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NOVENA di SAN MICHELE 2008, Venerd́ 26 Settembre PDF Stampa E-mail
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Scritto da Teresita   
Monday 29 September 2008

Venerdì, 26 Settembre

NOVENA di SAN MICHELE ARCANGELO 2008

guidata dal Parroco Don Pasquale

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Meditazione

   Man mano che scorrono i giorni della Novena rincontriamo i nostri sacerdoti che sono partiti dalla nostra parrocchia. È sempre bello rincontrarsi, come stasera con Tonino, e fare memoria, riandare alle nostre origini, come è anche bello vedere tra voi molti, che ieri hanno ricevuto il sacramento della Confermazione, sovrabbondanti di Spirito Santo. Anche la nostra basilica gronda Spirito Santo, approfittiamone in queste ore per essere anche noi infiammati.

Questa sera percorriamo i versi del Libro della Genesi al capitolo 32, sono versi belli, misteriosi, in cui si parla di Giacobbe che lotta con Dio. Non possiamo non inciampare in questi versi, sono difficili da commentare, da leggere, perché lasciano dentro una sorta di mistero, ma non possiamo saltare questo brano, che è il brano della Parola di Dio per antonomasia, che ci introduce nel mistero del combattimento. Percorriamolo insieme. Quella che è descritta è una scena notturna, Giacobbe vive la sua notte, la sua lotta, il suo oscuramento, ha dei conti in sospeso con il fratello Esaù, ha dei conti in sospeso con Dio. E man mano che scorre la notte e pian piano si accendono le prime luci dell'alba, la scena atmosferica descrive anche la scena, lo scenario dell'anima di Giacobbe. Giacobbe è nella notte, è nella desolazione, è nell'aridità, affollata da mille dubbi, da mille paure, da rancori, da pensieri strani. E pian piano che scorre la notte, lottando con se stesso, lottando con Dio, pian piano si rischiara l'anima fino ad arrivare all'aurora, dove egli se ne parte benedetto. È un brano in cui possiamo avvertire anche l'evoluzione spirituale di Giacobbe, e di ciascuno di noi, man mano che ha il coraggio di continuare questo combattimento. Molti scappano davanti a Dio, c'è invece qualcuno che osa resisterGli. Spero che tanti di noi, perlomeno una volta nella vita, possano riconoscersi in questa scena. E quindi da un lato c'è il rischiararsi progressivo dell'anima, dall'altro Giacobbe è solo, è solo. C'è una presenza misteriosa che lo reclama al di là di tutti gli affetti di sangue, delle mogli, dei figli, dei suoi beni, Giacobbe si rende conto che deve restare solo con Dio, ha evitato questo momento, è scappato via più volte, prima da casa e poi da Labano, da cui ha portato via le figlie e anche le pecore con una sorta di inganno, ma ora non può più scappare, ora Dio lo stringe all'angolo, egli è solo. Questa scena è segnata anche dalla tristezza, dalla malinconia, dalla morte, perché passa un guado, lo Iabbok, tutti egli li accompagna - immaginiamo la scena - prende in braccio le mogli, poi i figli, lascia andar via il bestiame, le sue ricchezze, i suoi servi. Ora tutti gli altri sono all'altra riva, egli è solo, avverte certamente nella sua solitudine mortale un'angoscia che parla di tristezza, di un sentirsi ormai a un appuntamento decisivo con la sua vita. E questa sua solitudine è importante perché, dicevo, c'è una presenza misteriosa, quella di Dio che lo reclama, che lo vuole solo al di là di tutti gli affetti che egli ha tessuto nell'arco della sua vita. Ebbene inizia il combattimento, inizia il combattimento e Giacobbe è ostinato, è forte, ha ancora le forze della giovinezza, tanto è vero che quest'uomo misterioso, ma in realtà è Dio, non riesce a vincerlo, passano tutte le ore della notte e Giacobbe resiste, sta ancora in piedi, non vuol cedere al Signore, non vuol chinare il capo, non vuole arrendersi, e così pian piano inizia a sudare, a sfiancarsi, ad avvertire una sorta di stanchezza, si annebbia la mente e inizia a salire la sua temperatura. A un certo punto si accorge che sta resistendo, che probabilmente ce la farà.

