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Scritto da Divino   
Sunday 27 November 2005
 20 novembre 2005
GESÙ CRISTO RE DELL'UNIVERSO
 

Gesù alfa e omega della storia


NEL NOME DEL PADRE E DEL FIGLIO E DELLO SPIRITO SANTO

Con la solennità di Cristo Re dell'Universo sigilliamo un altro anno liturgico della nostra vita, è il bacio che poniamo sulle grazie - tante - ricevute nel corso di questo anno, a partire dall'Avvento fino a questa celebrazione, una catena interminabile di perle, una collana meravigliosa di grazie, di fulgori e di sangue, anche di dolori, di difficoltà, di tentazioni, di lotte, la bellezza risplende anche nelle ferite di questo anno che vogliamo con serenità consegnare al Signore che ce l'ha donato, perché tutto viene da Lui e tutto a Lui torni, Egli alfa e omega della storia. E per tutti i nostri ritardi, i nostri capricci, le nostre lentezze, le grazie sciupate, le grazie non comprese, i momenti di difficoltà, di dolore, di tentazione, in cui siamo restati impigliati, chiediamo umilmente perdono.

LETTURE
Ezechiele 34,11-12.15-17
I Corinzi   15,20-26.28

Matteo 25,31-46

OMELIA
Questa Eucaristia è una celebrazione sulla cima del monte, somiglia tanto a quei momenti, brevi, nei quali ci si riposa dopo una scalata, quando si è in alto e si gode di un panorama a 360°, e si è ripagati di tutti gli sforzi compiuti, messi in atto un passo dopo l'altro nel salire, si guardano i sentieri dall'alto, la valle che si è lasciata al mattino presto, si ripercorrono, grati con la mente, tutti i passi, quei passi che ci sono apparsi, mentre li abbiamo posti, dolorosi, difficoltosi - quante volte, salendo in montagna si è scoraggiati e si ha voglia di fermarsi e di tornare indietro - e dall'alto della cima sono benedetti. E quindi guardiamo ai passi, agli sforzi, ai tornanti, ai sentieri percorsi nel corso di questo anno liturgico e, godendo a 360° della grazia di questo anno, diciamo: Grazie, Signore!
Questa è innanzi tutto una celebrazione di ringraziamento, lo è sempre l'Eucaristia, perché Eucaristia significa ringraziamento, rendi­mento di grazie, azione di grazie, ma lo è in particolare quando concludiamo un ciclo, e qui si chiude un ciclo della nostra vita da credenti, e quindi del nostro cammino da pellegrini; è una tappa del nostro pellegrinaggio terreno, un giorno lo guarderemo dall'alto, ma da un alto qualitativamente più luminoso di quello che stiamo vivendo, e benediremo veramente il Signore per quanto ha operato in noi nel corso dell'anno liturgico 2004-05, domenica prossima saremo già sulla pista di partenza, sulla linea del via di un nuovo corso, un nuovo itinerario, un nuovo anno. Oggi, come in tutta la settimana che segue, azione di ripensamento, di ruminazione, richiamiamo alla mente e facciamo risalire alle labbra l'acqua che abbiamo bevuto nel corso delle celebrazioni, delle catechesi, ma un anno liturgico racchiude anche un anno della nostra vita, e quindi gli incontri, gli affetti, il lavoro, le difficoltà, le lacrime, le morti, tutto deve essere riassunto. E la parola riassuntiva, come già vi annunciavo all'inizio della celebrazione, è GESÙ CRISTO RE DELL'UNIVERSO, alfa e omega di tutto quanto esiste, princi­pio e fine, DNA di tutto quello che è sotto l'egida della vita. Gesù Re significa che tutto gli appartiene, tutto viene da Lui e tutto a Lui ritorna, tutto è stato creato per mezzo di Lui e in vista di Lui, dice Paolo in un inno. E noi vogliamo guardare a questo cuore dell'universo, e quindi non solo della Terra ma di tutte le costellazioni e di tutti gli universi-isola, vogliamo guardare a questo centro da cui si irraggia la vita, e questo centro è Gesù Cristo, il Padre gli ha messo tutto nelle mani, i destini della storia sono nel suo scettro, nelle sue decisioni, Egli volge