come sta nei singoli numeri del Densinger, per noi che abbiamo studiato teologia? No, e allora questa fede come si trasmetteva? Si trasmetteva attraverso la relazione, cioè alla fine, -adesso riduco - la buona vecchietta o il buon genitore, il buon laico di ieri diceva, quando voleva fare un atto di fede: Signore, io credo in tutto quello in cui crede il mio Vescovo Bruno, - era un bell'affidamento - io credo in tutto quello in cui crede il mio parroco Nicola. Voglio dire: vi sembra che io stia demolendo tutta l'impalcatura catechistica, tutti i Corsi che facciamo, che dobbiamo continuare a farli, ma ricordatevi che, se passa qualcosa, passa perché tu ti chiami Andrea, perché noi abbiamo fatto un'esperienza insieme, perché tu mi riconosci e abbiamo fatto un tratto di strada insieme, per cui ci apparteniamo, per dirla col Piccolo Principe. "Abbiamo perso del tempo, è il tempo che hai perso per la tua rosa che ha reso la tua rosa importante". Vogliamo tradurre questa verità sul piano pastorale? È il tempo che tu hai perso con questo giovane chiamandolo, richiamandolo, mandandogli i fiori per i diciotto anni, ovviamente alla ragazza, poi..., cioè immaginando anche delle possibilità, inventando degli appuntamenti, ma se questo non c'è, la pastorale giovanile non partirà mai, parte nella misura in cui ci sono preti, operatori pastorali e giovani disposti a coinvolgersi in questa relazione, che è il passaggio - metto qui in sottonumero - dall'identità alla relazione - però attenti - io-tu-noi-io, cioè come nasce la percezione dell'io? Nasce nel confronto col "tu" e "tu ed io" diventiamo "noi", che è il "noi Chiesa", da questo "noi Chiesa" mi viene una luce ulteriore sulla mia identità, ma chi non entra in questa relazione rimane solo nella dimensione dell'isolamento. E questa è la condizione di tanti sacerdoti, è la condizione di tanti operatori pastorali, tante persone che, avendo paura di entrare nell'agorà, nella piazza dei giovani, nel mondo, nel blog, avendo paura, finiscono col vedere impoverita anche la loro identità. Il vostro Vescovo Bruno sa, come faccio esperienza anch'io, che tutte le volte in cui noi rischiamo la fede dicendola, quindi entrando in relazione con te che hai avuto il marito suicida, con te che..., no?, non è facile entrare in una casa, lo sapete bene voi sacerdoti, quando c'è il lutto, quando c'è il dramma, quando..., ma all'atto in cui tu superi la barriera della paura, perché io ho paura di entrare nella casa perché non so se quella persona come mi aggredirà, a volte siamo letteralmente aggrediti, soprattutto i parroci lo sono in certi momenti: "Dio dov'è?, e perché questa cosa è successa?". Nel 1980 nella mia parrocchia morirono per il terremoto dieci persone sotto le macerie, molti di voi neanche erano nati, ma attenti, se io entro e supero la barriera della paura, la paura che l'altro mi demolisca, mi aggredisca, e rischio la mia fede, perché ogni incontro è un rischio, anche quello che sto facendo io adesso è un rischio, perché io rischio di andarmene stasera, e voi dite: "Ma questo è proprio un cretino emerito", e io questo rischio lo devo vivere, oppure Bruno dirà: "Ma chi me lo ha fatto fare di invitare Arturo con tanti teologi importanti che conosco", no? È un rischio. Bene, io, accettando questo invito, ho rischiato e sto rischiando con voi, sto rischiando la faccia, sto rischiando anche la fede, ma è questo rischio che mi espone, che mi fa tornare con una identità più forte, perché voi mi rimandate dei feedback positivi che mi certificano e io vi rimando la palla e noi continuamente stiamo giocando una partita in questa oretta, che voi neanche immaginate ed io sto sudando, voi no, una