Home
La Parrocchia
Omelie Don Arturo
13 Novembre 2005
La Parrocchia
Omelie Don Arturo
13 Novembre 2005 Latest ACG News
| 13 Novembre 2005 |
|
|
|
| Scritto da Divino | |
| Saturday 19 November 2005 | |
|
13 novembre 2005 XXXIII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO Rischiare la fede per stradaLA PACE SIA CON VOI"Una luce che rischiara, una lampada che arde", siamo qui, come abbiamo cantato, perché rischiari la nostra vita la luce della fede, e la lampada che ciascuno di noi è possa risplendere, come ci ha ricordato il Vangelo domenica scorsa, siamo qui per attingere olio per la lampada di questa settimana, per avere forza, grinta, coraggio sufficiente per affrontare le prove, le difficoltà che ci attendono. Senza questa sosta al distributore dell'olio non è possibile affrontare la settimana adeguatamente, rischiamo che le nostre lampade si spengano. Iniziamo con un atto di umiltà che ci accomuna tutti nell'esperienza del peccato e della misericordia di Dio.LETTURE Proverbi 31,10-13;19-20;30-31 I Tessalonicesi 5,1-6 Matteo 25,14-30 OMELIA La collocazione liturgica di questa parabola ce ne da già una chiave di interpretazione chiara, perché siamo alla penultima Domenica dell'anno liturgico, perché domenica scorsa abbiamo meditato sulle vergini stolte e su quelle prudenti, sull'esigenza di avere un po' d'olio da parte perché non si spenga la lampada della fede, e quindi stamattina ascoltiamo con l'orecchio di chi è teso agli ultimi tempi; il tempo si è fatto breve, brevissimo, sta per concludersi un altro anno liturgico della nostra vita, questa tensione ci fa leggere la parabola nella sua originaria intenzione, perché dei talenti noi abbiamo sentito parlare fin da quando eravamo bambini - segno che il Vangelo è entrato nella cultura - tanto che la parola "talento" nella nostra lingua italiana significa dote. "Devi trafficare i tuoi talenti; ricordati che sarai giudicato sui talenti che hai ricevuto; è una persona che ha talento", espressioni che raccontano di come il Vangelo sia entrato nel linguaggio, ma quello che sto per dirvi è un po' in dissonanza con quanto noi normalmente, e direi anche volgarmente, leggiamo in questa parabola, perché se è vera l'interpretazione che ne davano i nostri genitori, le nostre insegnanti alle Elementari, alle Medie, i nostri educatori in genere, allora vale quella obiezione che da alcune parti è stata mossa alla fede cristiana, in particolare legata a questa parabola, che il Vangelo è in qualche maniera dalla parte del capitale. Serva, in una maniera emblematica, da questo punto di vista, la conclusione della parabola, che ci disarma, che ci sconvolge, e spero ci innervosisca: "Alla fine a chi non ha, sarà tolto anche quello che ha, e a chi ha sarà dato di più". Forse non è questa la visione del mondo da un punto di vista economico? E alcuni in passato, in positivo e in negativo, come sostegno della propria intraprendenza economica, o come obiezione a chi si lancia in avventure e organizza la sua vita partendo dal capitale e ampliandolo, molti han letto qui una sorta, ovviamente in maniera distorta, di fondazione - permettetemi il termine - dell'etica capitalistica. Per la verità questa versione viene più dal mondo protestante. Avrete letto che alcune Confessioni Cristiane del mondo della Riforma, soprattutto Statunitensi, hanno ritenuto, nel passato come oggi, che a chi andavano bene gli affari era segno di una benedizione particolare di Dio. Credo che abbiate incontrato, almeno a livello scolastico, questa lettura del Cristianesimo; se a te vanno bene le cose negli affari, Dio ti sta benedicendo; se sei un povero tapino, che non ha di che vivere, tu sei un maledetto da Dio. Attenti, se questa è la conclusione, perché puoi entrare in una volgarizzazione della parabola, del messaggio della parabola dei talenti, che solo apparentemente sembra dire: Tu hai ricevuto dei doni, questi doni li devi mettere a frutto, altrimenti sarai condannato. Altre volte vi ho detto che questa parabola non va letta in questa maniera, perché spesso il Signore ci chiede di mettere all'ammasso certi nostri talenti per realizzare un suo piano. Le nostre vocazioni spesso hanno tarpato le ali ai nostri talenti. Mi chiedo se noi preti che siamo qui, e le suore in assemblea, non potevamo essere dei bravi padri, dei bravi mariti, delle brave madri, delle brave mogli; non è un talento la propria identità sessuale? non è un talento, non è un dono di Dio la sessualità? Eppure ad alcuni è