al bene ogni cosa, i destini dei popoli gli appartengono, e quindi anche la nostra piccola storia, il nostro piccolo segmento di vita nella linea retta dell'esistenza umana: Grazie! E poi ci inchiniamo dinanzi a questo Re, perché davanti a un re ci si inchina, ci si inginocchia, si hanno atteggiamenti di riverenza, così come sei chiamato ad averne davanti a Gesù, benché il suo trono sia la croce, la sua corona non un diadema tempestato di diamanti ma una corona di spine, e il suo scettro è la canna che i soldati, per deriderlo, gli hanno posto nelle mani, quelle mani che governano l'universo, che sono legate dal 1''egoismo, dai miei peccati. Un Re dunque dinanzi a cui mi inchino, che umanamente non mi attira, il cui potere non emerge. "Non potrei io chiamare dodici legioni di angeli?", dice Gesù nel corso della sua Passione; ma questa regalità potente nei termini umani Egli non la manifesta, piuttosto manifesta una debolezza.
Voglio regnare con questo Re, voglio inchinarmi a Lui, voglio partecipare della sua regalità, per cui forse i momenti più importanti di questo anno non sono i momenti vincenti ma quelli perdenti, non sono i momenti di grande luce ma quelle esperienze vissute nella penombra, che solo Dio conosce.
Se il Re è un Re coronato di spine, i pensieri che hanno forzato, hanno chiuso come in una morsa di ferro la mia mente, sono quelli che Egli gradisce di più, perché han costituito la mia corona di spine, e forse le mie mani forate, e quindi l'agire piagato della mia vita è partecipazione alla sua regalità di morte e di risurrezione, dove per concludere l'itinerario delle piaghe non gli affetti vincenti costituiscono motivo di offerta in questo momento ma anche quelli perdenti; la piaga del costato fa sgorgare sangue ed acqua, quel poco che rimane di un cuore totalmente svuotato, non un affetto a presa rapida, come il cemento, ma un affetto liquido che si dà fino all'esaurimento, e se in questo anno qualche volta, non dico ho eguagliato - e quello che dico di me ognuno di voi lo applichi a sé stesso-­ ma mi sono avvicinato a questo cuore, che si è dato totalmente così da non avere più nulla, neanche il siero che si deposita nel miocardio del condannato a morte per dissanguamento, allora io partecipo della regalità di Gesù, desidero essere alla sua corte, come vi ho detto ogni anno, e spero che questo giro di vite, che è la conclusione dell'anno liturgico, sia un sentirmi più giullare, più servitore, più accanto a Lui, seduto alla sua destra. Il Vangelo di oggi ci invita ancora di più ad avere attenzio­ne a ciò per cui i grandi non hanno attenzione, e cioè per i poveri, i quali, come dice la concezione romantica della storia, che il Manzoni esprime nel prologo ai Promessi Sposi, sono coloro che fanno la storia.
La storia non è fatta dalle teste coronate, dai grandi cervelli, da chi pensa di trovarsi nella stanza dei bottoni, ma dalla massa della plebe, dai lazzari - si direbbe per la storia di Napoli - ebbene, in questi lazzari, in questi poveri, in queste persone che chiedono una goccia d'acqua, si nasconde una dignità regale. Se Cristo Re non è il Cristo che trionfa sul trono, che sigilla documenti, ma che scrive col proprio sangue la legge dell'amore per l'umanità, allora la regalità non è delle persone che splendono ma si nasconde nelle persone più semplici, più povere. E di qui, nella parabola del giudizio finale, che Gesù nel Vangelo di Matteo ci affida, sottolineiamo
