La Parrocchia
Mons. Arturo Aiello
PRESENTAZIONE del LIBRO "MAESTRI E SENTINELLE.CENTRO PROFILI DI PRETI BENEVENTANI" - 23 Ottobre 08 Latest ACG News
| PRESENTAZIONE del LIBRO "MAESTRI E SENTINELLE.CENTRO PROFILI DI PRETI BENEVENTANI" - 23 Ottobre 08 |
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| Scritto da Teresita | |
| Thursday 30 October 2008 | |
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INAUGURAZIONE ANNO ACCADEMICO dell'ISTITUTO DI SCIENZE RELIGIOSE E DELLO STUDIO TEOLOGICO DELLA MADONNA DELLE GRAZIE AL SEMINARIO ARCIVESCOVILE NELLA SALA AUDITORIUM GIOVANNI PAOLO II
PRESENTAZIONE DEL LIBRO
"MAESTRI E SENTINELLE. CENTO PROFILI DI PRETI BENEVENTANI"
AUTORE PASQUALE MARIA MAINOLFIDA PARTE DELVESCOVO DELLA DIOCESI DI TEANO - CALVIS. E. REV. MA MONS. ARTURO AIELLO
BENEVENTO, 23 OTTOBRE 2008
Ovviamente le presentazioni sono sempre - come dire? - ampollose, non me ne voglia Don Pasquale, e fanno intravedere virtù che probabilmente non ci sono, ma accettiamo anche questa provocazione. Mi viene in mente in quest'istante che nella vita di Francesco tra le tante scene, tra l'altro questa poco conosciuta, si racconta che Francesco scendeva dalla Verna e un contadino gli andò accanto chiedendogli: "Ma sei tu, Francesco, quello di cui dicono tanto bene?", e lui disse di sì ma cercò di schernirsi, e il contadino saggiamente: "Fa' che tu sia ciò che gli altri dicono di te". Ecco accetto in questa maniera la... Avete davanti uno schema - vero? - che ci aiuta a mantenere l'attenzione perché la cosa più difficile per chi parli, per chi insegni è tenere l'attenzione dell'uditorio, e quindi questo schema vi aiuterà a non perdervi o a ricuperare eventuali colpi di sonno o altri pensieri che possano interferire nella mia comunicazione. Ho chiesto quanto tempo mi era dato e mi ha detto Don Pasquale mezzora, tre quarti d'ora, cerchiamo di restare comunque in questo tempo. Vi offro, più che una lezione, un avvio alla lettura di questo testo individuandone, ovviamente a mio modestissimo avviso, l'anima perché è chiaro che un libro del genere dove ci sono cento ritratti, cento ovali di preti beneventani, una presentazione rischia di fermarsi sul particolare, o sul particulare perdendo di vista l'anima che probabilmente ha animato Don Pasquale nel ricuperare questa memoria, ecco perché abbiamo tre momenti della mia comunicazione. Il primo: La Storia della Chiesa locale. Non possiamo apprezzare quest'opera e anche questa ricerca di notizie, di date di nascita, di morte, o anche di ritratti, senza avere attenzione alla Storia della Chiesa e alla storia della Chiesa locale. Che significato queste realtà hanno per un credente? È importante, potremmo, allargando il concetto chiederci cosa significa per noi la storia ma andremmo fuori tema, voglio dire che quello che io dirò della Chiesa locale e sottobanco vi leggerete in una maniera più ampia la Storia della Chiesa universale, vale in qualche maniera, almeno analogicamente, per la Storia, di cui non mi sembra negli ultimi tempi, negli ultimi decenni siamo particolarmente cultori. La Storia ha qualcosa da dirci, ha qualcosa da dire anche a un non credente, gli antichi dicevano che era magistra vitae e alcuni hanno affermato che quando non si conosce la Storia si finisce col ripetere gli errori che altri han fatto prima di noi. Allora la Storia della Chiesa locale, quindi la Storia della Chiesa beneventana che significato, che incidenza ha per il prete, per il credente, per lo studente di teologia di questo Istituto in Benevento? È luogo teologico. Quelli fra voi che studiano teologia conoscono questo termine un po' tecnico, ma è facilissimo tradurlo per tutti, luogo teologico significa un luogo dove Dio si fa presente, ci sono i grandi luoghi teologici per noi la Parola, i Sacramenti, la Chiesa, ma anche la storia della Chiesa, la storia della Chiesa locale è un luogo teologico, cioè Dio si rivela attraverso questi cento rappresentanti della vostra storia di Chiesa nelle loro vicende, nei loro volti, nei loro pensieri, nelle difficoltà che essi hanno affrontato, nelle diverse situazioni storiche nelle quali essi hanno vissuto e con cui hanno interagito. Ecco, è una prima - mi sembra - anima di questo lavoro, quindi io non farò il cantore di quello che Don Pasquale ha scritto ma cercherò, a tratti vi sembrerà che io non tocchi per nulla, invece è un invito alla