Ora questa è la nostra scena, fratelli e sorelle, la scena della giovinezza innanzi tutto, dove noi siamo ostinati, Dio continua ad assalirci ma noi Gli resistiamo, abbiamo la testa dura, siamo diffidenti, siamo increduli, non vogliamo fidarci, non vogliamo aprire le braccia a Lui, non vogliamo farGli credito, non vogliamo farLo entrare nella nostra solitudine, nella nostra intimità, in quelle cose che sono tue e non sono di nessun altro. Ebbene, anche noi siamo così, ma a un certo punto la Scrittura dice che Dio gli lancia un colpo decisivo, un colpo mortale, fa un attacco feroce e lo colpisce all'articolazione del femore; a un certo punto Dio gli sferra un attacco e un colpo decisivo, un colpo mortale. È così che inizia a cambiare la storia di Giacobbe e anche la storia di tanti di noi. Che cosa succede? Che Giacobbe è colpito al femore. Noi sappiamo che quando vieni colpito al femore e il femore si rompe, come accade agli anziani, cadi a terra. Allora è questa la scena che vorrei stasera ricordassimo: Giacobbe caduto a terra. È un caduto, è morto, sta a terra, non sta più in piedi, non è più orgoglioso, qualcuno è stato più forte di lui e lo ha messo a terra. Questi è Dio.

Non possiamo non riconoscervi in questo colpo mortale la definizione di Dio, semmai si può dare, è uno che ti mette a terra, che ti dà un colpo decisivo e tu ti arrendi. Qui inizia a cambiare tutto, Giacobbe è sconfitto, è sconfitto, anche se il racconto è architettato in una maniera strana, per cui chi vince perde e chi perde vince, in realtà Giacobbe qui è sconfitto, come tanti di noi, perché è caduto a terra, perché sarà lui a dire il suo nome a Dio, e dire il proprio nome è rivelare la propria identità, è essere ormai vulnerabili, e sarà Dio poi a cambiargli il nome, per cui certamente Giacobbe qui ha perso, come tanti di noi, a un certo punto Dio è stato più forte e ci ha sconfitti, ci ha sconfitti, ed è in quella circostanza che noi lo abbiamo conosciuto, e in questa circostanza che può nascere la fede, un uomo nuovo, una persona nuova mentre sei a terra.

Questa sera è con noi Mario che martedì 30 di settembre sarà ordinato Diacono a Sorrento in cattedrale; anche Mario si prostrerà con la faccia a terra, lì sarà Dio a schiacciarlo, il più forte, perché è Lui il più forte, non puoi consacrarti a Dio se vuoi vincere, devi imparare ad arrenderti, è l'arte più difficile, e per la prima volta noi vi siamo costretti senza volerlo, e, dicevo, Mario si prostrerà a terra, sarà una vera morte. Certamente in questi giorni anche per lui, come per i suoi compagni di cordata, vi è dentro una lotta, mi arrendo o non mi arrendo, sì o no, faccio bene o faccio male, poi a un certo punto Mario ti arrenderai e tutto cambierà, tutto cambierà. Tutto cambierà e tu rinascerai come una persona nuova, e questo essere un uomo nuovo in virtù di quella morte, di quella sconfitta, di quella resa, da quel sentirsi, diciamolo, anche violentati da Dio, si può nascere come persone nuove.