per gli uni e per gli altri, cioè per i salvati e per i dannati, il comune denominatore della meraviglia, perché si meravigliano non solo coloro che sono condannati ma si meravigliano anche i Santi: Quando mai, Signore? Non ci abbiamo fatto caso. Quand'é che ti abbiamo dato da mangiare? O quand'é che ti abbiamo negato il pane? Quand'é che ti abbiamo dato da bere? O quand'é che non ti abbiamo usato nemmeno la carità di un bicchiere di acqua fresca? Una meraviglia che nasce dal fatto che questa regalità è nascosta, e che tanti gesti che ci salveranno sono stati dimenticati. "Fa' il bene e dimenti­calo, fa' il male e ricordalo", ci dicevano con un proverbio i nostri nonni, e cioè il bene lo si fa e lo si dimentica. Questo tante volte accade anche nella nostra vita, che qualcuno venga a ricordarci una parola, un dono, un'attenzione, un'accoglienza di cui non ricordiamo più d'essere stati protagonisti; ci meravigliamo anche noi che nel sacco vuoto dei nostri meriti Gesù giudice, assolvendo contemporaneamente al compito di avvocato difensore, riuscirà a trovare residui di amore: Tu mi hai dato da mangiare, tu mi hai dato da bere, tu mi hai soccorso.
E' bella questa identificazione del giudice e dell'avvocato difensore, del P.M. che svolge al tempo stesso il compito della difesa, ti accusa e ti difende. Non avviene davanti a Dio, non avverrà quello che vediamo celebrato nei Fori della Giustizia umana, ma Gesù giudice sarà anche il Gesù misericordioso che riuscirà a trovare perle anche tra le pietre che io presenterò a Lui. E poi questa percezione del giudizio, che attraversa la pagina del Vangelo, che dobbiamo di tanto in tanto richiamare per renderci conto che il tempo che ci è dato è un tempo di cui dovremo render conto, come la parabola di domenica scorsa e di due domeniche fa ci ha ricordato. Giudizio significa esame, e ognuno di noi ha nel suo background tanti esami sostenuti, più o meno bene. A partire dall'esame di II Elementare, che credo si facesse ai nostri tempi, a quello di V, di III Media, e poi gli esami di maturità, gli innumerevoli esami fatti all'Università, quelle dinamiche di apprensione, che a volte ci hanno condotto all'ulcera, alla colite nervosa, devono essere richiamati nel senso di una santa apprensione. Si va davanti all'esaminatore e ci si chiede: saprò rispondere? mi ricorderò? mi farà una domanda nella quale io possa trovare un riscontro rispetto a ciò che ho studiato? La nostra vita è attraversata da tanti esami. Ho ricordato gli esami scolastici, ma ce ne sono tanti altri più importanti, che riguardano la nostra crescita, la possibilità di mantenere il dialogo, la possibilità di sostenere un faccia a faccia nelle relazioni, una possibilità di essere esaminati sul voler bene, sono esami continui. I nostri figli ci esaminano continuamente, e noi esaminiamo loro; la vita è piena di queste domande alle quali ci presentiamo con timore e trepidazione: saprò rispondere? Ecco, tu sarai giudicato come è giusto che sia giudicato un alunno. Oggi c'è una tendenza a risparmiare gli esami ai figli, i figli che non fanno più esami, i genitori che con i telefonini riescono a trasmettere al figlio la versione difficile...
Invece gli esami sono un grande allenamento alla vita, perché con questa piccole esperienze noi ci presenteremo davanti a Dio, con la confusione che abbiamo in mente ogni qualvolta ci presentiamo a un esaminatore, e credo che ricordiate anche voi - per alcuni sono ricordi di ieri - l'attenzio­ne, dopo aver risposto, per carpire negli occhi dell'esaminatore una qualche reazione: ho detto bene? ho risposto in una maniera giusta? è contento? Ecco, questa stessa attenzione oggi rivolgiamo a Gesù, ai suoi occhi di esaminatore e di difensore, di Giudice, di P.M. e di avvocato difensore, per capire se qualcosa di noi - non dico se c'è qualcosa che va male, perché vanno male tante cose - ma se qualcosa di noi va bene, perché sarà un aspetto della nostra vita a salvarci. Chiediamo di avere occhi per incontrare questo sguardo dell'esaminatore nelle persone che continuamente ci chiedono aiuto e che domani verranno a difenderci davanti a Dio, che diranno: non lo condan­nare, mi ha detto una parola buona; non lo mandare all'inferno, mi ha dato una parola di speranza, mi ha telefonato in un momento di difficoltà, mi ha sostenuto in una prova, mi ha fatto una carezza.
