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Scritto da Divino   
Monday 10 October 2005
  9 ottobre 2005
XXVIII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO
L'abito della regalità
NEL NOME DEL PADRE E DEL FIGLIO E DELLO SPIRITO SANTO

Anche per i più distratti, queste giornate di pioggia ci immettono nel pieno dell'autunno, stagione di semina una volta, quando c'era le cultura dei campi, ma sul piano pastorale, spirituale, scolastico e lavorativo, tempo di semina, cioè tempo di impegno; forse abbiamo lasciato il nostro campo a lungo sotto il sole, all'incuria, e siamo chiamati ad arare, a zappare, a vangare, a smuovere le zolle, a preparare il terreno per la nuova semina. E quello che vogliamo fare anche in questa Eucaristia, chieden­do l'aiuto di Dio per l'anno scolastico iniziato, per l'anno pastorale iniziato, per tutto quanto di nuovo si va progettando. E per le nostre resistenze, per il nostro voler essere eternamente in vacanza, per i nostri ritardi chiediamo perdono, perché non ci siamo ancora messi al lavoro.


LETTURE
Isaia 25,6-10a
Filippesi  4,12-14;19-20
Matteo 22,1-14

  OMELIA


La nostra riflessione si impernia su questa parabola del convito, e del convito nuziale che un re ha preparato, ha imbandito mandando i servi a chiamare prima i notabili, e poi i poveri. Traiamo da questa liturgia della Parola - metto insieme anche la I Lettura con l'immagine del banchetto finale, a cui Dio inviterà tutti i popoli, non solo Israele -  sottolineo alcuni elementi essenziali e il primo è che la vita è bella. Lo dicono in tanti, ma forse è il caso che ve lo sentiate dire anche dall'altare. La vita è bella, la vita è un convito, la vita è un invito a nozze, la vita è sedersi a una mensa ricchissima che un re ha imbandito per tutti i popoli. Tra l'altro il testo della I Lettura, che noi normalmente leggiamo in atteggiamento triste nelle celebrazioni esequiali, è bello sottolineare che sia stato scritto nell'esilio e in un momento di grande povertà, quindi un sogno, il sogno di un popolo oppresso, povero, indigente, e sente che Dio progetta per lui un banchetto aperto a tutti, a tutti i popoli, non solo a Israele. Quindi la vita è bella, tu sei invitato, e nella vita sei invitato come credente alla mensa della fede, una doppia fortuna, una doppia benedizione: sono in questo mondo e sono in questo mondo come cristiano. C'é una mensa dove puoi prendere quello che vuoi, dove si danza, dove si canta, dove ci sono dei musicanti, c'è un'orchestra, tutto quello che tu immagini; e qui le immagini sono diverse, a seconda della nostra età, tutto quello che tu immagini come segno di festa, ecco, inseriscilo nel quadro di questa parabola. Quindi un re, che sta per benedire le nozze del figlio, invita tante persone ad un grande banchetto. Questo banchetto è la vita, questo banchetto è la vita della Chiesa, ma molti nicchiano, e nicchiarne anche noi che siamo in chiesa, tanto più quelli che in chiesa non vengono, che restano sul sagrato, o che arrivano tardi, o che si nascondono dietro le colonne per poter continuare i loro traffici, a dire: Va bene, sono venuto a Messa, ma c'è tempo; c'è tempo, avrò ancora tante altre possibilità, ho una vita davanti a me, quando avrò finito le munizioni allora mi batterò il petto e verrò a chiedere perdono, e siederò a mensa. Questo in fondo avranno pensato coloro che declinano l'invito, alcuni vanno ai loro traffici, ai loro commerci, altri addirittura - e qui torniamo alla parabola di domenica scorsa - uccidono questi messaggeri del re che li invita a nozze. Facciamo così anche noi, cioè tu sei invitato alla vita, tu sei invitato alla vita intensa della Chiesa, ma dici: "Ci sarà tempo". Hai rimandato la tua conver­sione ad altri momenti. Quando saranno finiti gli anni ruggenti, allora mi convertirò, allora verrò in chiesa. In fondo (mi viene in mente in questo momento) l'imperatore Costantino, che pure sembrò essersi convertito, aver aperto le porte alla Chiesa, aspettò molto tempo per battezzarsi, perché giustamente diceva: “Non mi conviene, perché se mi faccio battezzare devo anche vivere da cristiano", e quindi tagliare con le amanti, tagliare con la corruzione, e rimandò, benché nella tradizione sia passato come un impera­tore che abbia aiutato la Chiesa. Voglio prima vivere gli anni ruggenti”. E non lo pensava solo l'imperatore Costantino; noi non siamo imperatori ma governiamo la nostra piccola regione, la nostra vita, i nostri anni, e diciamo: “ci sarà tempo”. Poi vengono i terremoti, come la cronaca di questi giorni ci riporta, vengono le alluvioni, vengono i cataclismi, a dire che poi tanto tempo non c'è. Quindi attento a rimandare, attento a nicchiare, a stare con un piede di qua e un piede di là, entra, accogli questo