chiesto da Dio di metterla all'ammasso. E lo stesso valga per altre doti, e questo coinvolge anche voi; magari il matrimonio ha frenato la vostra ascesa professionale, la maternità, la paternità, la responsabilità dei figli. A volte pensiamo che ho ricevuto dieci e devo dare venti; sono intelligente, devo diventare un manager; ho avuto questi doni, devo trafficarli. Attenti, perché questa è una lettura volgare - volgare intendo dire bassa, di primo senso - ed è quello che in qualche maniera la tradizione ci ha riportato. E allora se la parabola non va letta in questa maniera, altrimenti diamo ragione a quelli che ci contestano - qui sembrano essere benedetti quelli che riescono nella vita, i vincenti - forse che anche Gesù è dalla parte dei vincenti e non dalla parte dei vinti? Spero che anche voi vi riteniate nel ciclo e nella massa dei vinti: siamo stati vinti, siamo perdenti, è questo che ci dice la parabola? Vi dicevo che 1'ambientazione liturgica ci da il senso, perché se sono gli ultimi tempi, come ci ha ricordato il versetto dell'Alleluia: "State attenti perché non sapete quando il Signore verrà", significa che anche questa parabola va letta nei termini dell'attesa e della tensione che già abbiamo ricevuto come messaggio domenica scorsa. Ma che cosa ci viene detto in questa parabola? Domenica ci veniva detto "procuratevi l'olio", adesso ci viene detto "tra i doni che hai ricevuto ce n'é uno che ha un valore immenso, benché sul mercato non abbia grosse quotazioni, benché Wall Street non lo ritenga al N.l o tra i titoli ambiti", e questo dono si chiama fede. Questo è il talento. Tra l'altro gli esegeti, che sono quelli che scavano dovunque per cercare il senso, hanno scoperto che il valore di un talento era enorme, equivaleva a diecimila giornate lavorative. Adesso fate il conto di quanto costi una giornata lavorativa oggi, moltiplicate per diecimila, e avete il valore monetario attuale del talento. Quindi se Gesù utilizza questo termine e non un altro, vorrà dire qualcosa, vorrà dire che tu hai nelle mani una ricchezza immensa, quella che equivale a diecimila giornate lavorative. Questo valore immenso si chiama fede. Adesso potremmo stare per ore ed ore, o per giorni, o per mesi, o per anni, senza riuscire a capire - è una questione oziosa - se io ho molta o poca fede, cioè se io appartengo a quelli che hanno ricevuto cinque talenti, a quelli che hanno ricevuto due talenti, o a quello che ha ricevuto un solo talento. Non è importante - ci viene detto anche dalla parabola - quanta fede tu abbia ricevuto, non è essenziale per la tua salvezza essere un uomo, una donna di grande fede, o un uomo, una donna di fede media, o addirittura di bassa fede, l'importante è che anche un solo talento è una ricchezza immensa. Qual è il problema? Il problema è che questo talento noi vorremmo sotterrarlo, cioè vorremmo tenerlo lontano dalla vita, lontano dal mercato, lontano dalla cultura, lontano dalla vita affettiva, lontano dal tempo libero, lontano da quei luoghi e da quei tempi dove la nostra vita concretamente si svolge, e quelli che vi ho enumerato - aggiungiamoci la vita politica - rientrano tra i luoghi più importanti della vita umana. Attenti, perché la parabola dice che chi da cinque ha portato dieci talenti, e chi da due ne ha portato quattro, riceve la stessa ricompensa, e avrebbe ricevuto la stessa, alta ricompensa il rappresentante di una lunga schiera, che ha ricevuto un talento, se avesse portato al padrone, all'atto del rendiconto, due talenti. II problema non è se questa persona è meno dotata sul piano della fede, ma il problema è che questa persona ha pensato, come tanti ritengono, che la fede bisogna chiuderla in cassaforte, che la fede bisogna tenerla per sé, che la fede non c'entra con la vita, che la fede è meglio metterla sotto una mattonella o nel materasso, come facevano con i soldi le nostre nonne, perché sta al sicuro. Quando è il momento, alzo la mattonella, sfilo il materasso (come si diceva) e tiro fuori il capitale. Ma può una fede rimanere nascosta? Può una fede trovare vitalità essendo posta fuori dalla circolazione della vita? Il riferimento è al mercato, perché il mercato ha sempre creato tensione: vediamo un po' le quotazioni, vediamo quanto costa, vediamo se gli interessi sono saliti, vediamo il cambio... II mercato da sempre ha attirato l'attenzione delle persone. E allora la fede, come talento, viene riferita al messaggio e al linguaggio mercantile. E qual è il linguaggio