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SPECIALE CONVEGNO :"LA CHIESA NEL MONDO CONTEMPORANEO" PDF Stampa E-mail
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Scritto da Salvatore   
Wednesday 05 October 2005
Dopo le foto sul Convegno Diocesano che si è svolto al Cinema delle Rose nei giorni 19,20,21 settembre, ecco la relazione di S. E. Mons. Domenico Sorrentino sulle "Prospettive della Gaudium et Spes".
Un ringraziamento particolare alla Famiglia Filosa, che ha fornito i materiali.



Mi sento di casa, sia per l’amatissimo Vescovo a cui mi lega un’antichissima storia di amicizia, e sia per tantissimi di voi, sacerdoti ed anche laici che ho avuto modo, in qualche maniera, di incontrare o qui, o tra Castellammare e Sorrento, o a Pompei. Dunque per me parlare e stare con voi è veramente fare un tratto di cammino della vostra sinodalità. Essere  in Sinodo significa camminare insieme, io molto volentieri faccio un tratto di cammino con voi anche se soltanto per dire che sto qui con voi qualche momento; ma poi il cammino diventa anche più prolungato, perché la comunione resta al di là di questo tratto, e dunque spero di rimanere, come vi conservo, da parte mia, in prosieguo, nel cuore, nel prosieguo del cammino. Siamo adesso in questo cammino di Chiesa, Chiesa particolare, che si sintonizza attraverso la Gaudium et Spes con la Chiesa Universale, perchè la Gaudium et Spes  è un documento della Chiesa Universale, ed è un documento che sta camminando nel tempo. I documenti portano una data, questo documento porta la data del 7 dicembre 1965, sono passati quaranta anni ma oggi lo rileggiamo non come si legge un documento storico, per farci una cultura di storia ecclesiastica, piuttosto lo rileggiamo come un evento ecclesiale, dunque qualcosa che porta in sé la vibrazione dello Spirito di Dio che ha parlato nel 1965 ed attraverso queste pagine continua a parlare, queste pagine non sono la Parola di Dio, questa resta sempre l’ultimo riferimento, non a caso abbiamo cominciato con la Parola di Dio, ma sono un documento della Chiesa, una Costituzione Pastorale, e quando si dice pastorale non bisogna in questo caso contrapporla con dogmatica e farla diventare di seconda categoria, pastorale, lo spiega lo stesso Concilio, perchè si fa carico di tutti i problemi pastorali ma porta dentro la dottrina viva, adamantina, della Chiesa, dunque anche qui c’è il dogma, e che dogma! Il Vescovo ha ricordato che c’è la figura di Gesù Cristo che pervade tutto questo documento da capo a fondo e alla fine è la Parola che questo documento ci lascia, una Parola sempre chiara, il segreto di tutto anche nel nostro metterci nei confronti del mondo, la Parola è il nome Gesù. Gesù: in questo nome c’è tutto! Dunque noi leggiamo questo documento come documento che è stato prodotto dalla Chiesa, con il grande evento che è stato il Concilio, sotto l’onda dello Spirito di Dio, questo Spirito oggi ci rifà riaprire il documento, ci rifà sfogliare queste pagine e il mio desiderio, la grazia che chiedo allo Spirito di Dio in questo momento è che dopo questa chiacchierata, dopo questa conversazione, perché non più di questo si tratta, a tutti quanti voi torni la curiosità, il desiderio di riprendere in mano questo documento e di farne oggetto di una lettura personale, continuata, approfondita, assimilante. Spero di infondervi una tale curiosità che dopo chiediate agli organizzatori di farvi trovare immediatamente qui lo strumento da poter riprendere tra le mani.
 
“Chiesa nel mondo contemporaneo”. Già questo titolo quando fu scelto dal Concilio era un titolo che dava tutta una vibrazione di novità. Facciamo una piccola premessa per contestualizzare, e ci aiuta anche a contestualizzare la rilettura perché i contesti storici cambiano. Quarant’anni sono passati, non sono una piccola cosa, e di questi tempi anche dieci anni sono un grande percorso, un grande cammino. Dunque il contesto storico in cui questo documento è emerso, e il contesto storico in cui lo rileggiamo sono due contesti che hanno delle diversità notevoli, affinità, continuità ma anche diversità, ed in ogni caso spero di poter dimostrare la tenuta di questo documento. A rileggerlo sembra,infatti, che sia stato scritto per l’oggi, dirò di più, in qualche senso è diventato ancora più attuale, perché alcune di quelle cose che allora il documento disse, nel contesto apparivano un poco scontate, erano nell’attesa comune; quando questo documento fu varato a leggerlo ci fu un grande entusiasmo all’interno della Chiesa, lo si attendeva, oggi  siamo in un momento, dirò perché, in cui sembra che invece questo documento ci debba fare da sproni, debba essere un documento che ci debba un poco sfidare, ci deve in qualche maniera rimettere in cammino. Vi spiego che cosa voglio dire facendo questa osservazione.
La Chiesa del Concilio si ritrovava erede di una storia secolare, come la Chiesa del nostro tempo del resto. Veniamo da lontano, ma ci portiamo sul groppone tutti quanti, soprattutto gli ultimi tempi. Sono, del resto questi che pesano sempre un poco di più, e per la Chiesa che ci mise a riflettere nel Concilio i tempi, erano quelli che, andiamo un pochino più lontano, erano quelli che venivano nientemeno,diciamo una data, un evento significativo, dalla Rivoluzione Francese. Chi non conosce questo evento? E’ una di quelle cose che tutti abbiamo studiato nei nostri libri di storia.
La Rivoluzione francese era stato quel grande evento che in una certa misura aveva sintetizzato un lungo e complesso cammino degli ultimi secoli del rapporto tra Chiesa e società. E’ stato un cammino travagliato, passato attraverso ideologie, attraverso cambiamenti sociali che si erano poi manifestati in maniera dirompente in quel grande diluvio di sangue che fu la Rivoluzione, e la Chiesa, che aveva cominciato in fondo al momento iniziale della Rivoluzione Francese anche con il vedere certe sue positività, ecco, chi approfondisce quell’evento vedrà da storico non superficiale che la Chiesa non si era posta all’inizio con una sensazione e una percezione di rottura, ma aveva cominciato quasi a condividere, ma fu poi nel prosieguo di quello che poi successe, che la Chiesa si accorse che le cose sfuggivano totalmente di mano e che quello che poi veniva fuori era tutta un’altra cosa  rispetto a quello che si ci poteva attendere. E da quel momento lacrime e sangue, la Chiesa cominciò a mettersi sulle difensive, e ne aveva ben ragione, e ci fu tutta una storia. Chi la studia, per esempio, ricorderà come documento un poco emblematico di questo rapporto difficile, il famoso “Sillabo” di Pio IX che si concludeva - se lo andaste a rileggere vedreste un poco la differenza di tono - con una frase che in breve si concludeva più o meno così: “è un grande errore pensare che la Chiesa si possa riconciliare con il nostro tempo”. Letto così sembra l’esatto contrario di quello che noi troviamo in questo documento del 1965, perché la Chiesa che veniva dalla Rivoluzione Francese, si ritrovava dentro un grande orizzonte in cui anche quelli che avrebbero dovuto essere criteri molto vicini allo spirito cristiano, pensate al “fraternité, egalitè”, sono concetti cristiani, però quei concetti erano stati rigati di sangue, avevano avuto nel contesto storico il contesto di una grande opposizione alla fede, alla Chiesa. La Chiesa di fronte a quel modo di dire queste parole sacrosante aveva eretto un muro e abbattere questo muro, abbattere i bastioni fu una fatica notevole, ci fu tutto un grande cammino.
Il momento in cui il Concilio si espresse e riaprì la porta del dialogo fu un momento diremmo magico, per dirla con una parola naturalistica, per noi la parola vera è “provvidenziale”, cioè il momento dello Spirito di Dio,  il momento che lo Spirito ha dato alla Chiesa e al mondo insieme.
 