lettura, cercherò di individuarne l'anima, allora la prima anima, la prima direttrice che rende interessante questo testo è l'attenzione alla propria Chiesa, e ovviamente l'attenzione alla propria Chiesa significa amore e significa anche volontà di leggervi in trasparenza ciò che Dio ha fatto in questa Chiesa. È ovviamente una Chiesa che ha la sua teoria di vescovi. Nella ininterrotta teoria dei suoi Vescovi, l'Arcivescovo Andrea qui rappresenta l'ultimo anello di questa catena d'oro della vostra Chiesa, e non si può fare storia della Chiesa locale senza far riferimento ai propri Vescovi, a coloro che hanno guidato, santificato, governato il popolo nel tempo affidato al loro ministero episcopale. I Vescovi non sono elementi coreografici, - in questo momento ovviamente l'attenzione va al Vescovo Andrea, all'Arcivescovo Andrea, è lui il centro della vostra Chiesa, io sono un invitato, una voce, - non sono elementi coreografici; a volte, e lo dico per allegerire il discorso, nelle parrocchie si invita il Vescovo come una sorta di abbellimento di una festa patronale, come un motivo di colore, magari: Eccellenza, mi raccomando, venga addobbato per bene in modo tale da fare un po' più di colore. Non è così, non siamo dei soprammobili, non siamo delle persone che vestono in una maniera strana, ma abbiamo un compito particolarissimo, delicatissimo nella vita della Chiesa, e attraverso il nostro ministero passa la grazia per la Chiesa locale affidata alle nostre cure. Quindi la storia della Chiesa locale, luogo teologico, non può prescindere dal ministero dei Vescovi. S. Ignazio di Antiochia ci ha ricordato appena qualche giorno fa, e quando torna martella continuamente su questo tema: nulla si faccia senza il Vescovo. Ecco perché io ho chiesto che questo invito, che era partito da Don Pasquale, mi venisse dal vostro Arcivescovo, perché nulla si faccia senza il Vescovo. Ecco quindi "nella ininterrotta teoria dei Vescovi" vi rendete conto che i Vescovi da soli non riescono a governare neanche due o tre parrocchie ma hanno bisogno di quel prolungamento naturale del loro ministero che sono i Presbiteri (terzo punto di questo primo grappolo di riflessioni) nella schiera dei suoi Presbiteri. E qui entriamo un po' più dentro al tema e alla scelta di mettere insieme questi cento profili. C'è il magistero del Vescovo ma in comunione con lui - quest'aspetto non sempre è tematizzato in una maniera specifica, - c'è, tra virgolette ovviamente, "un magistero del parroco", e qui non intendiamo tanto la pubblicazione di lettere pastorali quanto quel ministero giornaliero ma aderente alla vita delle persone, che riguarda la vita, la morte, l'amore, la separazione, un evento luttuoso, una tragedia. Spesso - lo sanno bene, credo che ci siano dei preti qui che mi ascoltano, riesco ad individuarne qualcuno, - si diventa parroci di una parrocchia dopo una tragedia, non esageriamo ma voglio dire che se tu non hai vissuto con la tua comunità, questo vale anche per noi Vescovi, un momento difficile, doloroso, è come se tu non fossi ancora il pastore di quella porzione di gregge che il Vescovo ti ha affidato, ovviamente i giorni belli e di festa sono meravigliosi e magari fossero tanti, il Salmista ce lo diceva fin dall'antichità: "Gli anni della nostra vita sono settanta, ottanta per i più robusti, ma quasi tutti sono fatica e dolore", ecco in questa fatica e dolore abbiamo una presenza aderente alla nostra vita di uno che vive nel nostro condominio gomito a gomito con noi nella difficoltà della educazione dei figli, nelle crisi adolescenziali, nei primi innamoramenti, nei fidanzamenti, nei matrimoni, nella buona e nella cattiva sorte, per dirla con il Rito del matrimonio, e questa persona è il prete parroco. È chiaro che ogni prete, anche se non ha specificamente la missio d'essere parroco, vive questa paternità, ma credo che in modo tutto speciale il parroco, i parroci vivano questa aderenza alla vita delle persone. Ecco allora scorrere questo cento profili, ci sono anche i Vescovi, come ha già anticipato Don Pasquale, significa ripercorrere la fedeltà di persone che a volte sono state a marcire in certe postazioni lontanissime dal centro Diocesi una vita intera, là dove oggi un prete non riuscirebbe a vivere e a starci neanche quindici giorni, e quindi vediamo già, intravediamo una sorta di martirio che queste persone han vissuto essendo relegate, ma