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SOLENNITA' di SAN MICHELE ARCANGELO 08, Celebrazione del Vespro, Piano di Sorrento - 29 Settembre PDF Stampa E-mail
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Scritto da Teresita   
Sunday 05 October 2008

29 Settembre 2008 

SOLENNITA' di S. MICHELE ARCANGELO

VESPRO SOLENNE

presieduto da Sua Eccellenza Rev. ma Mons. Arturo Aiello

Vescovo della Diocesi di Teano-Calvi

***

Spero di riuscire a parlare con questa camicia di forza che mi comprime, che è il piviale, ma anche questo fa parte della storia.

Condivido con voi questa conclusione della festa di S. Michele con la Novena che vi ha messi in cammino, in moto, vi ha spiritualmente preparati. Una festa liturgica si prepara, si celebra e rimane, non si conclude. Innanzi tutto si prepara, penso alla preoccupazione che fin dai Campi scuola Don Pasquale ha avuto cercando il tema da sviluppare insieme con voi; da lontano seguo anche questi movimenti, i suoi pensieri; si prepara anche attraverso tanti piccoli gesti che si fanno qui in basilica, in casa, ci si organizza il pomeriggio in modo tale da essere presenti la sera. I preparativi fanno parte integrante della festa, una festa che non si prepara non è tale, questo sul piano familiare, affettivo, civile, ancor più sul piano cristiano, sul piano liturgico, e quindi questa festa è intensa nella misura in cui l'abbiamo preparata. Chi fra voi si è aggiunto all'ultimo momento certamente raccoglierà un brandello di grazia ma non è in grado di vivere tutta la festa, perché la festa è anche la sua preparazione, la Novena è parte integrante della festa. Penso anche a quelle azioni più umili, ma non meno importanti, quali predisporre gli abiti liturgici da parte di Don Pasquale, di Salvatore e degli altri, o anche di mettere a lucido la basilica per le persone che si occupano della pulizia, quindi una festa si prepara. Poi viene il clou che normalmente rispetto alla preparazione è un attimo. Nelle nostre case, come anche nella liturgia, la festa è un giorno, la festa è un momento, c'è un sorgere e un tramontare, e a noi sembra stasera di stare a chiudere la festa di San Michele 2008, in realtà la festa continua, continua nei cuori, continua nei cunicoli che la preparazione ha attraversato, ha realizzato, ha disegnato, continua nell'eco, in qualche maniera dovrebbe continuare in voi per tutto un anno, avete fatto riserva spirituale in questi nove giorni, poi nel giorno della solennità e da domani continua la festa in una maniera più segreta, più nascosta, più umile, ma anche più vera. Cosa dire a conclusione della festa liturgica che, avete compreso, non finisce qui?

Ci sono alcuni verbi che mi sembra debbano essere coniugati questa sera. Innanzi tutto la festa di San Michele per questa comunità significa, ha significato e significa ancora oggi celebrare la fede.

Celebrare la fede, siamo qui per questo, abbiamo per questo cantato l'inno, i tre salmi, stiamo qui per dire che crediamo, perché la fede bisogna dirla, perché bisogna dirla insieme ad altri, non basta dirsela da sé in casa propria, per questo è importante l'aspetto anche comunitario della festa, ma della fede, come ho sottolineato in passato quando ero con voi tante volte, della fede la devozione è l'appartenere in qualche maniera al popolo, come diremo tra poco nella preghiera ottocentesca che "da sempre hai ritenuto tuo, popolo di S. Michele" significa: della fede attestare la realtà di cose che non si vedono. "Credo in un solo Dio Padre Onnipotente, creatore del cielo e della terra, di tutte le cose visibili e invisibili", le visibili non c'è bisogno di dimostrarle, sono sotto gli occhi di tutti, quelle che tocchiamo, sperimentiamo, ma ci sono tante cose, tanti aspetti nella creazione che ci sfuggono, che non cadono sotto l'osservazione dei sensi. È questo aspetto della fede che noi veneriamo e crediamo negli angeli. Celebrare la fede, professare la fede significa credere che ci sono realtà intorno a noi che non sono evidenti, che ci sono qui tanti angeli, arcangeli, cherubini, serafini, - come diciamo nel Prefazio - uniti nella stessa lode, che proclamano "Santo, Santo, Santo è il Signore Dio dell'universo". Siamo qui per fare ancora una volta questo atto di fede. La protezione dell'arcangelo Michele ci affaccia su queste realtà invisibili, eppure evidenti. Misteriose non significa inaccessibili, semplicemente: oltre la percezione e la possibilità di percezione dei nostri sensi.