Era un momento in cui tutto sembrava convergere visto dal  punto di vista umano, qualcuno potrebbe dire: … ma le cose sono avvenute così perché c’è  stato quel Papa, Papa Giovanni, il Papa Buono, il Papa del Sorriso … perché c’era in quel momento Kennedy, e allora un Presidente  che cominciava a sentire anche …  Ecco, ricorderete dalla storia il problema del rapporto che si era creato dopo la Seconda Guerra Mondiale e la Guerra Fredda, il contrasto tra Oriente e Occidente, tra mondo socialista e mondo liberista … Cominciava a sentirlo in una maniera nuova, si creavano un po’ premesse culturali, sociali, che facevano pensare che si potesse ricominciare, almeno a balbettare qualche parola dialogica, dopo che si era creato un grande bastione.
 
Questo è un poco il contesto. Ma gli uomini, le persone, i sorrisi dei Papi, ecco, noi pensiamo che siano coincidenze, casualità, ed invece tutto sta nelle mani di Dio, per ognuno c’è il Suo Disegno. Certamente è che questo momento aiutò, c’era un’attesa e c’era poi lo stesso contrasto che diventava concorrenzialità in fondo positiva. Tutti ricorderete  che in quel momento tra le tante ideologie che erano state ereditate dal passato, il liberismo, il positivismo, o lo scientismo, il marxismo soprattutto era l’ideologia che in qualche maniera spronava di più, era l’ideologia della prassi storica che dava meno l’impressione che si potesse costruire in una certa maniera secondo ciò che quella ideologia era riuscita a immaginare, anche se con tante storture, che poi sono diventate sempre più chiare all’occhio della Storia, ma faceva immaginare che si potesse realmente costruire un mondo nuovo, una società nuova. E anche questo concetto, in fondo, era un concetto che a noi cristiani aveva qualcosa da dire perché basta riaprire le pagine bibliche, come farà il Concilio, come vedremo che ha fatto la “Gaudium et Spes”, e noi troviamo nella prospettiva cristiana, dunque della Parola di Dio, che la Parola di Dio ci prospetta “cieli nuovi e terre nuove”, ci impegna a costruire un mondo nuovo per cui in fondo anche quello sprone storico che pure era in qualche maniera configurato in maniera anticristiana, persino antireligiosa, radicale perché per quell’ideologia la Religione era “l’oppio dei popoli”, in fondo dava una sponda perché si potesse in qualche modo dialogare. E’ il contesto in cui nacque questo documento, e poi c’era il contesto più interno, ecclesiale che aveva tante altre sue dimensioni di tipo più teologico che partivano dalla Parola di Dio: la “Dei Verbum”, che partiva dalla Liturgia; la “Sacrosanctum Concilium”, che partiva dalla ripresa del Mistero della Chiesa. Questo era il cammino un poco più interno che la Chiesa aveva fatto mettendosi a confronto con la Parola di Dio e misurando la larghezza estrema, stimolante, ariosa, luminosa della Parola di Dio con alcune ristrettezze (perché l’uomo è  ristretto, l’uomo è piccolo) che erano state tipiche della sua riflessione teologica; per cui, vedete, si incontrarono insieme due mondi che si aprivano: all’interno il mondo strettamente teologico che, sotto l’onda dello Spirito, riprendeva contatto con le Scritture e si riapriva, cominciava a respirare a pieni polmoni sull’ampiezza dell’orizzonte biblico; e poi l’orizzonte storico che faceva riscoprire certe pagine bibliche, certi valori della Parola di Dio che servivano per dialogare con un mondo che anche sotto il profilo culturale, diciamo così, semplicemente sociale, laico, aveva in qualche modo sentito, percepito il bisogno di andare avanti, di costruire la Storia.
 
Miei cari, dicevo questo è il contesto, in questi  quarant’anni il contesto è abbastanza mutato. C’è stata la caduta del muro di Berlino, la caduta del Marxismo, e questo naturalmente  non può che far piacere quando cadono strutture che non si sono presentate alla valutazione della storia con tutta la positività che pretendevano di avere, ma al tempo stesso che cosa è successo? E’ successo che con questa caduta complessiva è nato un mondo, una cultura, una sensibilità che rimette in questione tutto. Mentre una volta tu ti trovavi a scuola, chi di noi ha fatto scuola negli anni ’70, inizio anni ‘8O ha visto come anche allora tra i giovani si riusciva magari anche a dialogare, magari si stava in classe col professore di Religione a scontrarsi perché uno veniva dalla sua esperienza sindacale, politica. Il partito, faceva grandi obiezioni però in fondo con l’obiezione ti stimolava e tu parlavi, annunciavi il Vangelo, spiegavi cosa c’è nel Vangelo che si poteva adattare. Si poteva dialogare - cosa che, invece, era nel Vangelo assolutamente incompatibile - e quello costituiva in fondo un grande focolaio di passione, di impegno, si cercava di costruire qualche cosa- Poi piano piano con questa caduta di tutto il mondo post-ideologico cosa è cominciato ad avvenire?  Che in fondo è caduto il senso della storia. C’è stato un autore giapponese che ha scritto un libro dopo la caduta del muro di Berlino, “La fine della storia”, cioè ormai non c’è più, nei grandi eventi del mondo, non c’è più il desiderio, il bisogno di andare avanti, di ricostruire, non c’è più un ideale, fosse anche sbagliato come poteva essere quello che ventilava il Marxismo. Non c’è più un ideale, e veramente rischia di rimanere soltanto l’ideale cristiano, che è una grande riserva della speranza. Questo rende comunque difficile al cristiano dialogare con il mondo di oggi in questo momento, perché quello che noi respiriamo è un mondo dove non c’è più questa proiezione verso il futuro, verso l’avanti, non c’è più questa direzione della speranza, siamo costretti a gridare speranza in un mondo che invece, sembra essere tanto disperato da accontentarsi dell’oggi, del piccolo piccolo. Perché questa grande diffusione della droga tra i giovani? In fondo è l’accontentarsi del piccolo piccolo di questo momento perché il futuro chissà cosa ci riserva con tutto quello che succede e che è avvenuto. Questa è la sensazione che si ha oggi. Noi oggi rileggiamo questo documento nel contesto odierno e tanti hanno avuto la gioia di leggerlo nel ’65. Questo documento parte dal concetto della gioia:  “le gioie e le speranze”. Bisogna sempre tornare a rileggerlo questo documento da questa pagina iniziale che è bella come un inizio di sinfonia:
 