partita terribile, questa partita si chiama "relazione". Quindi, tu devi entrare in relazione con tuo figlio, tu devi entrare in relazione con tuo padre, tu devi entrare in relazione con questa fascia di parrocchia che ritieni essere ormai perduta, cioè devi superare la paura, se tu la superi e superi anche il timore di non saper dire: "che dirò a questi due che hanno avuto il figlio morto in un incidente a 18 anni, che dirò?". Nulla, ma se io entro, ne uscirò rafforzato. Quindi, dall'identità alla relazione, dalla relazione all'identità. Che ho messo là? Relazione: luogo teologico. Luogo teologico è una parola molto cara ad ogni teologo, quindi anche al vostro Vescovo Bruno, cosa significa luogo teologico? Significa "dovunque Dio si fa presente". Quale fondazione biblica potremmo dare a questa espressione? "Dove sono due o tre riuniti nel mio nome io sono in mezzo a loro". Allora la relazione è di per sé un luogo teologico, anche se l'altro ti rigetta, anche se ti scaraventa una serie di improperi contro la Chiesa, anche se ti aggredisce, anche se sembra indifferente, ma in questa relazione Dio si fa presente. D'altra parte nessuno di noi, credo, stia qui come credente perché ha ricevuto rivelazioni, spero non ce ne siano nella tua Diocesi, ogni tanto si trovano questi che hanno delle rivelazioni, ogni giorno, ogni giorno rivelazioni... Basta, basta!, queste Madonne che parlano sempre. Maria nel vangelo a cercarle le parole bisogna andare a spiluccare di qua e di là, per cui voi perché credete? Credete semplicemente, e questa è una cosa bellissima, perché un altro, genitore, prete, laico, suora, insegnante, maestra elementare, si è messo in relazione con voi. Questo è il motivo per cui credete, cioè la fede non si trasmette per internet, la fede si trasmette nella relazione, per questo la relazione è luogo teologico. Le relazioni adesso sono tante, no?, però mai come in questo tempo sembrano esser povere. Ognuno di voi avrà il telefonino, magari anche due o tre, cinque schede, uno per l'amante, uno per la moglie, uno per l'amica, uno per... e va bene, e sembra che stiamo in un bosco di relazioni, abbiamo bisogno di relazioni significative, quindi di relazioni anche solide, pur in questo mondo liquido. Anche questa è una dicitura credo che vi appartenga, appartenga ormai al nostro linguaggio, cioè qui tutto è liquido, quindi oggi sto con Maria, domani sto con Nicoletta, dopodomani sto con Gabriella, dice: Ma, no no, adesso, per ora, cioè nulla sembra stabile. Bene, in questo tempo di liquidità e di analfabetismo affettivo, oppure di generazioni anaffettive, si dice. Leggetevi anche "I giovani" di Andreoli. Anche questo è un testo classico adesso, credo dal 2000. "I giovani" di Vittorino Andreoli. È vero che è la esperienza della patologia, però la patologia, come ci ha detto a proposito dei pazzi il vostro Vescovo, insegna molto sulla normalità, cioè se voglio capire la normalità, se sono a contatto con i pazzi, avrò più chiaro che cosa è la normalità. Allora Andreoli ovviamente ha avuto contatto con i giovani che hanno ucciso i genitori, ma quelle sono punte di iceberg di un mondo molto più ampio, cioè forse anche tu, anche il tuo boyscout, anche il tuo... ha questi raptus, per cui in questa situazione c'è bisogno di tornare all'ABC dei sentimenti, e qui - ovviamente sto solo accennando delle pagine di eventuali progetti pastorali o di capitoli di un progetto pastorale - educare ai sentimenti, educare i sentimenti, perché i ragazzi non sanno più cosa vuol dire. Andreoli insiste molto su questa ondata di violenza televisiva, cinematografica - a suo parere - più grave degli effetti della pornografia. Magari noi facciamo