per loro non era così, nell'ultima parrocchia, nell'ultima propaggine della Diocesi, che scende fin nelle Puglie, dell'Arcidiocesi di Benevento e han vissuto lì un'intera esistenza senza protestare, senza chieder di esser trasferiti, con una fedeltà alle persone che allora addirittura si tematizzava come una sorta di matrimonio. Ricordate? Cioè che il parroco in qualche maniera si legava a quella gente. Questo testo, dove si racconta di questi preti, per ora sono 100, speriamo sia l'inizio di una collana dove andiamo a riesumare nel senso bello del termine tante altre figure alte del vostro presbiterio, costituiscono una scuola di santità. Attenti anche qui che a volte pensiamo alla santità solo, scusate l'espressione, non vi sembri blasfema, solo quella in vetrina, intendo quella dichiarata ufficialmente dalla Chiesa che si chiama inserimento nel Canone da cui canonizzazione. I santi sono molti di più per fortuna, come andremo a celebrare tra un po' di giorni nella solennità di Tutti i Santi, e la santità riguarda tanti uomini, donne, sconosciuti, e che mai riceveranno gli onori degli altari ma che hanno vissuto una fedeltà al Signore e una fede, speranza e carità a tutta prova per tutti gli anni della loro vita. Ecco, questa opera dei cento profili dei preti beneventani, maestri e sentinelle, ci offre questo panorama di santità anche sconosciuta, di questa santità impolverata, che probabilmente va lucidata e rimessa in onore, in auge nella propria Chiesa che va avanti grazie a tanti santi sconosciuti, la vostra Chiesa di Benevento come la mia di Teano - Calvi. Due altre precisazioni: Perché questa memoria? Lo ha detto già Don Pasquale, perché noi viviamo in un tempo di memoria corta, in un tempo di dimenticanza, ma la perdita della memoria diventa anche impossibilità a progettare il nuovo. Ci sono tante espressioni un po' intriganti, stanno qui solo per attirare l'attenzione, ma e potrebbero essere ciascuna motivo di un approfondimento ulteriore. Voltarsi indietro per guardare avanti. Solo chi ha una chiara percezione della memoria, questo che sto dicendo è un concetto che può essere raccolto da chiunque, anche se tra voi ce ne fosse uno, da un non credente. Chi vuole progettare il nuovo, chi vuole aprirsi e aprire anche nuovi scenari non può che voltarsi indietro, e qui c'è un'immagine plastica che ci viene dalla cultura greca, ed è il discobolo. Io mi metto in piedi quando parlo un po' perché mi devo muovere e un po' perché se uno parla seduto... tutti si addormentano, e anche perché mi devo muovere. Il discobolo ve lo ricordate? Il discobolo sta tutto raccolto verso le spalle con il suo disco da lanciare. Questo gesto di voltarsi indietro gli dà la spinta per lanciare il disco. Vi siete un tantino messi sotto pensando che io vi lanciassi un piatto o un oggetto contundente. Ecco, questa immagine del discobolo è l'immagine della sintonia che deve realizzarsi tra memoria e futuro, tra quello che è stato e quello che sarà, tra le radici e le ali. Allora: Voltarsi indietro per guardare avanti. Questa è un'opera che ogni presbiterio dovrebbe redigere per evitare di uccidere due volte una persona. Vale per tutti ma credo valga in modo speciale per i nostri preti che spendono la loro intera esistenza per una comunità e avrebbero, non si tratta di un diritto ma è un dovere da parte nostra, avrebbero diritto a una memoria, altrimenti tu uccidi nuovamente chi è già morto. C'è un modo per uccidere le persone prima di morire ed è quello di resettarle, damnatio memoriae, resettarle dal proprio orizzonte, come c'è il pericolo di uccidere due volte una persona, all'atto in cui muore e all'atto in cui morta cambiamo, come si faceva nell'Impero romano, la testa alle statue degli imperatori in modo tale che fossero intercambiabili il busto e il resto per ogni stagione. Chi sa, forse si fa ancora così nel mondo politico, ma di questo potrebbe essere più esperta la nostra giornalista. Nelle radici si distilla la speranza - e chiudiamo questa prima parte -, cioè solo una Chiesa che riconosca, perché la Chiesa ce le ha le radici, ma non basta averle, bisogna celebrarle, bisogna riconoscerle, solo la Chiesa che riconosca le sue radici può innalzarsi e generare il nuovo, perché una Chiesa non è un elemento museale, qualche volta vorrebbero anche relegarci nei musei: questa era una Chiesa, qui c'era una comunità cristiana, qui