mercantile? E' che tu devi guadagnare mettendo a frutto il tuo capitale. Se tu hai ricevuto un capitale tot, lo devi in qualche maniera ampliare. E come lo ampli? Investendolo. Ecco, bisogna investire la fede. Ma la fede che noi investiamo - attenti, faccio un gioco di parole - rischia di rimanere investita, nel senso che rischia di rimanere stecchita in un incidente. Se invece la tengo per me, come un figlio che non faccio uscire di casa, come un amore che io non rivelo, se la tengo per me penso che sia al sicuro: mio figlio non esce e quindi non incontrerà gli spacciatori di sostanze tossiche, non incontrerà cattivi amici, me lo tengo per me. Allora questa fede tenuta per me è una fede che apparentemente mi fa stare tranquillo rispetto agli incidenti. Adesso il termine "investire, essere investito" è nel senso automobilistico, e cioè io passo, attraverso una strada sulle strisce pedonali, qualcuno non mi vede e mi falcia. Ecco, una fede che è rimasta investita all'atto in cui, che ce l'aveva, stava pensando di investirla. Che cosa è meglio? Una fede sotto la mattonella? Una fede nel materasso? Una fede in cassaforte? Una fede che tengo per me o una fede che io rischio? E la risposta è che è meglio rischiare la fede. E noi la fede, cari fratelli e sorelle, la rischiamo tutti i giorni, tutti i giorni! Chi tra voi abbia una coscienza di fede un tantino più attenta si rende conto che ogni giorno che noi iniziarne, alzandoci dal letto, aprendo gli occhi, è un combattimento per la fede. "Vita hominis militia est super terram", diceva il buon Giobbe, cioè la vita umana è un combattimento sulla terra, ed è un combattimento in tutti i sensi, anche sul piano della fede, perché la mattina mi alzo e non sempre ho voglia di pregare, mi alzo e non voglio affrontare la giornata; giorni in cui la fede sorge col sole e giorni in cui il cielo è coperto, o piove, o c'è nebbia, non vedo più nulla. Ma intanto con questa fede debbo uscire per strada, con questa fede debbo andare sul posto di lavoro, con questa fede debbo assolvere ai miei compiti, con questa fede debbo andare a fare la spesa, andare al mercato, andare a scuola, direi anche quando c'è in giro per la penisola il Presidente del Consiglio, e anziché non andare a scuola per protesta - per protesta nei confronti di chi? - sarebbe il caso di andarci. Chiudo parentesi e continuo. Vado a scuola con la mia fede nello zaino. Questo è rischioso, e lo sapete bene. Perché è rischioso? Perché posso rischiare nel dialogo con il mio compagno di banco, nell'incontrare un ragazzo, una ragazza, nel leggere un manifesto, nell’andare al cinema, nel leggere un libro, nel recarmi al mercato…, uno mi fa una domanda a cui io non posso rispondere, posso incontrare uno che sul piano dialettico ne sa più di me e mi mette K.0. interrogandomi su un argomento di fede, e io non so rispondere. Come vedete, uscire con la fede è sempre rischioso, però chi non esce con la fede rischia di perdere la fede. Voi starete pensando: “E’ meglio perderla per strada o è meglio perderla a casa?". E’ meglio perderla per strada, cioè una fede perduta per strada, voglio dire nel confronto, nell'impatto, nell'impasto, nel tentativo di impastare un contenuto di fede in una cultura, nel linguaggio, nel dialogo con gli altri, è di gran lunga preferibile ad una fede che comunque perderò sotto la mattonella, nel materasso, in cassaforte, perché il terzo servo viene rimproverato aspramente. Innanzi tutto si presenta al suo padrone, che è Dio stesso, rimproverandolo, perché dice: "Io so che tu sei esigente, e quindi per evitare di perdere il talento l'ho sotterrato". E il padrone gli risponde: "Hai fatto malissimo". Ho pensato ad una quarta situazione, a illuminare il pensiero di Gesù (è una presunzione, ovviamente), ma certamente illuminare questo aspetto, questo messaggio, che ritengo centrale, della parabola, ed è la condizione in cui questo terzo servo, con un solo talento, torna in scena: Signore, mi hai dato un talento, l'ho trafficato, l'ho perso. Cosa avrebbe avuto come risposta una situazione del genere? (secondo me). "Bravo, servo buono e fedele, hai perso, però hai tentato. Hai perso, l'hai persa la fede, hai visto diminuire questo capitale, però l'hai messo in giro. Ti è andata male, però ti lodo, entra nella gioia del tuo Signore, prendi parte ai suoi beni, ti darò autorità su molto". Vedete, con questa quarta possibilità, che Gesù non racconta, ma credo sia nell'anima e nel cuore di questa parabola, si