più attenzione moralmente: questa è una cosa che è strisciante nel pornografico. La violenza è assunta dai bambini davanti al televisore insieme con il latte materno, per cui poi ci meravigliamo, ma com'è che questo giovane ha ucciso sua nonna? Ma se l'ha visto cinquemila volte rappresentato. Mi ero preoccupato nel 2001 della maniera ossessiva con cui ci hanno mandato i filmati del crollo delle Torri Gemelle. Me ne sono preoccupato, ho detto: ma forse non è opportuno, perché di gente fragile ce n'è a iosa, e lo sanno bene i sacerdoti, di persone che sono lì lì, insomma si tengono in piedi... ce n'è a iosa, quindi questa scena, che adesso è diventata una scena madre, - purtroppo! - una scena madre di coloro magari che vivranno magari anche nel 2500, vi sarà nell'inconscio collettivo il crollo delle Torri Gemelle. Questa ripetizione della stessa scena in una maniera ossessiva ha creato senz'altro in tante fasce di persone una ulteriore insicurezza. Allora c'è bisogno, cari sacerdoti ed educatori, di prendere per mano l'adolescente - lo so, è un'immagine poetica questa, che non potrà mai accadere - rimettendolo sulla strada dei sentimenti. Domanda: (questo ve lo dico perché sono stato parroco 27 anni). Chi educa i giovani oggi alla sessualità? Chi? Purtroppo ci stiamo dimettendo anche noi, e non voglio dire che... Ma allora tutti i giovani della tua parrocchia hanno vissuto la castità prematrimoniale? Qui ce ne sono due che l'han vissuta, adesso sono a Pescara, mi ha fatto piacere sentirli ieri sera, sono due coniugi che da dieci anni abitano a Pescara e che sono impegnati nella loro Diocesi in A. C., e Andrea ha detto: "Noi veniamo perché non so quello che dirai - magari avranno immaginato, farà il buffone come al solito - non so quello che dirai, ma noi - mi è piaciuta questa frase, ve la devo citare - ma noi veniamo a testimoniare nella carne le parole che tu dirai". È stata una cosa molto bella! Non tutti i giovani della mia parrocchia - lo so anche per esperienza perché si confessavano - hanno vissuto la castità prematrimoniale, ma io ho avuto il coraggio, e spero che tanti lo abbiano ancora oggi, di indicare questa meta. Molti sacerdoti ed educatori, non ne parliamo dei genitori, i primi a non crederci sono i genitori, questa è una cosa terribile!, cioè un genitore non crede che sia possibile vivere la castità prematrimoniale, quindi i genitori dimessi come educatori, la scuola manco a dirlo, no? Certamente i Corsi di educazione sessuale alle scuole medie sono un'informazione del pessimo grado, quando poi i ragazzi possono fare lezione agli insegnanti, come sapete. L'educazione non riguarda "come" si fa, l'educazione riguarda i significati, cioè che significa un bacio? Allora, vedete, vi rimando queste domande un po' provocatorie, un po' folli perché, forse, la Chiesa oggi deve reinsegnare ai giovani che significa un bacio, se ha una finalità, se è una parola, se è una parola che può far parte di un discorso, se è una frase che può far parte di una storia o se è un evento che nasce e che muore, come il kikajon del Libro di Giona. Chi educa? Allora noi dobbiamo riprendere a partire dai preadolescenti, perché? "Perché". Non "come", "come", ve lo insegneranno. Un giovane, - ho fatto un Campo scuola dalla A alla Z, perché ovviamente la mia Diocesi non è bella come la tua, Bruno, è una Diocesi, insomma, terremotata, e per questo m'hanno mandato a far penitenza, allora ho organizzato un Campo scuola dalla A alla Z come non facevo da quando ero giovane, di tutto, dalla colazione alla ninna nanna, ho fatto... - allora ha detto un giovane al suo parroco: "Ma di che parla il Vescovo?". "Mi sembra di educazione all'affettività, alla