Le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce degli uomini d’oggi, dei poveri soprattutto e di tutti coloro che soffrono,sono pure le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce dei discepoli di Cristo, e nulla Vi è di genuinamente umano che non trovi eco nel loro cuore.
   
Ecco, questo era quello che il Concilio diceva nel ’65, e faceva vibrare la Chiesa di una grande gioia, di una grande speranza, e faceva illuminare gli occhi di speranza anche di coloro che guardavano alla Chiesa e cominciavano a vedere un modo nuovo di rapportarsi nella Chiesa. Oggi questa pagina rischia di essere letta nel nostro contesto, una pagina più difficile da capire, una pagina che per entusiasmarci ha bisogno veramente che ci mettiamo in ascolto profondo dello Spirito di Dio, perché il contesto nel quale ci troviamo non è più un contesto che ci aiuta. Dobbiamo proprio fare lo sforzo di andare nel profondo e di farci convincere da Lui, ancora una volta dal Signore. E’ un momento profetico, questo documento è stato profetico per un verso, nel momento in cui è nato perché si è messo in sintonia con le attese e adesso è profetico in un altro senso, diventa un documento di stimolo che deve stimolare noi, e attraverso di noi anche il mondo in cui noi ci troviamo. Rileggiamo dunque questo documento che è molto articolato. Non vi aspetterete che vi dica tutto il documento, vi dico subito che mi fermo alla prima parte perché questo documento si divide  in due parti molto caratterizzate, la prima, diciamo la più importante, perché è quella fondativa, è quella destinata anche di più a fare da riferimento anche continuativo negli anni, nei secoli, riguarda le prospettive generali del rapporto Chiesa-Mondo; la seconda, invece, è  quella che va a delle applicazioni specifiche, che valgono da sempre, a proposito del matrimonio, della politica, della cultura, dell’economia, della famiglia, dell’ordine internazionale….e che, come il Concilio stesso dice, devono fare il conto con il tempo che evolve anche se, ovviamente, i principi generali e i valori grandi restano universali e perenni.
 Noi ci fermiamo nella prima parte perché è quella che da i criteri generali e che aiuta anche a capire le scelte che il Concilio fa mentre la dottrina che il Concilio esprime nella seconda parte spetta poi a voi, nell’approfondimento, nei gruppi di studio.
 
Che cosa ha detto il Concilio? Che discorso ha fatto? Di che ha parlato? Di cosa parla la Gaudium et Spes?
Rispondiamo proprio con le parole della Gaudium et Spes, questo documento parla dell’uomo e così dice anche il Concilio, dice: l’uomo è il cardine della nostra esposizione. Giovanni Paolo II dirà in un altro documento: l’uomo è la via della Chiesa, però, attenti, dice questo per spiegare immediatamente: l’uomo, certo, ma l’uomo alla luce di Cristo, di Cristo che è rivelatore dell’uomo, se l’uomo è la via della Chiesa è perchè Cristo è la via della Chiesa e per noi Cristo è Dio fatto uomo, è l’uomo nella pienezza della sua umanità e della divinità che in Lui si è incarnata. Dunque questo documento parla dell’uomo e di Cristo insieme. E mi pare di poter rappresentare, se vogliamo servirci di un’icona, l’icona della via usata da Giovanni Paolo II : “l’uomo via della Chiesa” che questa via il Concilio ci aiuta a percorrerla attraverso sei corsie e qui c’è scritto prospettive ma chiamiamole anche vie  o corsie di un’unica via. In fondo il Concilio ci aiuta a ragionare su questo unico grande principio che è il messaggio proprio conclusivo di questo documento: “Cristo è  la luce dell’uomo, la salvezza dell’uomo, il senso dell’uomo” e poi ci aiuta a scoprire questo, a dipanarlo, a svolgerlo attraverso sei percorsi che sono tutti interconnessi, si intrecciano, per cui noi camminiamo un po’ come su un’autostrada, passando da una corsia all’altra, e cerchiamo attraverso queste diverse corsie di capire questo unico grande concetto: cosa c’è dentro questo principio, cosa c’è dentro questa luce, questo grande messaggio. Vi elenco le sei vie:
 
la via del dialogo.
la via dei segni dei tempi
la via della persona
la via della comunità
la via dell’impegno storico
la via del servizio
 
Tante vie, o prospettive, attraverso le quali, questo documento torna sempre sulla stessa melodia, come il tema di una sinfonia che ritorna, che ritorna, che ritorna…fino a che non l’abbiamo davvero assimilato.
 