invito, diventa credente sul serio, comincia a vivere in una maniera intensa, e poi coerente, la tua vita cristiana. II re non si da per vinto. Quando tornano i messaggeri, tristi, quelli che tornano, alcuni sono stati uccisi, con la notizia "non verranno, hanno declinato l'invito, sono andati altrove, non hanno preso sul serio il tuo invito", il re, che ha già fatto macellare tanti buoi, tanto bestiame - quindi siamo nell'imminenza del pranzo non si può rimandare, non ci sono i frigoriferi per mantenere questa carne per il prossimo mese - manda di nuovo i messaggeri. Dove? Ai crocicchi delle strade, e ai crocicchi delle strade ci sono i poveri, ci sono i mendicanti, ci sono quelli che non hanno alcun diritto, e dice: “chiamate di poveri, perché tutto è pronto e non vada perduta questa grazia, questa dovizia, questa bellezza della mensa; i grandi, i notabili, i nobili hanno rifiutato, andate a chiamare i poveri”. Ripartono i messaggeri, e l'Evangelista dice che hanno spinto i poveri ad entrare, e poi aggiunge "buoni e cattivi".
E’ importante questo per la conclusione della parabola. Buoni e cattivi, cioè non furono chiamati, non furono invitati solo quelli che erano in forma, quelli che pur nella loro povertà avevano mantenuto una certa moralità, ma tutti, buoni e cattivi, si andò a rastrellare ai crocicchi senza fare troppa distinzione. Ed ecco che la sala - immaginate la nostra Basilica - è piena, c'è una grande tavola al centro che va dall'altare fino alla porta, calici di cristallo, i camerieri tutti elegantemente vestiti, arrivano questi poveracci che si dispongono intorno a questa tavola, e prima di cominciare il pranzo, e a metà pranzo, c'è questa visita del re; succede anche nei matrimoni, il riferimento poi non è così simpatico, perché purtroppo i pranzi dei matrimoni sono diventati una condanna più che un piacere, e anche durante il pranzo passane gli sposi per i tavoli, per fare quattro chiacchiere, magari fanno anche la foto con gli invitati, "è tutto a posto?", "benissimo!". Appena gli sposi sono passati al tavolo successivo, una serie infinita di proteste. Non vi preoccupate, benché abbiate preparato il vostro pranzo a puntino, ci saranno delle ingiurie, delle calunnie sul vostro conto, ecco perché inutilmente da anni, chiedo agli sposi di scegliere un altro stile di vita, in merito alla celebrazione nuziale, ma resto inascoltato. Scende il re per salutare gli invitati, questi poveracci, anche se vengono dai crocicchi delle strade, anche se non sono teste coronate, per dire: “Benvenuti, possiamo dare inizio alle danze, cioè al pranzo”. Ed ecco che tra gli invitati ce n'é uno malamente vestito. Attenti, questa incuria è voluta, altrimenti non sarebbe giusto punirlo, è voluta; non è "ma non aveva i soldi per comprar­si l'abito nuziale". Gli esegeti si sono sbizzarriti e hanno detto che alle porte ci stavano quelli che facevano misurare gli abiti già pronti, per dire che era tutto programmato, tutto spesato - diremmo noi oggi - cioè aveva pensato a tutto il re, anche a far indossare l'abito adatto, perché un povero, preso dal crocicchio dove sta chiedendo l'elemosina, non certamente sta in frac, non sta in giacca a cravatta, indossa gli abiti da mendicante, quindi alle porte ci sono i servi che hanno vestito a perfezio­ne questi poveri, che adesso si vedono in un ambiente che non hanno mai frequentato, non solo, ma intorno a una mensa ricchissima, vestiti elegante­mente, e quindi questo signore che è vestito poveramente - l'avverbio non è giusto - che è vestito in una maniera ingiuriosa per quello che si sta celebrando, vuole fare un dispetto. Ecco, in questo senso va punito, perché se tu vai a un pranzo nuziale ti devi vestire secondo le regole, se tu vai in chiesa ti devi vestire decentemente. Perché questa persona non ha voluto vestirsi? Non ha voluto manifestare la sua gratitudine per essere nella sala degli specchi, per essere invitato a nozze, per essere stato invitato dal re, e quindi ha detto: “Io mi siedo con i miei stracci”. Ecco, questa è una volgarità, questo è un uomo volgare; volgari in qualche maniera lo sono tutti, perché tutti vengono dal volgo, non sono principi e principes­se, conti e baroni, no, sono povera gente, cioè sono del volgo, ma hanno capito: “dal momento che andiamo a corte, ci vestiamo come si deve, e come il re ci dà la possibilità di vestirci. Ma quest'uomo è volgare nel suo cuore, e pensa di intrufolarsi senza l'abito bianco. Qui apriamo una parentesi cioè l'Evangelista già risente di una celebrazione battesimale, dove si indossava l'abito bianco, dove i nuovi battezzati, adulti, venivano ricono­sciuti da tutti perché avevano la tunica bianca, e quindi Matteo racconta questa parabola avendo anche un riferimento alla celebrazione del