sessualità...". Ha risposto: "Ah, va bene, vengo, la prima lezione la faccio io ed è gratuita". Allora io l'ho richiamato: "Guarda che tu hai detto questo - scherzando, senza colpevolizzarlo -, perché si pensa che uno voglia insegnare "come". No, ti insegno "perché", che è una cosa molto importante, di cui nessuno più parla. La sfida educativa - vado alla fine - la sfida educativa emergenza nella Chiesa e della Chiesa. Va bene anche soltanto come dicitura, perché l'ho già esplicitata, cioè dobbiamo accettare questa sfida, la sfida di educare, di educare a essere uomini, di educare a essere uomini sociali, di educare a essere uomini sessuati, di educare a essere uomini cristiani, dobbiamo reimparare, reimpostare un'arte educativa. Penso, per esempio, anche alla liturgia che finisce con l'essere sciatta perché non si educa più al linguaggio liturgico, al canto liturgico, all'incenso, che non è sniffare un po' di incenso, ma ha un significato... ecco. Gesù Cristo - qui sarò velocissimo - verità di Dio, verità dell'uomo. Badate che io vi sto dicendo la stessa cosa come da un prisma, questa è un'altra sfaccettatura. Gesù Cristo verità di Dio e verità dell'uomo, cioè in Gesù io trovo ciò che è un uomo e ciò che è Dio, uniti insieme, per cui ciò che è umano è divino, e ciò che è divino è umano. Questa, diciamo sinergia, questa identificazione, questo affratellamento di umanità e divinità noi non lo percepiamo più, siamo ancora di nuovo a compartimenti stagni, questo riguarda l'uomo, questo riguarda la fede. No, dall'evento di Gesù di Nazareth tutto quello che è umano è divino, per cui Gesù diventa anche risposta alle domande, alle domande di senso, ma voi, da bravi filosofi, direte: "Adesso nessuno se le pone più le domande di senso, bisogna scavarle, bisogna tirarle fuori, bisogna decodificarle, ma ci sono". A proposito delle ricerche sociologiche Cencini citava nel Convegno Vocazionale di 2 anni fa, quindi non gennaio scorso l'altro, una ricerca sul campo da cui emergeva che il 20%, una cosa terribile per noi!, ci condanna tutti!, noi preti, il 20% dei giovani si pone per due anni di seguito il problema vocazionale ma non ha, non sa dove andare, dove sbattere la testa, cioè non ha degli interlocutori, significa che il 20% della nostra gioventù si pone il problema: "ma io cosa farò da grande?" O come mi piace dire: "cosa di grande vorrò fare?". Ma non trova un prete, un laico, una suora, un pinco pallino qualsiasi in questo tempo diciamo magico, in questo tempo fecondo, dove è come se fosse in qualche maniera naturalmente portato ad affrontare questi temi. E questa è la citazione di Jovanotti: "A te che hai preso la mia vita e ne hai fatto molto di più". Questo è Gesù. Questo lo diciamo a Gesù utilizzando le parole "a te". Dalle emozioni all'incontro - spero che mi sia dato qualche minuto in più -. È vero che i giovani sono tutti nell'emotività, ma questa emozione è tutta da rigettare? - Mi pongo, mi chiedo da educatore - La risposta è no, e sapete perché è no? Perché senza emozioni non rimane nulla dei discorsi mentali. Allora se di quello che io vi ho detto - e vado verso la conclusione - vi rimarrà qualcosa è perché, senza mio merito, perché senza saperlo ho toccato una corda, un ricordo, un dolore, qualcosa della vostra vita che vi ha fatto scattare, ha fatto muovere una molla interiore, quella è un'emozione. Allora, quando l'emozione si lega a un'idea, l'emozione diventa vettore d'idea, ma l'idea da sola non si muove! Abbiatelo per certo voi insegnanti di matematica, di..., non so, qualsiasi cosa insegnate, e volete fare una lezione asettica, adesso parlo con voce magari metallica, - io ovviamente mi sono emozionato