E cominciamo dalla prima. Rileggendo, troverete che queste prospettive sono progressive, per cui, se avete poi in mano lo schema con i numeretti che vi do dei diversi paragrafi, potrete anche facilmente fare una controprova di quello che io vengo dicendovi con una breve sintesi.
La via del dialogo. Notate una cosa, il titolo del documento: la Chiesa nel mondo. Non è casuale la scelta di questa preposizione, si poteva anche scegliere semplicemente “la Chiesa e il mondo”, ma già so che sarebbe stata una scelta che avrebbe portato in un'altra direzione, e diciamo pure che, nella prospettiva di quei secoli di contrasto a cui prima ho fatto cenno, sarebbe stata questa la tentazione di parlare di Chiesa e mondo, pensando al mondo come qualche cosa che ci sta davanti e che è letto, veniva letto, che tante volte tende ad essere letto da noi cristiani in chiave soprattutto negativa. Apriamo subito una piccola parentesi biblica. In fondo questa oscillazione del Cristianesimo tra una lettura più positiva e una lettura più negativa del termine “mondo”, dell’immagine del mondo, non è cosa di oggi. Se voi aprite la Scrittura trovate questa cosa fin nelle pagine bibliche. Prendete il Vangelo di Giovanni, e trovate che questo termine, il termine “mondo” è usato a volte in maniera positiva, ad esempio lì dove è detto “Dio ha tanto amato il mondo, da dare per il mondo il suo proprio figlio”, è l’immagine di un mondo amato da Dio, perché è il mondo uscito dalle sue mani, è il mondo per il quale Dio non finisce mai di spendersi nel suo amore di Padre, è il mondo per il quale manda il Figlio a morire, dunque un mondo amato e bello nella sua origine, nel suo fine, nella sua sostanza, perché il Cristianesimo ha da sempre rifiutato quelle ideologie così dette “manichee”, quelle che fanno del male una sostanza. Il male è un incidente di percorso, non è la sostanza del mondo, il mondo è bello, è uscito dalle sue mani. Però poi trovate anche le espressioni negative, come Gesù che dice nella preghiera sacerdotale “Non prego per il mondo, prego per loro” Non per il mondo! Perché fa questo discorso? Perché quando fa questo discorso usa lo stesso termine guardando da un altro punto di vista. Lì era guardato dal punto di vista della luce, della luce di Dio, qui è guardato con il realismo di ciò che il mondo è diventato una volta che si è consegnato, per la responsabilità degli uomini, si è consegnato al principio del male, al diavolo, si è consegnato al “principe”di questo mondo, così lo chiama il Vangelo di Giovanni. Dunque questa parola porta in sé un’ambivalenza, e da sempre nella storia della Chiesa se uno il mondo lo guarda alla luce, lo vede in un modo, da un altro punto di vista, lo vede in un altro modo. È la continua oscillazione tra luce e ombra. Il Concilio ricorda bene questa cosa, e cosa fa? Non dice adesso guardiamo la luce  e ci dimentichiamo dell’ombra. Questa è stata un’accusa che più o meno apertamente è stata fatta da qualcuno al documento conciliare, ed è un’accusa che il documento conciliare ben letto non merita. Qualcuno ha detto che questo documento è stato eccessivamente ottimista, ha fatto vedere il mondo tutto nella luce positiva, e invece a guardarlo, questo mondo in cui ci troviamo, è sempre più pieno di macerie. In realtà non è vero, a leggerlo bene questo documento è profondamente realista. È vero che il momento storico favoriva più la lettura in chiave luminosa, e un po’  meno quella in chiave di ombra, ma è un documento che rimane come documento animato dallo Spirito di Dio, rimane anche molto realista, anche molto oggettivo nell’interpretazione della realtà. In ogni caso quello che è vero è che il Concilio, agisce sulla base di questo principio della luce del Verbo; ricordate che il Vangelo di Giovanni comincia con questa bellissima affermazione: “nel principio era il Verbo. E il Verbo era la luce e la vita del mondo e il Verbo si è fatto carne. E il Verbo illumina ogni uomo”, era Lui che veniva nel mondo. Questa è la luce di Gesù Cristo, e allora questo è il motivo del dialogo, è un documento dialogico, il Concilio si mette in prospettiva di dia-logo. Cosa significa dialogo, è un logos, è una parola, è un pensiero, un concetto, è un apertura di mente, ma anche un’apertura di realtà che passa da una persona ad un’altra, che diventa ponte da una persona ad un’altra. Il motivo di fondo per cui il Concilio sceglie il dialogo, non è un piccolo motivo di ordine pragmatico, come se la Chiesa avesse detto: il mondo è così, ormai abbiamo fatto alcuni secoli di guerra, con il “Sillabo” ci abbiamo provato, le scomuniche le abbiamo mandate, adesso basta, veniamo un po’ a patti, come si fa tra politici, vediamo un po’ di dialogare. No, no, il Concilio propone la spiritualità del dialogo, che in ultima analisi è la spiritualità del logos, del Verbo incarnato, di Gesù Cristo in quanto presente come Verbo di Dio, come luce di Dio, presente attraverso il suo Spirito, si trova in tutti gli uomini e viaggia in tutte le latitudini del mondo. Per cui, se vuoi, lo trovi, lo trovi dappertutto, anche nella persona più lontana da te. Diceva l’antica buona filosofia “non c’è errore che non abbia una scintilla di verità”, qui l’errore non è più che altro la radicalizzazione di una verità impazzita. Sempre c’è una scintilla di luce che dipende proprio dal fatto che il mondo non potrebbe esistere senza la luce del logos. Anche quando va alla rovina perché si mette nel cono d’ombra, ma resta sempre, se c’è  un’ombra, resta sempre perché c’è la luce. E allora il dialogo, in fondo, è quell’atteggiamento spirituale che ci consente di percepire la presenza di Gesù Cristo nell’altro, in chiunque altro. Certamente  presenza di Gesù Cristo che si può trovare insieme con tanti errori, con tanta cattiveria, con tanto male, che va chiamato con il proprio nome, ma presenza di Gesù Cristo, ed è qui il motivo di fondo. E allora l’uomo cardine dell’esposizione, prima via che Dio ci ha fatto esplorare, che già da questo punto di vista ci richiama Gesù, Gesù in quanto logos, presente come fondamento del dialogos. Voi nei giorni prossimi vi interrogherete, come Chiesa sinodale, come Chiesa in cammino di Sinodo, come dialoghiamo con il mondo, con i fratelli di questa nostra realtà ecclesiale tra Sorrento e Castellammare, i fratelli di questa nostra realtà all’interno della Chiesa, e fuori della Chiesa; riusciamo con loro a gettare il ponte Cristo-logos, del dialogos di Cristo? Riusciamo a vedere le scintille, “i semi del Verbo” come diceva Giustino, i semi del Verbo di Dio nei nostri fratelli?
 