Ma siamo qui anche per celebrare un'appartenenza. È importante celebrare la propria festa patronale, festa patronale della propria comunità parrocchiale, perché serve a radicarci in una comunità concreta, che è quella che si ritrova a pregare nella basilica San Michele Arcangelo, ed è importante per voi sentire questa appartenenza. Forse chi è lontano, penso ai naviganti, agli emigrati, appartengo ormai a questa categoria anch'io, sente di più questa urgenza di celebrare una appartenenza.

Ricordo, quand'ero studente di sociologia, che gli emigrati, più di quelli che restavano a casa, avevano la possibilità, perché da lontano, di sentire che c'è un patrimonio prezioso nelle tradizioni della propria terra d'origine. E quindi non smettete di celebrare la vostra appartenenza, e questo non per ricadere nei campanilismi del passato, io sono di Mortora, io sono di Trinità, - ci sono i due parroci vicini - o io sono di San Michele, non si tratta di dire "è il mio campanile" nel senso deteriore e becero del termine, ma c'è un senso bello, a dire: la mia famiglia è questa.

Come tu riconosci la tua casa, la via che porta a casa tua, devi riconoscere anche la tua comunità parrocchiale, e la festa di San Michele viene a rinsaldare questi vincoli, vincoli che ci uniscono, comune denominatore di certi nostri linguaggi, di certe nostre esperienze infantili, ma essenziali per non perdere l'orientamento. A furia di essere cittadini del mondo, come tanti insistono, stiamo perdendo il senso delle radici, e quindi il senso dell'equilibrio, perché alla fine, quando sarò cittadino di tutte le città del mondo, non avrò più una mia città, non avrò più il mio paese, l'inno al santo Patrono. Mi aspetto, per esempio, di sentire "al tocco di campana", sperando che arrivi, anche una tromba, non la vedo. Ecco, celebriamo quest'appartenenza: sono della comunità San Michele Arcangelo. Dovete dirlo voi, io non posso più dirlo, e dovete dirlo anche essendo presenti, questo non solo nella festa di S. Michele ma nello scorrere del diario liturgico feriale, settimanale, domenicale, quaresimale di questa comunità. Questa celebrazione dell'appartenenza, anche nel terzo verbo, è un riannodare con quelli che prima di noi hanno celebrato questa festa e professato questa fede e vissuto l'appartenenza che noi oggi siamo chiamati a vivere e a celebrare e a festeggiare. Sono i nostri defunti, sono le comunità che da secoli si sono succedute in queste navate, che hanno pianto, hanno sperato, hanno pregato, che hanno vissuto qui i loro momenti importanti di gioia e di dolore. Riannodare con le radici è essenziale come celebrare l'appartenenza alla propria comunità, e oggi noi vogliamo sentire il respiro di queste persone che prima di noi hanno cantato certi inni, hanno fatto, come farete alla fine, il piccolo pellegrinaggio su al tempietto di S. Michele, han ritenuto la presenza dell'Arcangelo determinante nella loro vita e che oggi godono insieme con S. Michele della visione di Dio faccia a faccia. È bello che una festa venga anche a ricordarci chi non c'è, a vedere i posti vuoti, a ricordare tanti anziani che sono stati per noi maestri di preghiera e di fede.