mentre vi parlavo - se la mia emozione ha generato un'emozione anche l'idea è passata, ma se io fossi venuto qui con dei fogli tutti scritti: "Cari giovani, Giovanni Paolo ha detto in quell'altra omelia...", e avessi detto delle cose verissime, verissime, ma asettiche, voi vi sareste annoiati a morte non solo, ma non sarebbe rimasto niente, come non rimane niente della tua predica, del tuo Corso di Cresima, del tuo Corso prematrimoniale, ecc. Sai cosa rimane? Rimane l'idea che tu hai collegato all'emozione. Questo avviene nelle celebrazioni, - e grazie dell'applauso per l'emozione - questo avviene nelle celebrazioni quando sono fatte bene, perché c'è bisogno di celebrare, e non basta credere, non basta aderire mentalmente, no, devi celebrare, non solo perché ricevi la grazia e la forza, ma anche perché la verità deve trovare un profumo, deve trovare un suono, un canto, un sottofondo, una parola, un gesto... Ecco, questo genera un'emozione. Un grande studioso, prima del Concilio, Romano Guardini, "Lo spirito della liturgia", dice che la liturgia è un gioco di colori e di suoni. Ecco, questo è fare attenzione al mondo emotivo, quindi attenti a demolire le emozioni, i giovani vogliono solo emozioni, vogliono fare il Campo scuola, un'altra cosa..., poi non rimane niente. Se tu riesci a coniugare insieme messaggio ed emozione riuscirai a trasmettere meglio. Dalle emozioni all'incontro: "Maestro, dove abiti?". E qui veniamo al punto dolens del mondo giovanile, ed è il legame con Gesù ed il legame con la Chiesa, che deve essere un obiettivo che in qualche maniera dobbiamo raggiungere con tutta la creatività possibile, facendo capire non solo mentalmente che Gesù ha dato i diritti d'autore alla Chiesa, che la Chiesa senza Gesù non è nulla, ma a Gesù non puoi arrivare se non attraverso la Chiesa, dobbiamo creare un'appartenenza. Vedete qui ho messo: Da Gesù alla Chiesa: "Ecco mia madre, ed ecco i miei fratelli!", il vangelo di qualche giorno fa. Chi è mia madre?, chi sono i miei fratelli? Ecco mia madre, ecco i miei fratelli, ecco la mia famiglia, cioè questo sentirsi Chiesa anche visibilmente, anche quest'esperienza è un'esperienza di Chiesa, alta, alta anche se non abbiamo celebrato l'Eucaristia, la celebrerete domani, ma questa è un'esperienza di Chiesa, alta perché ci sono i giovani, ci sono i parroci, c'è il Vescovo, ci sono dei professionisti, ci sono i religiosi, le religiose... questa è la Chiesa! Adesso voi uscite da questo Convegno, uscirete domani, non solo con alcune idee ma anche con un'esperienza, è la mia Chiesa, la Chiesa cui appartengo. Vengo ai verbi velocemente. RACCONTARE LA FEDE: Vedete, questo verbo è importantissimo, perché noi non la dobbiamo solo dire, la dobbiamo raccontare, raccontare in "c'era una volta...". Anch'io in qualche maniera, facendo un po' il buffone per farvi trascorrere questa ora senza le barbe, vi ho raccontato, mi sono raccontato, ho raccontato, ho evocato... Il vangelo deve essere raccontato perché i vangeli sono racconti, e noi abbiamo perso questo gusto di raccontare. La fede non è un libro, è un racconto, quindi c'è una persona che parla, una che ascolta, "E cominciando da Mosè raccontò loro..."(i discepoli di Emmaus). Sono i verbi - io li ho messi così, ve li consegno - i verbi della pastorale giovanile per la vostra Diocesi, senza nulla togliere, poi il vostro Vescovo aggiungerà altri, non so, in ebraico, in tedesco, in spagnolo...