c'era un Vescovo, qui c'era un parroco. Noi siamo una realtà viva, viva perché Gesù è vivo qui e adesso, come per le strade della Palestina. Bene, perché questo possa accadere, cioè realizzarsi questo nuovo della Chiesa, perché la Chiesa è in cammino, perché la Chiesa non è fotografabile, non solo per il suo aspetto misterico ma anche per la sua dimensione umana, come ogni comunità umana la Chiesa è in trasformazione, è in divenire, il dogma stesso, qui ci sono dei professori dell'Istituto teologico, il dogma stesso che sembra cristallizzato, in qualche maniera mentre vien detto e ridetto ha una sua evoluzione, ci ha ricordato una Lettura patristica, per chi faccia l'Ufficio delle Letture, di qualche tempo fa. Bene, questa è l'anima, l'anima di questa opera. Ripeto, quello che Don Pasquale ha messo su, certamente con sacrificio, è l'inizio, è il la di una sinfonia che spero la vostra Chiesa ed ogni Chiesa possa sviluppare cercando cose nuove in ciò che si è fatto in precedenza. Gesù dice che il maestro della Parola divenuto discepolo del regno è uno che trae dal suo tesoro cose antiche e cose nuove; le cose nuove, attenti, è possibile trarle nella misura in cui si conoscono quelle antiche. Gli altri due momenti li ho voluti imbastire per così dire, intorno al titolo, cioè cosa significa e non ho la presunzione di essere esaustivo rispetto a questi termini, cosa significa maestri e sentinelle applicati come termini ai presbiteri di questa Chiesa. Allora innanzi tutto maestri. Questi preti sono stati maestri. Noi abbiamo bisogno di maestri, tu, hai un maestro? Maestro, dice Pietro, Simon Pietro, al capitolo 5 del vangelo di Luca, rivolgendosi per la prima volta a Gesù che non conosce: "Maestro, abbiamo faticato tutta la notte e non abbiamo trovato nulla". Maestro è una parola probabilmente da riscoprire nelle sue valenze semantiche e affettive, ce l'hai un maestro?, o hai avuto dei maestri? Questi sono stati maestri della fede, hanno trasmesso, come dice Paolo, non ho messo citazioni volutamente per evitare che la mia diventasse una dissertazione forbita, ma dietro ci sono tanti testi del Nuovo Testamento, qui c'è Paolo, questi maestri hanno trasmesso ciò che a loro era stato consegnato, "io vi ho trasmesso quello che a mia volta mi è stato consegnato, cioè Gesù nella notte in cui veniva tradito", e qui c'è il verbo tradere, da cui viene tradizione, la tradizione è una trasmissione ma la trasmissione ha bisogno di una traduzione. Anche io in questo momento sto operando una comunicazione e sto eliminando alcuni termini e sottolineandone altri ed opero una traduzione, quello che si fa nell'Istituto teologico di Benevento è una traduzione della traditio, capite? ma qui lascio solo l'interrogativo che "tradere" oltre che tradurre dà l'avvio anche a tradire, perché a volte nello sforzo della traduzione si perdono appunto le radici e si finisce col tradire ciò che ci è stato consegnato. Queste persone hanno conservato la fede, ma attenti, fidem servavi di paolina memoria, ho conservato la fede, l'hanno conservata perché l'hanno trasmessa. Questo è il maestro, il maestro non è il cultore che sta nella sua stanza con centomila volumi e distilla le parole, potrà scrivere un libro, ma il maestro è colui che trasforma, traduce, ridice. Allora conservare la fede, cari fratelli e sorelle, che mi state ascoltando con tanta pazienza, significa trasmetterla; una Chiesa che non trasmette non conserva, quindi tu conserverai la fede nella misura in cui riuscirai a trasmetterla. Questi sono stati maestri perché hanno vissuto il tradere, cioè il trasmettere attraverso una traduzione che era legata al passato e aperta al futuro. Maestri perché? Santamente sottesi tra il tempo e l'eterno. Ecco io vorrei per un attimo (molti di voi sono laici e suore) che vi metteste nei panni di noi preti, e di questi testimoni di cui Don Pasquale racconta. La nostra vita è fondamentalmente, e qui non vorrei sembrare drammatico, lacerata, noi siamo uomini lacerati, attenti, lo dico col sorriso, santamente lacerati, perché abbiamo una doppia cittadinanza, perché abbiamo chiaro l'eterno che urge ma c'è anche il tempo, c'è il Paradiso che può aspettare, diceva il titolo del film antichissimo, ma c'è anche questo spazio, questa città di Benevento, questa mia piccola parrocchia, questo agglomerato di case dove vivono delle persone con delle problematiche, la