Ma quello che è più importante è che una festa, che è il celebrare l'appartenenza, il professare la fede, il riagganciare con le radici, è un momento progettuale, perché una festa non è solo "si è sempre fatto così", una festa è anche questa famiglia, la vostra, che guarda avanti, che si conta, che guarda i ragazzi, i giovani, i bambini, quelli che verranno, che si chiede: quale comunità per coloro che saranno adulti e giovani domani? E questo è l'impegno più importante per voi, noi celebriamo l'appartenenza e professiamo la fede perché altri dopo di noi possano sentirsi sotto le ali dell'Arcangelo, perché altri dopo di noi possano avvertire quest'appartenenza, perché altri dopo di noi possano in questo luogo prendere forza, coraggio, giurare il loro amore, prendere la benedizione prima di partire, prima di imbarcarsi, come tanti ancora vengono a fare qui, perché altri domani possano portare qui i loro bambini per essere battezzati, educati nella fede, e così nello scandirsi di tutte le vicende della vita di un uomo. Cosa sento di dirvi da lontano, da - come dire? - emigrato di e da questa comunità, forse con una maggiore libertà di quanto non  possa fare Don Pasquale, perché da lontano e poi quando s'invecchia ci si permettono più libertà di quelle che un adulto e un giovane riescono a darsi? Attenti, mi viene da dirvi, che questa appartenenza non è scontata, attenti a coltivare il patrimonio, a non allargare le maglie, a non smagliare sul piano della vita ecclesiale, comunitaria, attenti a fare corpo intorno a Don Pasquale, perché una comunità parrocchiale è raccolta certamente intorno al Signore ma il Signore non si vede, abbiamo bisogno di segni, è come la realtà diocesana raccolta intorno al Vescovo, il nostro Vescovo Felice. Tra l'altro domani, per questo sono qui, domani sera il nostro Vescovo presiederà un momento esaltante nella vita della  nostra, vostra Chiesa locale, che è la Ordinazione di tre Diaconi, di due Presbiteri. La Chiesa diocesana è raccolta intorno al Vescovo ma la Chiesa parrocchiale è raccolta intorno al parroco. E allora in questa progettualità sento di dirvi che c'è bisogno di maggiore coesione, di sentire insieme, di non tirare da più parti, come da lontano mi sembra di percepire. Probabilmente quando il sottoscritto era vostro parroco con la sua personalità vi avrà imbrigliati eccessivamente, ed è stato un bene che vi siate liberati di lui, ma attenti poi anche a certe libertà, che invece mi sembra che alcuni di voi si sono offerti, tanto non c'è più il parroco di prima e allora con il giovane, anche se Don Pasquale giovane non è, ci si possono permettere più critiche, più iniziative, come ama dire Don Pasquale, di quante non ce ne permettevamo quando c'era il vecchio parroco. Questa è una piccola tiratina d'orecchi perché siamo in famiglia e allora sarebbe fuor di luogo dire delle parole d'occasione che non siano anche situate nella vita della vostra comunità. E allora cosa ho visto un po' da lontano? Da un lato sono contento perché siete rimasti insieme, perché... però non posso non notare, da lontano le cose si vedono meglio, certe dinamiche di fuga, certi..., come tirare la tovaglia di qua e di là, alcuni cercano di motivare questo anche dicendo: beh, ma "il nostro" non è ancora un parroco, è un amministratore parrocchiale. E qui ho l'impressione che il Diritto Canonico non lo conosciate, ed è mio dovere dirvi che l'amministratore parrocchiale ha tutti i diritti e i doveri di un parroco, cioè voglio dire che non cambia nulla, non cambierà nulla all'atto in cui il Vescovo Felice dirà a Don Pasquale: "Don Pasquale, non sei più amministratore parrocchiale ma sei parroco". È la stessa identica cosa. Don Pasquale potrebbe restare per 50 anni amministratore parrocchiale e non ledere minimamente il cammino della vostra comunità, perché sul piano canonico è la stessa cosa, allora il rispetto, e qui il rispetto non è alla persona fisica ma è al ruolo. Tanta confusione nelle vostre case avviene perché i ruoli non sono più definiti, i genitori fanno i figli, i figli fanno i genitori o gli amanti, ecc. Allora rispettiamo i ruoli, il ruolo è che chi alla fine, dopo aver ascoltato tutti, decide è il parroco, è Don Pasquale. Ve lo dico io con maggiore libertà, altrimenti finite nella confusione, e ricordatevi anche che la Chiesa non è una democrazia. A volte pensiamo, pensate che il fatto che ci sia questa tradizione delle votazioni popolari per il parroco sia come eleggere il sindaco. Sono due cose completamente diverse. Se è rimasta questa cosa, che io avrei immediatamente tolta, ma che purtroppo è rimasta, è una cosa formale, formale. Formale significa che chi dà la missio a Don Pasquale o a Don Francesco, che pure sta a bagnomaria, per la sua parrocchia di Mortora, siamo tutti a bagnomaria, chi dà la missio è il Vescovo. Ci possono essere 500 consultazioni ma la missio, cioè chi dice che il parroco di S. Michele è Don Pasquale è il Vescovo Felice, e voi potete esprimervi come volete, mi spiego? Allora ricordatevi che la Chiesa non è una democrazia, la Chiesa è una monarchia illuminata - è chiaro non è il Vescovo il monarca e non è il parroco - una monarchia perché al centro c'è Gesù, ovviamente Gesù non lo vediamo, non lo sentiamo, abbiamo bisogno di mediazioni, ed è una mediazione essenziale il Vescovo, ed è una mediazione essenziale per una comunità parrocchiale il parroco. Allora mi va, perché, ripeto, bisogna trovare le occasioni giuste per fare certe sottolineature, di dirvi che in questa progettualità che nasce da questa festa, speriamo che nel corso di questo anno pastorale e l'uno e l'altro a bagnomaria possano ricevere anche il titolo definitivo, ma non significa nulla, ma al di là di questo bisogna fare corpo perché i tempi sono difficili, e ve ne rendete conto guardando i vostri figli, se era difficile ieri è difficilissimo oggi, e allora questo richiede una compattezza, richiede un serrare le fila, richiede mettere da parte anche certe velleità e certi nostri personali modi di vedere convergendo nell'unità della famiglia parrocchiale. Questo è un principio d'essere Chiesa, non è un fatto solo organizzativo.