 
Seconda prospettiva, seconda corsia: l’abbiamo chiamata la via dei segni dei tempi, anche questa espressione biblica, la sentiamo sulle labbra di Gesù che un giorno dice “ma come voi sapete distinguere quando viene la pioggia, quando viene il bel tempo, i segni del tempo meteorologico, siete così bravi, e non sapete distinguere il tempo di Dio?” Il tempo di Dio biblicamente, usando una parola greca specialistica, è il kaiuros, si distingue solitamente con queste parole greche. Ecco, perché nella Scrittura, il kronos, la cronologia, il tempo è visto così, come calendario che fa camminare i giorni, e il kaiuros, è il tempo quando questo tempo è pieno di Dio, è un tempo che ci porta più vicino a Dio, è tempo di salvezza, è il tempo di Dio. Bene, il Concilio cosa fa? Ci invita a leggere la realtà contemporanea, una volta che abbiamo scelto di entrare in dialogo, ci invita a leggerla, a conoscerla, a conoscerla con verità, con profondità, perché il dialogo non si fa tra due persone che non decidono prima di conoscersi. La prima cosa che si fa quando ci si presenta si dice il nome, da dove vieni, che fai, si comincia ad entrare l’uno nella vita dell’altro; e se non si fa un minino di conoscenza, a partire dalla lingua che bisogna in qualche maniera condividere – se io ora mi mettessi a parlare il cinese, e voi stesse senza cuffie di traduzione, io parlerei e voi direste questo chissà che sta dicendo – c’è bisogno di conoscersi, e più ci si conosce, più si riesce a dialogare. Dunque il Concilio ci invita a leggere la realtà, e si prova a leggerla, fa una prima grande disamina della realtà contemporanea, e questo è abbastanza nuovo, abbastanza significativo nella strategia dei documenti ecclesiali, poi è diventato quasi di prassi nei documenti della dottrina sociale della Chiesa, e poi farne la lettura alla luce del Vangelo. Il Concilio ci da, in fondo, questa metodologia, dice: iniziate ad aprire gli occhi per guardarla la realtà, e guardarla con serietà. Ci sono dei fenomeni che stanno accadendo in questo nostro tempo, ed io non vi faccio il quadro così come lo fa il Concilio, parla di mutamenti innanzitutto, grandi mutamenti che stanno accadendo, erano avvenuti allora, e li vediamo ancor più chiaramente oggi, ma parla anche di contraddizioni: da una parte grande sensibilità per l’uomo, grande sensibilità per il mondo animale, per l’ecologia, e dall’altra poi grandissima contraddizione per un mondo che ha affinato la sua sensibilità persino per il gattino - giustamente si preoccupa perché è un minore, e non venga toccato - e poi un mondo fatto di chi uccide la vita appena nata nel grembo materno, e sembra quella cosa sia una cosa impossibile, come se sia quasi un diritto. Grande contraddizione! Il Concilio, già con grande verità, autenticità e profezia, questa cosa la dice nel ’65, oggi siamo in grado di verificare come questo mondo diventi giorno per giorno sempre più contraddittorio, sono istanze fondamentali, sulle quali il mondo va convergendo, e questo stesso mondo poi ha delle  contraddizioni nette con i principi stessi in cui crede. Bene, il Concilio non esita a dire che questo mondo con le sue contraddizioni, i suoi squilibri, le sue inquietudini, le sue aspirazioni, è “un mondo al bivio”. Usa questa espressione, un mondo al bivio che può prendere una direzione o l’altra; bisogna leggere il tutto cercando di vedere quali sono in questo nostro mondo le cose che vengono da Dio, e quali sono invece le cose che non vengono da Dio. Ecco i segni dei tempi. Non tutto è segno del tempo, questa può essere una grande tentazione che si è scatenata nella Chiesa post-conciliare, sotto l’urto del grande entusiasmo, perché c’è un’ideologia del progresso che è molto ambigua, è quella che ci porta a vedere le cose come se ogni cosa nuova, perché nuova, dovesse avere quasi una credibilità naturale di positività. Non è vero niente! Una cosa nuova può essere una cosa bellissima, che porta avanti la storia, che è reale progresso, ma potrebbe anche essere un regresso di millenni, che noi chiamiamo progresso del tutto impropriamente. Dunque non ogni cosa nuova è progresso, cioè che ci porta avanti, verso un ideale, verso una meta. Quando il Concilio ci da la categoria dei segni dei tempi, ci mette su questa pista, ci dice: attenti, guardatelo con simpatia questo mondo, studiatelo con verità, dunque con rigore statistico, sociologico, storico. E diciamo che in questo noi siamo un pochino perdenti, perché forse non abbiamo questa sensibilità; è più facile parlare per grandi schemi, è più facile dire il mondo va così, o va colì, che non mettendoci dentro le cose e dire ma vediamo cosa sta davvero succedendo in questa nostra Chiesa, in questa nostra Diocesi, che sta succedendo nella famiglia, quanti bambini nascono e non nascono, quanti matrimoni… Vediamoli, interpretiamoli, perché non è detto che ciò che sta succedendo qui è la stessa cosa che sta succedendo a Napoli, o a Milano. Ecco, quindi, la correttezza della lettura, però guai a fermarsi solo alla lettura sociologica. I segni dei tempi ci invitano poi a risalire sempre al criterio teologico: cioè vedere realmente, alla luce di Dio, alla luce del Vangelo, quello che è ispirato da Dio è cosa assolutamente da tenere d’occhio perché ci porta fuori strada. La risposta: Cristo, che illumina anche la realtà e ce la fa leggere in un modo sempre nuovo, attento, serio, rigoroso, alla luce del Vangelo.
 