Battesimo. E allora avviene questo dialogo, addolorato da parte del re, nei confronti del povero: "Com'é che sei entrato qui senza l'abito nuziale?". Ed è importante questo “ed egli ammutolì”, perché non c’erano motivi; avrebbe potuto dire "sono povero", se l'abito doveva portarlo l'invitato; ammutolì perché non c'erano motivi, non c'erano difese. Ed ecco che viene respinto. Come dobbiamo leggere noi, per noi stamattina, questo abito bianco? L'abito del Battesimo l'ho già sporcato tante volte, ho la possibilità di lavarlo ogni volta che voglio nel Sacramento della Riconciliazione. La parabola mi dice: Tu che eri un povero, tu che sei stato ammesso a corte, devi diventa­re un pò regale, regale! Mio padre, che aveva il senso dell'ironia, e che me l'ha trasmessa, una delle cose ricevute dal ceppo paterno - ne ho ricevute tante da mia madre - ogni tanto raccontava delle storie, per prendere in giro mia madre ovviamente, e diceva che una volta un re, impazzito d'amore per una zingara, la sposò, nonostante tutti i pareri contrari dei suoi consiglieri. Non vi preoccupate, cambierà, sì, chiedeva l'elemosina, però adesso che è regina, che vestirà di porpora e indosserà il diadema sul capo, vedrete che cambierà. E dopo un po' nella sala, dove c'erano tante statue, la regina, che era una zingara, andava a chiedere l'elemosina alle statue.
Questo è il racconto di mio padre, una parabola della mia famiglia, che ogni tanto tornava per dire: Alla fine la persona dice di cambiare, ma poi non cambia, anche se sta a corte finisce col chiedere l'elemosina alle statue, perché ha sempre chiesto l'elemosina. E invece questa regina adesso deve avere un comportamento regale, cioè è regina! Tu stai a corte, tu devi avere un comportamento regale. E regale significa adatto a colui che ti ha invitato. Adesso qui nessuno di noi è santo, nessuno di noi è senza colpe, nessuno di noi non ha cose di cui rimproverarsi del passato, ma questo appartiene a "buoni e cattivi" della parte precedente della parabola cioè il Signore non fa conto del tuo passato, però fa conto del tuo presente, ti ha perdonato i peccati di ieri, ma se adesso sei venuto a corte non puoi essere volgare, non puoi avere un abito che non si addica a questo luogo, non puoi non manifestare un piccolo sforzo, un piccolo desiderio di santità che ti renda in qualche maniera adatto a questo ambiente, non puoi non corrispondere con uno sforzo di adeguamento al nuovo ambito nel quale sei entrato, sei stato ammesso senza tuo merito, con un atteggiamento consono. Ecco, questo è il messaggio. Quindi un messaggio a quelli che dicono "va be’, mo’ mi siedo lo stesso, tanto nessuno mi vede" No, se tu stai a corte, tu non devi chiedere l’elemosina alle statue – come raccontava il mio papà – ma devi avere un atteggiamento regale.
L'atteggiamento regale è l'immagine più bella per quello che si chiama impegno morale del credente, e non è uno sforzo, non è stringere i pugni per mantenere certi impegni impossibili, no, è semplicemente un rendere il proprio portamento bello, esprimere nel proprio sguardo una luminosità, una gratitudine: “io stavo a chiedere l'elemosina e invece adesso sto qui”. Pensate, se io adesso andassi fuori (non so se oggi c'è) e prendessi il signore che sta lì, lo portassi qui e gli dicessi: "Ecco, siediti qui, questo è il tuo posto", questa persona, una volta che ha occupato questo posto, quello che io indegnamente occupo, non come persona ma per il ruolo che svolgo per voi nella Chiesa, direbbe dopo la Messa: “Ah, devo scappare, adesso escono le persone, altrimenti mi sfuggono e non posso prendere la tangente”. Ecco, chi sta a chiedere l'elemosina si siede sul trono, e se si siede sul trono deve essere re, e avere un certo portamento, deve corrispondere, deve rispondere col cuore; magari non ci riusciremo pienamente, ma il Signore vuole che tu dia la tua piccola risposta, che per lo meno è: Accetto l'abito che mi viene dato, accetto la grazia che la Chiesa amministra, accetto di confessarmi, accetto di ricevere l'assoluzione, accetto di utilizzare gli aiuti che la Chiesa ha ricevuto da Gesù perché i cristiani possano essere principi e principesse, conti e contesse, baroni e baronesse, cioè persone di sangue blu. Non so di che colore sia il vostro sangue, l'importante è questo nostro sentire, che deve essere un acconsentire ad un nuovo stato di vita. Chiediamo  al Signore questa grazia, non ci adagiamo sugli allori - tanto ci sta tempo, tanto nessuno mi vede, tanto nella folla mi perdo - perché il padrone viene proprio lì a pizzicarti: Beh? e com'é? come mai? com'é che sei così volgare, quando qui siamo in un ambiente regale?
 
 

Ultimo aggiornamento ( Friday 14 October 2005 )
 
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