(Mi permetto queste battute perché ci vogliamo bene). Quindi raccontare la fede. Poi CANTARE LA FEDE: lì c'era il gruppo del canto con il batterista, con la chitarrista, ecc., è importante, la fede va cantata. "Sono canti per me i tuoi precetti nella terra del mio pellegrinaggio", noi invece vogliamo dire le cose "mono, tono retto", "mono tono", e diventiamo monotoni. Va cantata, cioè bisogna trovare modi dove il contenuto della fede diventa canto, e i canti non sono un riempitivo, fanno parte della fede, ci sono dei canti che ci appartengono, dei canti cui sono legati delle conversioni, magari non saranno, se li passava al setaccio l'allora cardinale Ratzinger, magari qualcuno l'avrebbe pure depennato, però quel canto ti ha aiutato, allora bisogna anche trovare modalità nuove per cantare la fede, "Hai mutato il mio lamento in danza". CELEBRARE LA FEDE ve l'ho detto, devo trovare l'occasione. Non so, tu sei educatore di ACR, ecco, spendiamo una lancia per l'A. C. che la merita, perché è la maglietta più aderente, l'Azione cattolica è la maglietta più aderente alle parrocchie, non è né un camicione, né una camicia di forza, e se la parrocchia è piccola aderisce così, se uno è extra large, cioè c'entrano tutti perché sposa la realtà del posto. Bene, se tu sei educatore ACR sai la pedagogia, la catechesi esistenziale, e sai che si parla prima il problema, poi i documenti della fede, poi quello che abbiamo scoperto lo celebriamo. Ecco il valore della celebrazione diventa un fissativo. Poi TESTIMONIARE LA FEDE: importantissimo perché se - l'ho detto già all'inizio - se lo tieni per te non vale, quello che hai ricevuto trasmettilo ad altri, passaparola, ognuno di voi può essere cassa di risonanza nel proprio ambiente, la palestra, l'università, al Cammino di Santiago o nelle esperienze più strane o anche il sabato sera, non è detto che il sabato sera bisogna svagarsi soltanto, si possono anche inoculare interrogativi: ma sei veramente contento? è questo che vuoi? forse c'è di più? Testimoniare la fede. APPARTENERE ALLA FEDE: Chiudo con questo che è il verbo più importante. Cari giovani, dovete riscoprire d'appartenere ad una Chiesa, ad una madre, e per questo vi ho messo una citazione bellissima che è nel vangelo di Giovanni: "Giovanni, figlio, ecco tua madre!". All'indomani, anzi da subito, dopo la morte di Gesù., da quel momento "il discepolo la prese nella sua casa", significa che la mise nel suo stato di famiglia, cioè se ne fece carico. Maria apparteneva a Giovanni e Maria è la Chiesa. Adesso tu devi sentire d'appartenere alla Chiesa, e spero che tu lo senta attraverso l'affetto del tuo Vescovo Bruno, attraverso l'affetto e la vicinanza del tuo parroco, degli operatori pastorali, ma anche tu devi sentire che la Chiesa ti appartiene, perché se viviamo e celebriamo questa appartenenza, credo che tante cose si scioglieranno, anche quelle teologiche, anche dire: Va be', ma questo non lo so. Non fa niente. Io appartengo, che cognome hai tu? Ecco è la mia famiglia. Tu sei cristiano. Ecco su questo senso di appartenenza, in particolare lo dico ai sacerdoti, dobbiamo spendere un po' più di tempo; senza appartenenza non ci sono messaggi che passano. E allora ho pensato di concludere con "Settembre, andiamo. È tempo di migrare", perché il poeta è di queste parti. Allora speriamo che possiate emigrare e non fare come il D'Annunzio, perchè alla fine si capisce che è tutto un bluff, perché "isciacquìo, calpestìo, dolci romori. / Ah perché non son io cò i miei pastori?". Ma vacci, ma vacci con i tuoi pastori, e allora così dico a voi, non facciamo che "isciacquìo / perché non sono con i miei giovani?". Vacci, spendici del tempo! Auguri! *** Il testo, tratto direttamente dalla registrazione, non è stato rivisto dall'autore. |
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| Ultimo aggiornamento ( Monday 22 September 2008 ) |
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