Altra via: la via della persona umana. Via diventata, dopo quarant’anni,  ancora più attuale, perché era una delle cose già presenti, in verità, nella cultura degli anni ’60 del secolo scorso, ma ancora in maniera molto nascosta. Erano appena appena cultori del pensiero quelli che potevano pensarla  così, ora invece sta diventando sempre più un grande problema. A che cosa mi riferisco? Domani sera farete il discorso antropologico, quindi forse ci entrerete a vele spiegate in questa problematica, ma oggi siamo in un tempo in cui la questione dell’uomo, la questione di chi è l’uomo è diventata la questione chiave della nostra cultura. Non a caso i vescovi italiani ne hanno fatto oggetto di un approfondimento, perché dopo che dell’uomo se ne erano dette di tutti i colori, delle grandi ideologie che volevano costruire l’uomo nuovo, dopo la caduta di tutte le grandi ideologie, quelle della libertà, della socialità, cosa è avvenuto? Che non si sa più chi è l’uomo. E si finisce per amalgamarlo in maniera impropria all’univer-so materiale, non riuscendo più a rileggere e a raccogliere la grande lezione della prima pagina della Bibbia, quella in cui ci viene raccontata, in quel modo bello, simbolico, che non è un racconto di storia ma è molto più profondo, ci viene raccontata la creazione dicendoci che tutto è bello perché tutto è uscito dalle mani di Dio, però l’uomo è la creatura che sta al vertice di tutto, è un salto di qualità. Bene, questa via di cui parla il Concilio, tutto il discorso sulla dignità della persona, l’uomo immagine di Dio, è una via che ci aiuta a dare la risposta più profonda a questo grande interrogativo che è l’interrogativo di oggi: perché l’uomo non può diventare la stessa cosa della natura materiale, perché non può essere equiparato al mondo animale? Tutta la nostra simpatia per i nostri cagnolini e i nostri gattini, dobbiamo guardarli con affetto, ma non può accadere che non si veda la differenza sostanziale tra chi è l’immagine di Dio, e chi invece è un altro tipo di creatura, che va anche rispettato, accolto, ci può fare compagnia a suo modo, ma che è un altro tipo di creatura, che richiede un altro tipo di approccio, di attenzione, di cura, di centralità. Il Concilio fa un approfondimento bellissimo dell’identità dell’uomo, partendo poi dalla coscienza morale. Perché l’uomo è immagine di Dio? Ci sono tante prospettive, tante dimensioni che l’antropologia teologica sviluppa, ma in fondo, in ultima analisi, ciò che lo rende più vicino a Dio è il fatto che per la sua natura spirituale di essere pensante, volitivo, aperto alle dimensioni dell’infinito, l’uomo è l’unico che ha una responsabilità, può rispondere, cioè può dialogare con il “tu” divino, prima ancora e oltre che con il “tu” umano. C’è nell’uomo la capacità di dialogare con il suo Creatore, qui è la sua grandezza che è assolutamente straripante rispetto alla bellezza di tutti i grandi panorami che si possono vedere quando si viene in questo paradiso sorrentino, non c’è paragone. Diceva S. Agostino, nelle sue “Confessioni”, “Gli uomini vanno girando il mondo intero, ma c’è un mondo che è ancora più grande che è l’anima di un uomo che non si finirà mai di esplorare” Si tratta a questo punto di vedere veramente chiaro, e di dire con grande fermezza e con grande profezia chi è veramente l’uomo. E ancora una volta il principio è cristologico, il Concilio proprio in questo capitolo,  la prospettiva della persona, ci da quella bellissima definizione della rivelazione di Cristo quando dice che Cristo ci rivela Dio, perché Egli è Dio e ce lo porta vicino, ma anche rivela l’uomo a se stesso (Gaudium et Spes 22). Vuoi conoscere chi è l’uomo? Allora fatti le tue statistiche, vedi cos’è normale, cosa è diventato normale oggi, qual’ è il matrimonio statisticamente più diffuso, le coppie di fatto non le coppie di fatto. Vedi la tua statistica, ma alla fine per decidere che cos’è veramente la famiglia, cos’è veramente la solidarietà, guarda ciò che ha detto Cristo e ciò che ha fatto Cristo, perché è Lui che rivela chi è veramente l’uomo: la via della persona. E in questo capitolo, il Concilio si misura anche con il grande problema dell’ateismo, e si misura in un modo originalissimo. Non spendo parole, soltanto ve lo segnalo, perché arriva a dire una cosa che potrebbe impressionare detta così, arriva a dire che in fondo anche l’ateismo ci aiuta.  Ci aiuta perché ci sprona, perché ci obbliga a pensare Dio in maniera autentica, e noi spesso rischiamo di farci anche da credenti un Dio di comodo… Ma finisco, vi ho dato l’input, poi spetta a voi.
 
Passo alla quarta via: la prospettiva della comunità. Già nella via precedente aveva dato un’indicazione che adesso qui viene sviluppata. Quando si parla della via della persona, noi abbiamo subito una tentazione, la tentazione di confondere la persona con l’individualità chiusa in se stessa, cioè abbiamo la tentazione dell’individualismo. Quando dico persona dico il mio nome: chi sei? Sono Domenico Sorrentino. Sono io e non un altro, ma questo, questo essere la persona così identificata, che la persona è se stessa e nessun altra, e non si confonde con nessun altro e con nient’altro, questo non dice che la persona possa essere compresa come chiusa in se stessa. Niente a che fare, non c’è nessuna vicinanza tra il personalismo cristianamente inteso e l’individualismo a cui invece ci porta o il nostro egoismo o una concezione teorica sbagliata del rapporto con le persone. L’individualismo è quel modo di vedere le cose, per cui la persona si chiude in se stessa. Il personalismo cristiano invece contiene come sua dimensione imprescindibile la relazionabilità, non c’è persona che non sia aperta alla relazione. Il Concilio, ecco qui, arriva a dire una cosa bellissima quasi come una formula: “La persona è stata voluta da Dio come ente che vale per sé e in sé”, ed è questo che la fa differire da tutte le altre cose. Le altre cose sono state volute in funzione degli enti superiori, le cose, perché noi mangiamo la nostra erba, la nostra insalata, i  nostri frutti, perché sono stati fatti per noi, e così anche per gli animali, quelli commestibili. L’uomo è stato voluto per se stesso, vale in se stesso, immagine di Dio, però dice: attenti, poiché l’uomo porta in sé questa dimensione della relazionalità, intanto si sviluppa come persona nella misura in cui si dona. “L’uomo non si realizza se non attraverso il dono di sé”. È un’affermazione stupenda del Concilio. Essere voluto per sé, in sé e per sé, ma che si realizza nel dono si sé, perché porta in sé questa dimensione. E ancora una volta lo sguardo si eleva, e dall’uomo va al suo parametro ideale, Cristo, e Cristo ci porta alla Trinità. Perché tutto questo? Perché l’uomo, immagine di Dio, non potrebbe chiudersi in se stesso? Perché se si va ad approfondire cos’è veramente una persona partendo dalla sorgente, che è Dio, noi ritroviamo che cosa la rivelazione di Cristo ci ha portato. Che Dio è essenzialmente relazione di tre divine persone, non esiste un dio solitario. Noi Cristiani siamo essenzialmente trinitari, dobbiamo capire bene tutto questo, e non arrivare ad un triteismo che sarebbe qualcosa di pagano. Non sono tre dei, è un solo Dio che è Padre, Figlio e Spirito. La relazionalità caratterizza Dio, Dio quando fa la sua immagine la fa relazionale, non può fare un’immagine diversa da sé. Cristo ci aiuta a capire il senso della persona, e quindi ancora una volta il Concilio ci mette in cammino su questa corsia, e ci fa fare poi la nostra volata verso l’alto, e ci dice “Cristo, Verbo incarnato, Principio, Luce e Senso della relazionalità”. Vuoi capire che cos’è la comunità? Guarda Gesù Cristo e come lui si è inserito. Poteva venire nel mondo in tutta un’altra maniera; perché ha scelto di venire nel mondo attraverso una madre? Nella sua capacità divina non si poteva dare una costituzione bella matura da adulto e farsi trovare in mezzo a noi? No, ha voluto scegliere la vie della relazionalità fino in fondo, si è collocato dentro la nostra pasta umana, attraverso i nostri processi ordinari di relazionalità. Certamente ha anche una sua specificità, dentro questa relazionalità c’è il mistero della verginità di Maria, c’è il mistero della paternità di Giuseppe, che è paternità spirituale ma autentica, vera, perché è comunque il mistero del Dio che si fa uomo, non è il mistero di un uomo tra gli altri, ma al tempo stesso dentro questa specificità c’è l’assunzione di tutto ciò che è veramente umano, anche della nostra relazionalità, la relazionalità della famiglia, del lavoro. Ci sembra di vederlo questo Gesù che impara il suo mestiere dal padre Giuseppe. Viene chiamato non soltanto “il figlio del falegname”, ma “il falegname”. Gesù doveva avere delle mani molto callose, quando prendeva in mano i bambini, si sentivano i calli sulle sue mani, aveva imparato la relazionalità del lavoro, era uno che piallava, costruiva, vendeva, faceva anche questo Gesù perché doveva pur vivere con la sua famiglia. Quando è morto Giuseppe era lui che portava avanti la famiglia. Il Concilio ci da come conclusione della pista della comunità, il Verbo incarnato come senso e pienezza della solidarietà. E’ dunque la via che ci invita a percorrere, aprendo poi grandi riflessioni, che vengono sviluppate soprattutto nella seconda parte, anche sul rapporto tra persona e società, tra persona e istituzioni sociali, con un principio sacrosanto, bellissimo, che noi cristiani non ci dobbiamo mai far derubare e che dobbiamo sempre testimoniare: è la persona umana il principio  a cui devono far capo tutte le nostre istituzioni. Cioè la verità di un’istituzione, compreso lo stato, e dunque l’economia, la cultura, si verifica dalla sua capacità di creare relazioni vere tra la persone che siano sempre rispettose della persona umana. Quindi la persona diventa il parametro, il riferimento anche delle istituzioni, della comunione a qualsiasi livello costruita nei rapporti sociali; dalla famiglia, ai gruppi, alle più diverse tipologie di istituzioni umane.
 
