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Scritto da Divino   
Sunday 06 November 2005
  30 ottobre 2005
XXXI DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO
 

Qual’é il tuo deposito aureo?

LA PACE SIA CON VOI


Ci raccogliamo per l'incontro settimanale con Gesù Parola e Pane, facciamo sintesi della settimana trascorsa, ci prepariamo a quella che comincia con questa Eucaristia e che sarà particolarmente intensa sul piane liturgico per l'appuntamento di Martedì e per il ricordo dei defunti di Mercoledì: Rinfranchiamoci, e prima di entrare nel santuario, che è questa Eucaristia, chiediamo al Signore di purificarci dalla polvere che abbiamo accumulato nel cammino di questa settimana, confessando i nostri peccati.

LETTURE
Malachia 1,14- 2,1-2.8-10
I Tessalonicesi  2,7-9.13
Matteo 23,1-12
  OMELIA
Potreste anche distrarvi, nel caso non siate predicatori, perché la Parola di Dio oggi è rivolta ai predicatori, quindi dovrei fare una predica a me stesso, ed è quello che intendo fare, ma poi se tra voi c'è qualche genitore, insegnante, catechista, animatore, amico, che voglia indicare ad un altro la via del bene, può origliare quello che dirò a me stesso, perché Gesù nel Vangelo di oggi si rivolge agli scribi e ai farisei, che avevano il compito di insegnare, e quindi ad essi, ai maestri è rivolta questa Parola terribile, che pesa sulle spalle, sul cuore e sulla bocca di ogni predicatore all'atto - come mi accade in questo momento - in cui l'apre per insegnare. Dicono e non fanno, predicano bene e razzolano male, indicano la via del bene agli altri ed essi percorrono vie di male.
Ho sempre sentito questa Parola particolarmente pesante per me e per tutti i sacerdoti. Impongono dei pesi enormi sulle spalle degli altri ed essi non vogliono toccarli nemmeno con un dito, a dire: “sono lontani mille miglia da ciò che insegnano, non partecipano neanche minimamente, non sono emotiva­mente e soprattutto esistenzialmente situati nel discorso che fanno. C'è da restare scoraggiati davanti a queste parole di Gesù. Ovviamente il Maestro non è questo che vuole, ma piuttosto invitarci al bene, al meglio, ad accor­ciare quella distanza, che ci sarà sempre, tra ciò che diciamo e ciò che siamo, tra ciò che insegniamo e il nostro operato, tra la predica e la vita, una distanza che ci sarà sempre, uno solo è riuscito a identificarsi pienamente con il messaggio, ed è stato evangelizzatore e Vangelo contemporaneamente, maestro e lezione, libro di testo e insegnante, messaggio e messag­gero, ed è Gesù; gli altri, quelli che vediamo dietro di Lui, a vario titolo, Papa compreso, vescovi, sacerdoti, catechisti, animatori, genitori, e chiunque vogliate porre in questa processione interminabile di trasmettitori del Vangelo, abbiamo tutti sulle spalle questa croce di una distanza tra ciò che diciamo e ciò che siamo, e questa distanza può essere enorme come può essere minima, può allontanare ulteriormente la nostra vita dal discorso o avvicinarci. Ed è qui la nostra bravura, ed è qui il nostro impegno, ed è qui il motivo della nostra conversione. Quanto la mia vita è vicina a ciò che dico? E a voi è detto di chiedervi: “questo prete che ci sta parlando da dove attinge? Qual’è il sacco da cui trae le parole? Dove ha letto quello che dice? Dove ha studiato? Chi è stato il suo maestro? Ma ancor più: “Quanto la sua vita è dentro le parole che pronuncia?”. Quindi a voi il dubbio, sano, di questo interrogativo. A me, a Don Pasquale, a Marino come diacono, che anche è impegnato a predicare, sia pure in piccolo, e a tutti gli altri, l'impegno di far convergere di più, di dirigere decisamente la nostra vita verso ciò che diciamo, altrimenti il rimprovero di Gesù ci raggiunge e ci condanna: “Dicono e non fanno”.
Oggi è anche un anniversario, è il dodicesimo anniversario dell'Ordinazione presbiterale di Salvatore Branca; l'ho pensato, lo sto pensando da ieri, lo accompagno, faccio memoria con voi di quel giorno, guardo questi 12 anni, mi sembra di dover condurre al tempio questo presbitero dodicenne, come Maria e Giuseppe il loro fanciullo a Gerusalemme, guardo tanti che dopo di lui sono venuti, e mi interrogo, ma al tempo stesso li interrogo, perché è sotto i miei occhi preoccupati - non parlo di Salvatore, non parlo di Don Pasquale, che è fuori discorso, nel senso che sta qui, insieme con noi, parlo degli altri che porto nel cuore, ma parlo anche degli animatori, dei catechisti che – attenti – all'atto in cui rubano il mestiere al padre, pensano automaticamente di poter fare i padri.