Ecco, chiudo questa parentesi per dirvi che poi in una festa si guarda anche avanti, avanti significa: chi pensa ad evangelizzare a partire dalla prossima settimana? quanto folto è il numero dei catechisti? quanto motivato il gruppo animatori di A. C.? quanto gli operatori della carità, quante persone possono uscire dall'anonimato offrendo umilmente, sottolineo l'avverbio umilmente, il proprio contributo?, perché abbiamo celebrato la fede, abbiamo professato la fede, abbiamo celebrato l'appartenenza, ci siamo riannodati con quelli che erano prima di noi, anch'io faccio parte dei morti in qualche maniera, di quelli che c'erano una volta, e fatto questo noi dobbiamo guardare avanti e dire: Ecco, adesso facciamo questo passo ulteriore, e il passo va fatto insieme, e chi dirige l'orchestra è il parroco, o amministratore parrocchiale che sia, quindi solisti, voci fuori coro, persone che vogliono tirar fuori, non so, le statue a loro piacimento, ciascuno "unicuique suum". Ecco, vi lascio con questo principio che sta scritto a chiare lettere sulla prima pagina dell'Osservatore Romano. "Unicuique suum" significa a ciascuno il suo. Qui ci sono anche le Confraternite, il priore è il priore, mi spiego? Significa che uno non è priore di facciata, il priore è il priore e il confratello è il confratello e il fedele è il fedele e il parroco è il parroco. "Unicuique suum", cioè ciascuno viva bene il suo ruolo, e c'è un ruolo, che è per il nostro bene, vi assicuro perché l'ho vissuto per tanti anni, che non è simpatico, è molto più pesante di questo piviale, che mi opprime dall'inizio della celebrazione, ed è essere parroco, però a chi viene affidato questo compito bisogna offrire la disponibilità umile e la coesione, perché si converga verso il bene comune.

Ecco, piccole annotazioni per evitare che sia venuto qui a fare una predica d'occasione che non sia situata, e allora mi piace in questo momento, cioè adesso, dare una benedizione, prima di continuare col Vespro, ai Seminaristi di questa parrocchia che sono in procinto di partire per i loro anni di Seminario. Perché concludo con questa benedizione? Innanzi tutto questi cinque stanno a dire che la vena non si è esaurita, anche questo è importante per quelli fra voi che dicevano: Ecco, adesso è finito, quando se ne andrà, finiscono pure le vocazioni! No, continuano. Quindi ripartono, e Salvatore parte perché va al primo anno dopo l'anno previo, non diciamo ancora quelli dell'anno previo, ve ne parlerà Don Pasquale più in là, perché sono ancora in accelerazione, ma è bello che la nostra comunità, permettetemi questo "nostra", anche se non è proprio giusto, la nostra comunità parrocchiale, che ha generato tante vocazioni sacerdotali e religiose, continui ad essere feconda, miracolo anche per intercessione dell'Arcangelo San Michele, ma anche frutto della vostra preghiera, perché S. Agostino, ci ricordava nell'Ufficio delle Letture, per chi fra voi abbia questa terribile abitudine peccaminosa, abitudine di leggere anche l'Ufficio delle Letture, nel discorso sui pastori diceva che poi i pastori vengono dalle pecore, se le pecore sono buone, pure i pastori, e se le pecore sono cattive, o escono pastori malvagi o non escono pastori, allora questi cinque giovani, che adesso ricevono con piccola croce sulla fronte la benedizione di un ex parroco, stanno a dire che la fede c'è ancora. Salvatore va al I anno, Paolo, Emmanuel e Francesco vanno al II anno, Michelangelo va, se ricordo bene, al III anno di Seminario e al IV di Facoltà. Ecco, ho ancora buona memoria! E quindi questi da questa comunità, ovviamente guardandoli, consolatevi, ma anche pregate non per le vocazioni nelle famiglie degli altri, come una volta ha detto una signora: "Manda santi sacerdoti e ferventi religiosi nelle famiglie degli altri, non nella mia famiglia, altrimenti succede il patatrac", come abbiamo anche sperimentato tristemente in passato.

Ti ringraziamo, Signore, perché non ci fai mancare la   speranza, perché anche i nostri figli avranno dei sacerdoti che si prenderanno cura di loro, perché questi cinque giovani fanno un altro strappo, perché non è detto che chi comincia poi va spedito, ogni anno è una decisione difficile ripartire, ricominciare e rimettersi in gioco, giocarsi la faccia, la vita, la giovinezza per Cristo.

E allora venite uno alla volta, ricevete questa sorta di investitura, di coraggio, di carezza, di benedizione da parte del Vescovo, faccio le veci indegnamente del vostro parroco, in questo momento, che avrebbe compiuto questo gesto.

***

Il testo, tratto direttamente dalla registrazione, non è stato rivisto dall'autore.

Ultimo aggiornamento ( Sunday 05 October 2008 )
 
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