nostra è una vita tesa come la corda di un violino, come la corda in un'arpa che risuona nella misura in cui è tesa, e questo esser teso è legato a una sofferenza. Se c'è, come ci sono, qualche prete che mi sta ascoltando, dirà: Questa è la mia vita, io vivo così. Questo è il motivo della tua sofferenza, perché sarebbe facile chiudere gli occhi e parlare solo dell'eterno, sarebbe oltremodo facile chiudere l'orizzonte dell'eterno e fare riferimento e attenzione ai problemi immediati, non bisogna annullare né l'uno e né l'altro, questo i maestri hanno vissuto in questa doppia cittadinanza e l'hanno sofferta. Come si suturano queste due dimensioni che a noi sembrano difficilmente armonizzabili? Nell'affidamento al maestro che chiama, ai santi misteri che si celebrano ogni giorno, per questo ho scritto: consegnati al mistero, votati al mistero, dove l'eterno è nel tempo e dove il tempo va verso l'eterno, è la dimensione misteriosa, dirò di più, misterica della fede cristiana che rende possibile questa tensione altrimenti insopportabile. Io mi chiedo come sia possibile portare avanti in una maniera integra una vita presbiterale senza cadere nella depressione o in altre patologie psicologiche, l'unica via perché questo non accada è consegnarsi al mistero che ti ha chiamato. Io non so perché Gesù abbia scelto me, il vostro vescovo Andrea non sa perché la sorte sia caduta proprio su di lui, e così Don Pasquale, e così gli altri presbiteri, avvertire che la nostra vita è nel mistero e va verso il mistero, allora questa doppia cittadinanza, tempo ed eterno, contingente e assoluto, che umanamente sembra improponibile diventa possibile. Maestri, (per vostra fortuna io man mano che parlo perdo la voce e allora capisco che bisogna andare verso la conclusione) maestri nel triplice riferimento. C'è un maestro che parla, c'è un contenuto che egli comunica e c'è un testo cui egli fa riferimento. Ci siete? Si fa lezione così normalmente. Adesso direte: "non c'è il testo scritto", c'è il testo mediatico, c'è sempre un testo o un ipertesto, come si dice nei termini della programmazione scolastica. Bene, questo trinomio, questo trittico: maestro, lezione e testo, questi termini debbono in qualche maniera convergere. Attenti che una sola volta nella storia del mondo hanno avuto una convergenza perfetta e questo è accaduto in Gesù di Nazareth - chiaro? -, cioè Gesù è il messaggio, Gesù è il messaggero, Gesù è il vangelo, ma attenti, dire che questo è accaduto una volta sola non ci esime dal tentare poveramente con i nostri strumenti farraginosi una certa qual sintesi per evitare di cadere in scuole insignificanti, e ce ne sono molte in giro, o magisteri squalificanti, cioè di persone che parlano senza amore e che fanno riferimento a un testo o leggono addirittura un testo che non li prende totalmente, e allora qui abbiamo una divaricazione tra il maestro, il testo e il messaggio. Se questi preti hanno resistito è perché han trovato, è chiaro nei termini del relativo, una qualche sintonia facendo in modo da avvicinare questi termini che umanamente, anche qui parliamo sul confine delle possibilità umane, umanamente non sono identificabili. Allora io che sto parlando in questo momento, voi mi state facendo l'esame non solo audiometrico ma anche..., che distanza c'è tra quello che io vi sto dicendo e quello che io vivo?, e qual è il riferimento al testo, e quanto il testo è dentro di me, è stato meditato, assimilato, sminuzzato, in modo tale che io parroco di campagna possa parlare anche dei misteri più alti in una maniera semplice, come il curato d'Ars, ai miei parrocchiani che hanno diritto ad avere tutto il Credo davanti. È importante che ricuperiamo per noi e leggiamo in "maestri e sentinelle" che questo magistero è stato vero e autentico perché i maestri sono stati, come ormai la felicissima espressione di Paolo VI nella Evangeli Nunziandi dice: anche testimoni, e il testimone è uno che è anche testo, fa testo il testimone, venga il teste Del Vecchio, quindi il teste è un testimone, ed è un testo. Questi sono cento testi, ovviamente sono riedizioni del vangelo, il Testo è uno, e il Vangelo è una persona, ma ciascuno con il suo carattere, con la sua storia, la sua cultura, le sue radici familiari ha in qualche maniera cantato nella sinfonia della Storia della Chiesa beneventana con la sua peculiarità l'unico canto, come dice Bonhoeffer, il