Questo accade a Giacobbe, cosa gli manca per rinascere? Gli manca il nome nuovo e Dio glielo dona, non ti chiamerai più Giacobbe ma Israele, cioè tu assumerai il nome collettivo di tutto il tuo popolo, nasce in quella notte l'epopea del popolo d'Israele, a dire che coloro che verranno dal tuo seme dovranno combattere con Dio, dovranno lasciarsi sconfiggere, sperimenteranno a un certo punto un assalitore notturno che li butta a terra e quasi li uccide. Il nome nuovo "Israele", che egli riceverà, è il nome della persona che ha combattuto con il Signore e manca anche la benedizione. Giacobbe continua a combattere perché a un certo punto vuol essere benedetto e alla fine, soltanto alla fine, mentre spunta il sole Giacobbe riceve la sua benedizione.

Allora di che cosa parliamo stasera? Della lotta che vi è sempre dentro di noi tra il dire sì e il dire no a Dio, è una lotta quotidiana, ogni mattina appena ti svegli vivi dentro di te questa tentazione, questo combattimento, inizio con un sì o con un no? questa giornata sarà un sì a Dio?

Questo giorno che si avvia al tramonto, a Compieta, è stato un giorno in cui abbiamo detto sì a Gesù o gli abbiamo detto no? È questo il vero combattimento, e ancor di più vi è dentro di noi anche la lotta tra la benedizione e la maledizione.

Man mano che scorrono gli anni avvertiamo sempre di più che ogni giorno dobbiamo combattere tra il sentirci benedetti e il sentirci maledetti, cioè la lotta tra la gioia e la tristezza, tra il sentirci amati, creati da Dio, portati per mano, e quei pensieri che ci portano distanti da Lui e ci fanno avvertire soli, maledetti, fuori, lontani dal Suo amore. È una lotta continua che noi ci portiamo fino alla vecchiaia, dove avvertiamo e si avverte sempre di più la tentazione della tristezza, della maledizione, hai sbagliato tutto, Dio non è contento di te, dell'amarezza del vivere, dei propri errori, la nausea per il domani. È questa la lotta quotidiana, esistenziale tra la gioia e la tristezza che noi dobbiamo affrontare, e oggi riceviamo l'invito a combattere, dentro di te c'è una sorgente di Spirito Santo che ti aiuterà, che ti farà portare avanti il tuo sì nonostante i tanti pensieri, la voglia di scappar via, di resisterGli, e farà albergare dentro di te al centro stesso della tristezza una leggerezza, una gioia che non viene da te, che viene dall'alto.

E i segni della lotta in Giacobbe sono evidenti, e spero che ognuno di noi possa esibire le sue slogature, le proprie cicatrici, Giacobbe da quella notte in poi cominciò a zoppicare. Come per Abramo da quel giorno in poi di quel combattimento con Dio cominciò a invecchiare. Ognuno di noi potrebbe dire e potrebbe esibire i segni, spero che invece di portarci i segni appresso nel peccato possiamo portarci ancor di più i segni del combattimento che a volte sono l'inquietudine, che tante volte è un infarto dell'anima perché hai avuto timore di non farcela, è la solitudine, i segni nella carne. Ogni persona, che noi incontriamo, lascia dentro di noi, ogni persona significativa, un segno indelebile, ebbene Dio quando ti viene incontro, quando ti sperimenta, ti mette alla prova, allora ti lascia dei segni.

Ognuno di noi ha questi segni del parto, punti di sutura che parlano di una nuova nascita, dolorosa, ma che noi ci portiamo dietro con onore, con amore, e li abbiamo avuti per amore. E allora il nostro combattimento quotidiano tra il sì e il no, tra la benedizione e la maledizione, tra la gioia e la tristezza andiamo avanti, coraggio, andiamo avanti, e se ci portiamo dietro qualche slogatura, se non camminiamo più eretti è una grazia, vuol dire che abbiamo fatto un passo nella vita spirituale.

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Il testo, frutto di registrazione, non è stato rivisto dall'autore. 

Ultimo aggiornamento ( Monday 13 October 2008 )
 
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