Questa parola, questa espressione, "rubare il mestiere", che adesso è fuori moda, fuori corso, perché non esistono più i mestieri, e quindi non c'è più da rubarli, visto che i nostri figli sono tutti universitari, e plurilaureati, e disoccupati, una volta rubare il mestiere era il compito del ragazzo che andava a bottega, si diceva. Vero? Cioè di colui che andava dal calzolaio, dal falegname, e doveva guardare con attenzione cercando di rubare il mestiere al suo maestro, perché poi questi maestri non erano aperti e generosi nel raccontare i segreti del mestiere, se li tenevano per sé, perché il ragazzo che viene a bottega, domani apre un'altra bottega, il ragazzo che è venuto a imparare come si fa il barbiere, domani può aprire un altro salone -si diceva una volta - e quindi questi maestri i segreti se li tenevano per sé, e allora l'occhio attento del ragazzo dev'essere così acuto da rubare quei gesti che il maestro faceva velocemente per non consegnare un segreto al suo apprendista.
Ecco, questa espressione io l'ho utilizzata molte volte per Salvatore e tutti gli altri, dicendo: “Voi dovete andare nelle Parrocchie, voi dovete guardare i preti, voi dovete seguire attentamente un'omelia, per rubare il mestiere”. Certamente io e gli altri miei confratelli non credo che siamo stati di quelli che hanno mantenuto i segreti per sé, perché l'altro non emergesse; la grandezza del maestro sta nel riconoscere una grandezza nel discepolo, e qui vi evito tutte le citazioni di discepoli diventati maestri, ma c'è una cosa che mi salta sotto gli occhi sempre, anche oggi, anche guardando gli animatori di oggi, ACR, Giovanissimi, i catechisti, ed è il pensare che basti dire "abracadabra" e si apre il mistero.
Ho tentato inutilmente, credo, o comunque penso inutilmente - spero che non sia così - di far capire che non basta dire abracadabra e si aprono le porte, perché il mestiere del predicatore non è solo nell'arte dell'elo­quenza, come si sarebbe detto una volta, c'era un'arte dell'eloquenza che, a partire da Cicerone agli altri, aveva le sue regole, come strutturare un discorso, come attirare l'attenzione, come alzare la voce nel mezzo dell'orazione e gridare "Catilina", che sta abusando della pazienza. Ma questi trucchetti alla fin fine si imparano in poche battute, cioè i miei figli hanno avuto modo di imparare, e non solo i preti, come si fa a utilizzare una canzone, come si attira l'attenzione di un popolo disattento, cene si può tenere il filo del discorso, ma che cosa non sono riuscito ad insegnare? e che cosa essi mi sembra non abbiano imparate abbastanza? E’ che non basta dire le formule. Perché tante volte (immagino) sono rimasti delusi? Perché hanno detto abracadabra, come io lo dicevo da queste altare, e come lo dico da tanti anni, e le porte non si sono aperte. Vuoi vedere che il nostro maestro non ci ha detto tutta la verità? Vuoi vedere che ci ha nascosto qualcosa? Vuoi vedere che il segreto se l'è tenute per sé e non ce l'ha comunicato? No, vorrei dire, raggiungendo spiritualmente questi figli, ce ne sono tanti anche qui in ascolto, il problema non è di imparare la formula, il problema è il deposito aureo che sta dietro all'assegno che tu stai firmando.