cantus firmus. Ho messo testimoni nel deserto, perché i testimoni gridano sempre e nessuno li ascolta, ma vivono questa identificazione sia pure parziale. Infine - e chiudo anche questo secondo momento -: Padri per una generazione orfana, cioè quando hanno vissuto questi cento preti? Nel ‘900, il secolo breve, il secolo che è appena terminato, in cui siamo stati cittadini anche noi, viandanti anche noi, componenti anche noi, indicato come il secolo degli orfani, ma questi maestri sono stati padri nelle loro comunità, hanno insegnato non per lo stipendio, (per essere brutali) hanno insegnato per passione, hanno insegnato avvertendo e creando un feeling affettivo, anche noi in questo momento, io sto parlando, voi forse mi state ascoltando, se non si crea un feeling anche affettivo tra noi, non avviene nessuna comunicazione, offrendo ai loro parrocchiani, alle persone che li hanno avvicinati l'opportunità di riconoscersi figli. Quindi sono stati padri di una generazione orfana, non ne parliamo in questo momento, quindi punti di riferimento e i punti di riferimento non cambiano, non sono elastici, è per questo che i padri a differenza delle mamme, chiedo scusa alle donne presenti, debbono svolgere questo ruolo un po' scomodo d'essere un po' più duri, punti di riferimento, esigenti innanzi tutto con sé, magari materni con i figli ma scrupolosi, questo è un termine che allora andava molto di moda, scrupolosi per la loro vita e per la loro coerenza e per questo maestri e padri, e poi ho aggiunto teneramente ruvidi. Sembra una contraddizione. Perché teneramente ruvidi? Perché il padre è ruvido, la mamma è dolce, adesso siamo tutti mamme, uomini e donne, tutti a fare le mamme, e allora questa ruvidezza non c'è. Permettetemi questo tanto ormai sono già uscito fuori da tutte le categorie, questi 100 preti hanno insegnato ai loro parrocchiani ad andare in bicicletta, perché questo termine della bicicletta è un simbolo, le mamme mai: ma la bicicletta è pericolosa, invece è il papa, spero che voi abbiate avuto questa esperienza di un papà che vi abbia aiutato a mettere i piedi sui pedali e prima con le due ruote di supporto, poi senza ruote, per dire "vai", e le mamme dietro alle finestre apprensive: ma che fai? adesso si fa male. Bisogna andare, ecco, ma questo richiede una ruvidezza che i padri debbono avere, che i preti di ieri avevano, che i preti di oggi debbono in qualche maniera ricuperare. Allora tutta la maternità, la Chiesa è madre, ma anche senza cadere in "così è se vi pare" che mi par d'essere una parola d'ordine di certe prediche e di certe catechesi un po' a fisarmonica dove c'entrano tutti e nessuno a seconda dei casi. Allora questi maestri sono stati padri di quella generazione anche attraverso la loro solidità, la loro ruvidezza, dietro la quale mi sembra di leggere una tenerezza, per questo ho scritto "teneramente ruvidi".
Vado all'ultimo punto. A che stiamo? Sentinelle. Allora sentinelle è ovviamente un termine che mi è particolarmente caro ma sarò velocissimo, basta anche solo che ci leggiamo i capoversi. A difesa del popolo e della città e non..."poliziotti", perché normalmente "custos" noi lo intendiamo come chi è lì a vedere quando sbagli, non è questo il senso del custos, della sentinella, ma la sentinella è a difesa del popolo, è sulle mura, è sulla torre di avvistamento, sta lì a nome di tutti, quindi non è un esser sentinella inteso come sorveglianza sul popolo. Dice Paolo nel Discorso ai presbiteri di Mileto: "Sorvegliate sul popolo che è stato a voi affidato come Vescovi". Ecco, il nostro compito episcopale è di difendervi anche all'atto in cui vi sembra che noi vi ricordiamo semplicemente delle verità, è per voi, non siamo poliziotti, come questi 100 non sono dei gendarmi ma sono a difesa del popolo. Veglianti sulle mura degli avamposti del Sannio, un po' di poesia fa bene ogni tanto. Perché veglianti? Perché la sentinella non dorme, la sentinella veglia quando dorme la gente, altrimenti ti portano dentro il cavallo di Troia. È simpatico che nel discorso, nel linguaggio computeristico il virus sia simbolizzato dal cavallo di Troia, non c'è intuizione più bella, per ricuperare quello che il cavallo di Troia ha significato per la cultura greco-latina, quindi puoi dormire perché c'è la sentinella che veglia, c'è il tuo parroco che prega, in questo senso anche se preti diocesani, nascosti lì