esplicita l'imperativo a mettere la fede a contatto con la vita, a contatto con i problemi, a contatto con le culture. La fede deve entrare, deve informare, deve essere contrattata. E noi la fede la contrattiamo. Io adesso, mentre sto parlando con voi, sto contrattando la mia fede, e ogni domenica, ogni qualvolta apro bocca, la contratto. Potrei dire: II Signore mi ha dato questa fede, me la voglio tenere per me. Voi dite: "Noi non ti diciamo niente". Bastano i vostri sguardi, basta chi si alza, chi è distratto, per mettermi in difficoltà, per mettere in crisi la mia fede, per cui per me sarebbe il caso di starmene in sagrestia, di starmene riparato, di non entrare in contatto con nessuno per salvare la mia fede, perché anche un'omelia è come una contrattazione, siamo come al mercato, e le signore tirano sul prezzo…E voi dite: “è vero!, non è vero!, è così, hai ragione, hai torto… Ecco, questa è la contrattazione. Per questo, dopo un dialogo del genere, perché è un dialogo, anche se a voi sembra un monologo, si rimane esausti come dopo certe contrattazioni al mercato. Chissà se è andata bene, chissà se ho fatto un affare o se l'altro mi ha imbrogliato, chissà... E forse anche voi uscite di chiesa con questo peso, con questo tormento: “vuoi vedere che il Prete ci ha imbrogliati? vuoi vedere?...”. Ecco, questa è la fede, e a questo tipo di fede siamo chiamati ad aderire, con questo tipo di fede siamo chiamati ad agire, altrimenti le nostre mattonelle, i nostri materassi, le nostre casseforti, le nostre buche, dove nascondere la fede, un giorno si faranno trovare vuote. Avevo messo qui la fede ma non c'è più, l'ho persa. Ma è meglio perderla al mercato, è meglio perderla all'Università, è meglio perderla nella vita, nelle contrattazioni, perché questo Gesù ci chiede. Tu hai un patrimonio immenso, ma lo tieni per te, e non è importante essere timido o estroverso, perché io vado a scuola con la mia fede, e questa fede in qualche maniera, da qualche parte, in una frase del tema (non so se si chiama ancora così) deve uscire, deve uscire, e quando esce ovviamente mi pone allo scoperto. Ed ecco che gli altri mi danno all'untore, ed io faccio cattiva figura, arrossisco. Questo è contrattare la fede! Magari uno, rispetto a quella tua conversazione, rispetto a quella frase buttata lì, rispetto a quella testimonianza di integrità morale, resterà affascinato e si avvicinerà alla fede. Hai conquistato un fratello. Quello che era il tuo talento, quella che era la tua fede, è diventata la fede dell'altro. E poi un altro, e un altro ancora... Siamo qui riuniti come comunità perché sono duemila anni che nei mercati della storia, della cultura, negli areopaghi si discute le fede. La fede entra nelle filosofie, entra nei prezzi della frutta, entra nelle leggi, entra, e là dove non entra, perché custodita in un ostensorio, magari preziosissimo, in un reliquiario tempestato di gemme, muore. Questo è il messaggio, scomodo, secondo me. E "secondo me" non significa che è il mio parere, credo che questo sia il vero messaggio. E allora - e concludo - capiamo anche come sia bella quella lode, nella I Lettura, alla donna saggia, che non è una lode alle donne casalinghe; già è difficile averla trovata in un'epoca dove certamente la donna non era valutata, ma questa donna che si dà da fare, che compra, che tesse, che ha sempre le mani occupate, è immagine della Chiesa. "Una donna perfetta chi potrà trovarla?". E c'è, c'è! E questa donna si chiama "la Chiesa", una donna che ha sempre le mani in pasto, che ha sempre le mani nella storia, una donna che argomenta con i teologi, con i filosofi, ma anche sul prezzo del pane può contrattare, dandosi da fare. Ecco, questa donna perfetta è la Chiesa, che in tutte le sue membra, in tutti i suoi componenti, continuamente argomenta, contratta, rischia la fede. Ecco, io vi auguro questo, lo auguro a me, lo auguro a voi: che ogni mattina noi usciamo provvisti della nostra fede con il pericolo di perderla. Meglio perdere la fede al mercato che averla, custodita nel reliquiario tempestato di pietre preziose, perché se tu la perdi al mercato, Gesù ti loderà, se tu la conservi, senza metterla a contatto con la vita, nel reliquiario, tu sarai condannato, "là dove sarà pianto e stridore di denti", la condanna è terribile per quest'uomo che ha semplicemente conservato, perché il cristiano non è un conservatore. |
|
| Ultimo aggiornamento ( Saturday 19 November 2005 ) |
| < Prec. | Pros. > |
|---|