Quinta e penultima via è la via dell’impegno storico. È una via molto luminosa quella che traccia qui il Concilio che negli anni ’60 si sentiva ancora di più di quanto non la sentiamo oggi, perché qui il Concilio dialoga in maniera molto evidente, anche se la parola in sé non c’è, ma chi legge le pagine la ritrova subito tra le righe, dialoga con la grande obiezione che allora faceva soprattutto il marxismo alla Chiesa. Il marxismo diceva voi la gente la drogate, le mettete davanti Dio, la preghiera, il Paradiso e con questa droga le impedite di impegnarsi nella storia e di trasformare il mondo. E allora cosa può succedere? Può succedere che c’è una grande comunità in cui da decenni, da secoli si va a Messa, si dice il Rosario, e poi ritrovi la camorra, l’illegalità, l’ambiente dissestato. Come si spiega? Si spiega forse perché questa Chiesa è stata una Chiesa che non ha fino in fondo riflettuto sulla dimensione dell’impegno storico, come impegno costitutivo dell’essere cristiani. Costitutivo perché è un’esigenza dell’amore, e l’amore è tutto per il Cristiano, l’amore è il grande messaggio, e l’amore, come spiega la Bibbia in tante occasioni, e non è il sentimento che mi fa sentire una certa affezione vaga per qualcuno o qualcosa, l’amore è dono di sé, e il dono guarda l’esigenza dell’altro, e dunque chi ama veramente ama Dio, ma ama anche il prossimo e si dona, poi  il Cristianesimo è la religione della Creazione e dell’Incarnazione. Bene, voi troverete in tutta questa riflessione che il Concilio fa questa grande affermazione: attraverso il lavoro, l’impegno, il nostro inserirci nella storia, in tutti i settori della storia noi diventiamo collaboratori del Creatore. La creazione certo è uscita dalle mani di Dio, ma dopo che è uscita, e esce ogni momento dalle mani di Dio - e chi ha studiato teologia mi capisce subito, anche se non sviluppo il pensiero - la creazione non è una cosa fatta una volta per tutte, Dio è Creatore in ogni istante, continuamente ci tira fuori dal nulla, ma al tempo stesso una volta che ci ha fatto uscire dal nulla ci vuole suoi collaboratori, suoi cooperatori. Quindi quello che stiamo facendo questa sera, queste cose che avete realizzato, queste luci, questa coreografia, questo che rende il mondo più bello, questi fiori, questa è la nostra collaborazione alla creazione. Il mondo è il cosmos, il nome cosmos significa mondo bello, ordinato, ogni volta che noi questo mondo lo facciamo più bello, noi siamo collaboratori del Creatore, ogni volta che lo dissestiamo, lo sfasciamo, noi ci mettiamo su una linea diversa, lontana, fuorviante rispetto a quello della Creazione. E poi siamo la religione dell’Incarnazione, cioè Dio questo mondo non solo lo ha creato, ma si è venuto a mettere dentro il mondo, è venuto ad abitarlo questo mondo, per cui ogni volta che noi lo rendiamo più bello, noi facciamo emergere l’immagine di Gesù. Allora tu rendi più bello un bambino perché lo fai crescere, lo allevi, lo fai diventare persona, gli dai una cultura, gli dai il senso della bellezza: fai nascere l’immagine di Gesù sul suo volto. Già ce l’ha, la porta in sé, ma gliela fai emergere. E così fare un mondo più bello, rendere questo nostro ambiente più bello, queste nostre famiglie più vere, questa nostra Chiesa portata  fino al più alto grado dell’esigenza evangelica: tutto questo è l’impegno concreto nella storia. Noi non possiamo esimerci da questo impegno, per cui a quella grande obiezione che faceva il marxismo, la Chiesa, la religione “l’oppio dei popoli”, il Concilio ha buon gioco nel rispondere: altro che oppio “chi ha capito cos’è il Cristianesimo, non solo non è distolto dall’impegno della storia, ma si trova doppiamente impegnato”. Se un marxista, uno che non crede, un ateo, può avere, per senso intimo, per intuizione di responsabilità, il bisogno di darsi da fare, il Cristiano deve sentirlo doppio quel bisogno. Se non lo sente doppio, deve verificarsi, deve interrogarsi, forse c’è qualche cosa che non sta funzionando nella sua spiritualità, non ha capito ancora bene cos’è il Cristianesimo. Va a Messa, ma non ha capito tutta la forza esplosiva dell’Eucaristia; dice il Rosario, ma non ha capito tutta la forza esplosiva dei misteri di Gesù Cristo, non ha capito cosa significa la gioia, non ha capito cosa significa la luce, il dolore, la gloria; dice i misteri gioiosi, ma non ha capito che cosa comportano; se lo capisce è uno che dice il Rosario e si impegna con il sindacato, magari con la corona in mano, come facevano a Danzica gli operai che hanno fatto la rivoluzione. Ci impegna profondamente nelle strutture umane, nel suo ufficio, nel suo studio, nella sua attività artistica. L’impegno storico. E il Concilio ancora una volta finisce la bellezza di queste pagine che il Concilio apre, di queste corsie, e che continuamente apre la corsia e poi ti fa vedere il punto ideale: guarda Gesù Cristo! Ancora una volta il Concilio ti da l’immagine di “cieli nuovi e terre nuove”, cioè l’immagine escatologica. Ho detto prima che il mondo potrebbe anche perdere, e infatti sta perdendo, il senso del futuro, un Cristiano non lo può perdere. Per questo il Cristiano è la riserva della speranza per l’umanità. Ogni volta che andiamo all’Eucaristia noi siamo stimolati, l’Eucaristia è una bomba, quando il sacerdote ha detto “questo è il mio corpo, questo è il mio sangue” - c’è un punto in cui la “Gaudium et Spes” parla anche di questa presenza dell’Eucaristia nella storia, come energia trasformatrice della storia, è proprio questo il senso – quando il sacerdote ha detto “questo è il mio corpo, questo è il mio sangue” qual’è la nostra risposta? “Annunciamo la tua morte, proclamiamo la tua Resurrezione, in attesa della tua venuta”. Forse noi non ci riflettiamo. Dire “in attesa della tua venuta” ci proietta verso il futuro, ci fa diventare uomini del futuro, un Cristiano può andare avanti negli anni, e non arriva mai a dire: ormai sono arrivato ai miei sessant’anni, cosa devo fare più? No, ricomincio da capo, ricominciare dal principio, si ricomincia da oggi, perché? Perché c’è un futuro davanti, se non avessi questo futuro potrei anche dire che ormai sono arrivato, ho fatto la mia vita, abbiamo sentito di questo attore (Alain Delon) che nei giorni passati ha detto “ormai l’ho fatta la mia vita, non mi resta che dare il colpo finale e chiuderla da me”. Che desolazione! Può essere proprio il tipo, di questo uomo, di questo mondo che sta perdendo il senso di sé, e il senso del futuro, e il senso della speranza. Noi abbiamo il grande compito, come cristiani, di essere riserva di speranza e di futuro per l’umanità, e niente ci può stancare, tutto ci può succedere, ma non può succedere che un Cristiano si stanchi, il Cristiano è uno che riprende sempre da capo, ha la ragione per non stancarsi e per riprendere da capo.
 