Io adesso sto firmando un assegno per voi – consolatevi, uscirete di chiesa tutti con un assegno a mia firma – e nella predica, e nel complesso di tutta questa celebrazione, che ha un valore sacramentale automatico, perché ci sia io o un altro è un fatto del tutto irrilevante, ma c'è un aspetto - si sarebbe detto in statistica - variabile indipendente, che riguarda invece chi lo firma l'assegno, e se chi firma l'assegno ha sul conto corrente la cifra che mi sta porgendo nell'assegno, perché se questa cifra è scritta ma non corrisponde al deposito sul conto corrente, voi dite: Questo è un assegno vuoto, è un assegno falso, è un assegno che andrà in protesta. Ecco, cari genitori, caso mai mi state ascoltando, animatori, catechisti, preti, diaconi, seminaristi, e chiunque altro, il problema delle nostre prediche - e anche i genitori fanno le prediche: " papà, fai sempre le prediche", lo dicono anche a voi, anche se non siete presbiteri, "mamma, fai sempre le prediche" - il problema delle nostre prediche (è chiaro che parlo, sto parlando a me) dipende se l'assegno che stiamo firmando è coperto o è scoperto, spesso è scoperto, cioè non c'è sul cento corrente la cifra che tu stai segnando sul carnet degli assegni, per cui l'altro se ne può anche andare contentissimo, ma quando andrà ad esibirlo, quando lo metterà in circolazione, se lo vedrà tornare indietro protestato, perché quello è un assegno scoperto. E allora il nostro problema, e Gesù a questo vuole condurci (allora gli assegni non c'erano), cioè i tuoi assegni sono coperti o scoperti? Quello che dici ti sforzi, almeno ti sforzi, di realizzarlo? o no? C'è passione in quello che dici, nel senso autentico del termine, c'è sofferenza? Perché quella parola che tu stai comunicando, tu genitore, tu educatore, tu catechista, tu animatore, tu prete, ha fatto male prima a te? E tu, dicendola, ne risenti tutte le ferite?
Ecco, questo significa che una parola ha un deposito, ha un corrispettivo aureo, è una carta moneta che può entrare in circolazione, e non piuttosto una moneta falsa, una banconota falsa, o una banconota che purtroppo è inflazionata.
E perché è inflazionata? E’ inflazionata perché sono state stampate più banconote di quanto la Banca d'Italia non abbia in deposito d'oro. Questo è il problema. Allora Gesù sta dicendo: “Tu stai parlando adesso, stai parlando a te stesso, perché tu la predica la devi fare prima a te - ed è quello che faccio continuamente, per questo arriviamo sempre stremati a fine celebrazione - e questa predica è un assegno coperto o scoperto?”. E qualche volta puoi anche scoprire di un tantino, mi dice il bancario: Lei, in questo contratto che ha fatto con la Banca, può anche essere scoperto di 1000 - 2000 euro. Ma se tu superi la copertura che la Banca ti da di scoperto, ti arriva una telefonata, e queste sono telefonate durissime, pesantissime, amarissime: Lei ha firmato un assegno e qui non c'è il corrispettivo; Allora ti devi dar da fare per coprire, altrimenti quell'assegno va in protesta; E Gesù mi dice: Arturo, quello che stai dicendo, le prediche che fai, sono coperte o scoperte? Hanno un deposito aureo o sono delle illusioni? E’ carta straccia o è carta moneta che può andare in giro? Può essere commerciabile questo assegno o lo devo mettere in bacheca, incorniciarlo, tanto non mi daranno niente in cambio? Questo, cari fratelli e sorelle, è il problema dell'opera educativa umana e cristiana che nei svolgiamo. Allora torno a questi miei figli; adesso tutti mettono i dischi, i CD, tutti mettono le canzoni, tutti fanno abracadabra, e io ovviamente soffro, non perché non sia contento quando sento parlar bene di un figlio, di un sacerdote, di un animatore, sono contento, perché non ritengo di essere eterno e non ritengo di essere l'unico; un padre è contento di vedere i figli che prendono la loro strada, che sono autonomi, che hanno creato anche cose diverse da quelle che il padre ha ideato, ma non posso nascondere la sofferenza di tanti assegni scoperti, che vengono in protesta poi, perché il banchiere conosce la firma: Questo è tuo figlio - vengono a chiedere a me - questo lo hai educato tu, che gli hai insegnato? E prendono dal mio conto. E voi dite: “Allora hai un conto enorme, se poi se tutti gli assegni in protesta dei tuoi figli arrivano a te”.