negli avamposti del Sannio, e qui il riferimento è al Deserto dei Tartari, per chi fra voi l'abbia letto, monaci, c'è una dimensione monastica nella vita dei preti, di ogni consacrato, anche del prete diocesano. Soli per difendere la moltitudine: appassionati della civitas, cioè questi preti hanno fatto cultura nel senso più ampio, magari erano anche gli unici docenti di latino o quelli che preparavano alle scuole di avviamento, per utilizzare termini ormai in disuso, non si occupavano solo del catechismo, erano anche gli animatori della piccola comunità di quella borgata nascosta tra i monti e dove magari il Vescovo arrivava ogni cinque anni solo per la visita pastorale, erano soli, allora vedete che c'è questa alternanza, questa contraddizione, sono veglianti per noi, sono soli a difesa della civitas. Esperti della notte, orologi viventi: "Custos, quid de nocte?", è un'espressione di Isaia, è detto alla sentinella che veglia e che può dirmi che ora sono. Oggi si direbbe: che ora sono?, invece allora: quanto resta della notte? A chi dobbiamo chiederlo? Non certo al Big Ben, dobbiamo chiederlo al nostro prete. Questo che sto dicendo io spero che serva come una sorta di... bah!, il modo di incendiare il cuore di qualche prete che si è assopito, che invece è chiamato ad essere attento ai movimenti della notte perché verrà l'alba, la notte è avanzata, il giorno si avvicina, deponiamo le opere delle tenebre, indossiamo le armi della luce, dice Paolo. Celibi e casti per difendere gli amori degli altri: vestali. E qui ho preso un elemento della cultura pagana. È bello questo, questi 100 hanno resistito, è difficile, noi lo riconosciamo, cari sacerdoti, che forse mi state ascoltando, noi riconosciamo e viviamo anche noi questo stato, riconosciamo la difficoltà della vita celibataria ma non possiamo non tessere un inno a questa modalità della Chiesa cattolica latina che ci indica questa via, perché la sentinella veglia anche sull'amore degli altri. Potete fare l'amore, sto io che veglio. Adesso la sentinella ovviamente starà a digiuno, lo capite bene, perché se a sua volta nella garitta ha un letto e un amante non svolgerà bene il suo compito. Allora questo aspetto celibatario è legato al ministero della veglia e della difesa degli amori degli altri. Io spero che voi abbiate preti così qui nell'Arcidiocesi di Benevento, cioè preti innamorati del matrimonio, nel senso che innamorino gli altri al matrimonio, alle realtà nuziali, all'amicizia, e che insegnino ciò che essi non vivono, e forse possono insegnarlo ma questo lo lasciamo alla prossima volta, proprio perché non lo vivono, vestali nel senso che tengono acceso il fuoco. Ho pensato sempre che verrà un giorno in cui si verrà a bussare alle porte dei monasteri, degli Istituti delle suore a chiedere: Scusate, l'amore come si fa? E capite che noi questo rischio lo corriamo, perché adesso non si sa più bene dove sia, come sia, è diventata l'Araba fenice, cioè staranno ad istillarlo le vestali che tengono acceso il fuoco, proprio quelle e quelli che vivono una vita d'integrità per il vangelo. Uomini dell'attesa. Dice il Salmo 129: "più che le sentinelle l'aurora Israele attenda il Signore". E come sapete gli esperti tra voi conoscono che il termine sentinella e il termine sacerdote in ebraico hanno una comune radice, perché il sacerdote è una sentinella e la sentinella è un sacerdote, entrambi aspettano l'aurora, uno per officiare nel tempio, l'altro per andare a dormire. Quindi sono gli esperti della notte, noi siamo quelli della notte, non Renzo Arbore, noi siamo quelli della notte, cioè quelli che sanno la notte com'è e che sanno quando viene l'aurora. Cantori della vita in un mondo di necrofili, e qui l'indicazione è alla vocazione di Geremia, dove Dio dice: "Cosa vedi?". Un mandorlo!, dice il giovane, cioè la prima visione è un mandorlo, e anche qui in ebraico "mandorlo" è sentinella, perché è la sentinella della primavera, è quello che fiorisce prima, quindi in una società, ieri come oggi, capite che qui siamo a cavallo, i preti che sono nel libro di Don Pasquale, preti che saranno nel libro, speriamo qualcuno tra cinquant'anni riuscirà a scrivere, dove entrerete anche voi, persone che cantano la vita, uomini di speranza, questo significa mandorlo e sapete quanto i preti svolgono quest'azione nella nostra vita dove abbiamo sempre cocci rotti da portare all'altare. Compagni