Infine, l’ultima strada: la prospettiva del servizio. Dopo aver detto tutte queste cose, la Chiesa del Concilio, in questo documento si interroga, e dice: ma in fondo che cosa posso fare io Chiesa per questo mondo, e cosa mi aspetto anche dal mondo? Perché c’è un dare ma anche un ricevere perché Gesù Cristo è presente dappertutto, e allora Egli da attraverso noi, ma in fondo ci da anche attraverso tutto ciò che Egli fa nel mondo. E c’è questa bellissima riflessione che richiama anche il testo che è stato qui riportato, il testo della lettera di Diogneto  “La Chiesa, anima del mondo”. La Chiesa dice: io sto nel mondo per costruire il mondo, certamente la mia missione non si può limitare alle cose del mondo, anzi. C’è in questa affermazione una chiara presa di posizione nei confronti della dimensione religiosa nel servizio ecclesiale. La Chiesa dice: stiamo attenti, la Chiesa pur impegnandosi fortemente per le questioni umane, non può mai diventare sindacato, partito, che non hanno niente di religioso, però se fa bene questa sua missione religiosa, questa sua missione porta inevitabilmente un riflesso e un influsso sociale. Questo viene poi declinato in maniera concreta, anche con tutte le responsabilità che ci dobbiamo assumere e anche con tutte le pluralità possibili quando stiamo nelle regioni dell’opinabile da chi? Da ciascuno di noi che si assume le proprie responsabilità, soprattutto se è un laico, e la  missione del laico è propriamente quello di stare impastato dentro le cose del mondo, per far emergere nelle cose del mondo il mistero del Regno di Dio. Ecco, c’è qui in questo ultimo capitolo, in questa ultima via, tutta una riflessione, che vi invito a rileggere, su questa missione della Chiesa che distingue bene la sua identità religiosa, il riflesso, l’influsso sociale che ne scaturisce, e la sua declinazione operativa attraverso la responsabilità di ciascuno di noi, distinguendo quindi anche le varie realtà, parlando di autonomia delle realtà terrestri, ma spiegando cosa bisogna  intendere con questa espressione: significa che ogni realtà ha il suo metodo, ha le sue leggi, metodo, leggi volute dal Creatore, ma certamente sempre riconoscendo la convergenza di fondo con il Creatore, per cui guai a pensare ad un’autonomia che diventasse dissociazione dal Creatore e dal Vangelo. Tante volte purtroppo a questo si arriva, e a questo siamo continuamente tentati anche come Cristiani: faccio la mia vita cristiana in chiesa, faccio le mie pratiche e poi quello che è l’ufficio, il commercio, il lavoro, questo appartiene ad un’altra regola morale, questo sarebbe la contraddizione piena con ciò che la Chiesa sente di essere con il Vangelo stesso. No, non è autonomia delle realtà terrestri in questo senso, autonomia significa che ogni realtà ha la sua identità e va rispettata per quella che è, sapendo che questa identità in ultima analisi fa sempre capo al Creatore. Senza il Creatore, la creatura svanisce, e dunque non c’è nemmeno autentica autonomia. E in questa grande riflessione la Chiesa si volge anche con umiltà al mondo per dire: ma anche attraverso il mondo ci sono tante cose che noi impariamo. Perché? Perché il Verbo di Dio ispira anche, e lo Spirito di Dio spira anche nel mondo. Allora quante cose la Chiesa ha appreso anche guardando quello che avveniva nel mondo. Vorrei fare degli esempi: il tema della democrazia, è un tema in fondo profondamente evangelico nella sua idealità, ma la Chiesa lo ha anche approfondito, scoperto e continuamente riscoperto anche alla luce dei movimenti democratici concreti che si sono realizzati nel mondo. Oppure la scienza ha portato a certe conclusioni che hanno aiutato anche la lettura della Bibbia, senza quelle scoperte la stessa lettura della Bibbia non sarebbe stata così approfondita. Dunque anche atteggiamento di umiltà da parte della Chiesa, e qui ecco il senso del servizio reciproco, la missione che la Chiesa svolge nei confronti del mondo, l’aiuto che riceve dal mondo. E concludo con l’ultima grande immagine Conciliare, perché tutto funziona così nella “Gaudium et Spes”: “Il Cristo alfa e omega”. Sapete questa immagine biblica, immagine dell’Apocalisse, che la liturgia ci presenta soprattutto a Pasqua, il grande simbolo del cero pasquale, Cristo alfa e omega. Alla fine quando vogliamo veramente conoscere le dimensioni del mondo, quando vogliamo interpretarne le sfide e cogliere la nostra missione non resta che Lui: prima lettera e ultima lettera dell’alfabeto. Dentro la prima e l’ultima ci sono tutte le lettere dell’alfabeto, nessuna esclusa, ma Cristo è veramente la chiave di tutto.
 
 

 
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