Voglio darvi un criterio, ed è il criterio di dire meno di quello che abbiamo, di dire meno di quello che sappiamo, perché lo stolto dice anche quelle che non sa, l'uomo normale dice quello che sa, il saggio dice meno di quello che sa, non per tenere per sé i segreti - questo non lo dico altrimenti il figlio, l'apprendista mi ruba il mestiere - ma questo dire meno di quelle che sappiamo significa che è più importante quello che ho in deposito, e quello che io ho in deposito è ciò che Dio sa all'atto in cui mi vede solo nella mia stanza, mi vede isolato nella canonica dove mancano soltanto i coccodrilli nel fossato per essere ulteriormente irraggiungibile, come un monastero arroccato sulle asperità del monte Athos. E il deposito è la mia preghiera, il deposito è lo sforzo - ripeto - sempre impari, che io, come altri, come tutti, poniamo nell'essere fedeli, noi per primi, alle parole di Gesù. Questo sforzo mi salva, e ci salva, questo desiderio di santità che ci fa male, che ci graffia continuamente è ciò che rende efficace quella parola detta,, che può avere un effetto, che può creare una conversione, che può orientare in una maniera decisa la vita del figlio.-E anche tu hai dei figli, anche tu fai le prediche, e ciò che insegni ai tuoi figli è tutto quello che sai? anche quello che non sai? o meno di quello che sai? Questo è l'interrogativo che io rivolgo a me e a tutti quelli che hanno una qualche responsabilità educativa, altrimenti noi siamo condannati, e i nostri figli staranno peggio di noi, perché noi abbiamo comunicato delle cose vuote. "O quanta species, cerebrum non habet!", diceva la volpe che aveva trovato quella maschera tragica che l'aveva Impaurita, ma poi pian piano si era avvicinata, cercando di familiarizzare con questo mostro, l'aveva capovolta, ed ecco, era vuota. E tanti discorsi sono vuoti, cari genitori, cari insegnanti, cari catechisti, cari educatori, care me, tanti discorsi sono vuoti, sono maschere, sono apparenza. E allora ci dobbiamo anche noi omologare al principio dell'appariscenza? Cosa in voga nella nostra cultura, e mettere su delle costruzioni di cartapesta, e mettere su delle immagini che non hanno nessun risvolto, e mettere su un progetto virtuale di educazione quando - e sempre gli antichi qui ci sono maestri -le parole lasciano il tempo che trovano? Sono gli esempi che attraggono, non le parole. Anche tu genitore, anche tu prete, se non sapessi parlare, non fa niente, l'importante è che tu viva quello che insegni a tue figlio, al tuo animato, a un bambino, a un ragazzo, a un giovanissimo, a un giovane, a un adulto, a un anziano, che sia un assegno non solo con il suo deposito coperto, ma che tu possa avere un'ulteriore forza di discorso, di ulteriore verità, che adesso rimane ancora velata: Te lo dirò domani - come dice Hikmet - "la parola più bella non te l'ho ancora detta". E queste verrei dirvi oggi: La predica più bella non ve l'ho ancora fatta, e spero, e concludo sempre in gloria, che il giorno in cui vedrete sfilare la mia bara attraverso il corridoio centrale, senza cordoni di impedimento, voi possiate dire: Ecco, finalmente ci hai fatto la predica più bella! Dimenticatecele tutte le altre. Spero che quel giorno, guardando anche a quello che non vi ho detto, a quello che scoprirete andando a visitare la stanza della canonica, i bilanci…i bilanci, quelli parleranno, vuoti, bluff, i bilanci economici della nostra Parrocchia, voi possiate dire: Ecco, abbiamo scoperto che la predica più bella l'ha tenuta conservata, non per gelosia, ma perché forse non avremmo potuto capirla. E allora mi aspetto che voi mi raggiungiate nell' eternità dicendo: Non ti diciamo grazie per le prediche che hai fatto il giorno del matrimonio, il giorno del 25-esimo, in quella Domenica XXXI per annum, ti ringraziamo per quella predica che non hai mai fatto, perché te la sei conservata, l'hai nascosta, l'abbiamo scoperta quando non potevamo più dirti grazie. E quello che dico per me, lo dico per me nei confronti dei miei genitori, dei miei educatori, e ciascuno di voi lo pensi: Mio padre se n'é andato senza farmi un discorso, senza farmi troppe raccomandazioni; mia madre è partita all'improvviso, quella persona cara, quel mio maestro è scomparso tutto d'un tratto, senza mettere manifesti, e quando sono andato a scartabellare in una lettera, in un vecchio cassetto, o nel cassetto dei ricordi, della memoria, ho trovato una lettera dolcissima: “perché non me l'ha fatta leggere prima?”.

 
 
 
Ultimo aggiornamento ( Sunday 06 November 2005 )
 
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