di barboni e di poveri: "Perché di tanto inganni i figli tuoi?", è entrato anche il poeta, cioè questa sentinella che ha acceso il fuoco e che veglia su Benevento e su questo avamposto del Sannio, vede avvicinarsi pian piano tanti poveri, barboni, persone che non dormono, vedovi, vedove, gente che, avendo intravisto questo fuoco, dice: Andiamo a scaldarci a casa del nostro parroco, perché lui è come noi, cioè povero, cioè senza braccia, cioè digiuno. È bella questa dimensione della vita presbiterale come luogo che affascia le persone meno abbienti. Vi siete mai chiesti perché nelle nostre chiese, nelle nostre sacrestie abbondano i portatori di handicap, ecc?, a volte sembra di stare in un manicomio, io sono stato parroco, quindi lo so bene. Come mai? Perché hanno il sesto senso di capire che sono accolti solo da noi, e anche perché noi siamo un po' come loro, un po' folli, un po' pazzi nel senso bello del termine, poveri. E infine: Fari nella notte, luci di posizione, fiaccole, stelle: per non perdersi. Il faro è solo, il guardiano del faro è solo, ma sta lì per il bene di tanti. Allora questa raccolta di Don Pasquale viene a raccontare di cento stelle, di cento fari, di cento fiaccole nella notte della Chiesa beneventana. Speriamo, ed è l'augurio con cui vi lascio, che ce ne siano altri. Chiudo con un aneddoto su Don Pasquale. Allora Don Pasquale mi dà sempre l'idea che nella sua talare ci sta stretto, ho sempre paura che scoppi qualche bottone, è un po' esuberante, l'ho descritto così l'anno scorso: Un guerriero sannita, vestito da prete, ma gli ho dato anche la cura: Un po' di miele al giorno, perché io dissi: Pasquale, va bene tutta questa esuberanza ma con un po' di dolcezza. Se qualcuno c'è qui dei suoi parrocchiani, allora per il suo XXV offritegli qualche barattolo di miele, in modo tale che questo aspetto un po' bellico che lo contraddistingue possa in qualche maniera essere lenito dalla dolcezza del miele. Chiudo con una preghiera per riassumere tutto. È riferita alla Parola di oggi, per quelli fra voi che sono andati a Messa, ma anche per quelli che non vi hanno partecipato è bene che si confrontino con questa Parola di Gesù così incandescente. Sono venuto a portare il fuoco sulla terra e come vorrei fosse già acceso. La tua Parola, Signore, per questo giorno ci intriga e ci tormenta. È un messaggio in codice per rivoluzionari che hanno da appiccare il fuoco al mondo e aspettano il segnale convenuto per bruciare, per bruciarsi, per illuminare una notte che stenta a passare. Il discepolo attento intravede nell'ansia che il fuoco divampi anche un'ombra di tristezza nel cuore del Maestro per la lentezza della combustione, o per la glacialità di chi invece dovrebbe ardere di passione per il Regno. Perdonaci! come preti ci siamo arruolati per diventare incendiari e siamo finiti nel corpo dei pompieri che spengono le fiamme nel cuore di laici che non si accontentano e vorrebbero una Chiesa più attenta e incarnata nel mondo. Donaci cuori ardenti che mandano luce e calore in forza di un principio spirituale di entropia che mai s'impoverisce e dandosi non si consuma e si potenzia in maniera esponenziale nella memoria di tanti preti, maestri e sentinelle, che hanno arricchito e illuminato la notte del secolo breve. Rinsalda la nostra adesione a Te, alla Chiesa, ai nostri Vescovi, alla nostra gente che rischia di camminare sotto un cielo povero di stelle. Tu, che sei il Maestro, rendici maestri dolci ed esigenti, fedeli alla vita del magistero e al magistero della vita, umili e forti, teneri e tenaci nell'accoglienza e nell'accompagnamento di fratelli e sorelle che Tu poni sul nostro cammino. Donaci di essere sentinelle attente, vigilanti, esperte della notte, innamorate dell'aurora nella compagnia dei poveri e nella profezia dei cieli nuovi e della terra nuova in cui avrà stabile dimora la giustizia. Non cada la mano sulle eterne pagine, né scenda il sipario sulle palpebre stanche donec dies elucescat finché non spunti il giorno, il fuoco che tu sei venuto a portare arda per noi, splenda per gli altri fino a renderci torce viventi a lode della Tua gloria. Amen.
Il testo, tratto direttamente dalla registrazione, non è stato rivisto dall'autore.
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| Ultimo aggiornamento ( Thursday 30 October 2008 ) |
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