E infine questa Parola l'applichiamo a Don Pasquale nell'ottavo anniversario della sua Ordinazione. Questa Eucaristia della solennità di Cristo Re è memoria di quanto, otto anni fa, abbiamo vissuto con lui, e di quanto egli ha vissuto con noi in questi anni. Ci sono tanti modi per operare la carità nei confronti dei poveri, ma ce n'é uno che supera tutti gli altri, e non faccio Cicero pro domo sua, ed è la carità della carità, o la carità della verità, o la carità della Parola di Dio, o la carità di un'assoluzione, o la carità di un'ostia che ti viene presentata con le parole "E’ il Corpo di Cristo". Chiedo al Signore che Don Pasquale sia consolato in questo
giorno, sentendo, avvertendo solo in parte, perché finiremmo con l'essere ubriachi di gioia se ne avessimo percezione limpida, di accorgersi come in questi otto anni ha dato da mangiare a tante persone il Corpo di Cristo, ha risollevato anime riarse dal dubbio, dal rimorso, con l'acqua limpida dell'assoluzione nel Sacramento della Riconciliazione; per quante persone egli abbia visitato, aiutato, prigionieri a cui egli abbia fatto visita, prigionieri del male, del vizio - lo siamo in qualche maniera un po' tutti -che hanno ricevuto in lui la visita di Gesù; che egli possa gioire di aver dato Gesù a Gesù, perché poi alla fine, anche se vi sembrerà un po' contraddittorio, se state tentando di seguirmi, alla fine se nel povero, nella persona bisognosa, in senso materiale e spirituale, c'è Gesù, tu cosa gli dai? Gli dai Gesù. E allora la carità più grande è dare Gesù a Gesù, e domani il Signore ci dirà: Tu mi hai visitato, tu mi hai risollevato, mi hai dato da mangiare, da bere, hai perso del tempo con me che ero povero, perché tutti gli adolescenti sono poveri, tutti i giovani sono poveri, tu mi sei venuto incontro, tu mi hai ospitato, tu mi hai vestito dei paludamen­ti meravigliosi della grazia quando io ero nella nudità del peccato. Mentre gli facciamo gli auguri in questa Eucaristia, gli chiediamo di diventa­re ancora di più, lo chiediamo al Signore per lui, di diventare ancora di più il giullare di Dio in mezzo a noi. Ringraziamo il Signore perché questi otto anni del suo ministero sono stati spesi qui, nella sua Parrocchia, è il dono nel dono a favore di quelli che prima erano fratelli, amici, e che poi sono diventati figli. Allora in questa festa della regalità di Gesù, nella quale dobbiamo tutti incontrarci, trova collocazione anche questa regalità sacerdotale. Grazie per quella sera dell'Ordinazione in cattedrale, grazie per la Prima Messa celebrata qui. Due segni ricordano quel giorno, il paliotto, che fu realizzato otto anni fa, che è davanti all'altare, con ricami settecenteschi, e anche questi abiti liturgici che indossiamo, che furono confezionati per l'Ordinazione di quel giorno, e quindi anche questi abiti ricordano, e sono profumati non solo dell'incenso alla rosa di questa celebrazione, ma anche del profumo di quel giorno, il profumo del crisma.
Coraggio a tutti, continuiamo a camminare, il Signore ci apre nuovi orizzonti, prepariamoci a ricominciare da capo domenica prossima, ma Cristo sia il principio e la fine, da Lui veniamo, a Lui torniamo, e anche nei nostri rapporti, nelle nostre relazioni cerchiamo di andare all'essenziale, e l'essenziale è questo: Gesù che è in me dialoga col Gesù che è in te. Facciamo in modo che Gesù si incontri in noi e noi in Lui, e anche se non siamo presbiteri, anche noi possiamo dare Gesù a Gesù.

Ultimo aggiornamento ( Sunday 27 November 2005 )
 
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