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La Parrocchia
Omelie Don Arturo Aiello
27 Novembre 2005
La Parrocchia
Omelie Don Arturo Aiello
27 Novembre 2005 Latest ACG News
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| Scritto da Divino | |
| Saturday 03 December 2005 | |
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ANNO B - I PARTE 27 novembre 2005 I DOMENICA DI AVVENTO Prendi la tua arpa...Prima di fare questo segno di croce facciamo mente locale, cioè concentriamoci sul fatto che questo segno inizia il nostro ingresso nel nuovo anno liturgico, poniamo in questo gesto tutta la nostra vita, la nostra volontà, la nostra libertà, i nostri progetti, la nostra memoria e iniziamo:NEL NOME DEL PADRE E DEL FIGLIO E DELLO SPIRITO SANTO LA PACE SIA CON VOI "Apri il cuore, non temere", tutto ciò che è nuovo ci impaurisce, e davanti a tutto ciò che è nuovo siamo tentati di essere scettici, come se non ci fosse alcuna novità, tutto è già conosciuto, tutto già visto, come dice un'espressione francese, per dire: niente può accadere di nuovo. E invece il Signore ci convoca a questo primo passo dell'anno liturgico perché apriamo il cuore al novum, al nuovo, alla novità, perché speriamo per noi e per gli altri, per la Chiesa e per il mondo in un dono inaspettato, in questo Natale, ma già ora in questa celebrazione. Apriamo il cuore alla speranza, e perché questo possa accadere chiediamone la purificazione da ogni peccato, da ogni debolezza, da ogni male. LETTURE Isaia 63,16-17.19;64,1-7 I Corinzi 1,3-9 Marco 13,33-37 OMELIA State tranquilli perché questi tre minuti nell'ascolto dell'ouverture del Nabucco saranno scontati, scorporati dal tempo dell'omelia. Potremmo anche fermarci qui, cioè lasciare a queste note, che appartengono alla migliore tradizione della musica italiana dell'800, al melodramma, il commento, l'omelia a questa I Domenica di Avvento, prima domenica del nuovo anno, ma so che questo può valere - e non vi offendete - per venti, trenta al massimo di voi; penso in particolare ai giovani che probabilmente neanche hanno riconosciuto in questo brano l'ouverture del Nabucco di Verdi, e quindi abbiamo bisogno di dire qualche parola per motivare, motivarci e rimotivarci a camminare in questo nuovo anno. Perché questo tema musicale? Innanzi tutto perché mi ha accompagnato durante tutta la settimana, e a volte non sei tu che vai a cercare i libri e i brani musicali ma sono i libri e i brani musicali che ti cercano; ho ascoltato per tutta la settimana questa ouverture del Nabucco e solo ieri mi sono accorto che poteva costituire un tema, il tema per cominciare bene, perché capite che la difficoltà da parte mia e da parte vostra è di motivarci, di dire "forse quest'anno andrà meglio", di muovere i primi passi, di aprirci alla speranza; da parte mia a caricare voi di attese rispetto a questo nuovo cammino liturgico e per voi la fatica a dire: forse qualcosa cambierà. Poi la giornata uggiosa di oggi fa il resto, per un atteggiamento interiore di stanchezza, di delusione, di persone fredde che non si lasciano commuovere. Io spero che almeno qualcuno di voi a queste note si sia commosso, abbia sentito vibrare dentro di sé qualcosa, perché questo è il canto degli esuli, questo è il canto degli schiavi. La scena, per chi abbia visto il Nabucco, è questo coro immenso di schiavi incatenati, sporchi, laceri, sono quelli che erano partiti da Gerusalemme,la città santa, tanti anni fa, e adesso neanche più sperano di tornare. E questa considerazione, che vi sembrerà un po' disperata, credo sia pervasiva della nostra cultura, di quello che respiriamo, cioè noi ci stiamo comprando la casa a Babilonia, noi ci stiamo sedentarizzando nel peccato, noi nelle nostre delusioni ormai, come diciamo in napoletano, vi abbiamo fatto il callo, siamo così abituati a sentire cattive notizie che ci siamo come immunizzati rispetto alle cattive notizie, e purtroppo anche alle buone, alle quali non crediamo. Se ci raggiunge una buona notizia diciamo "chissà se sarà vero", perché è difficile sperare quando per tanto tempo tu sei rimasto al buio; è difficile pensare che potrai tornare quando per tanti anni si è sperato di tornare a Gerusalemme, ma ormai sono trascorsi decenni e decenni e ci siamo seduti nell'esilio, ci siamo seduti nella mediocrità, ci siano seduti nelle nostre condizioni, tant'é che neanche più i nostri giovani sperano. Questa settimana è stata anche accompagnata, insieme con questo motivo, dalla lettura del testo di Crepet, che molti di voi hanno già letto, "I figli non crescono più", cioè neanche quella parte di noi, che sono i nostri figli, che dovrebbero avere desiderio di futuro, di novità, di speranza, anche loro sono stati inglobati in questa cultura e non hanno voglia di crescere, non vogliono cambiare, non vogliono diventare grandi, hanno perso la speranza. E se anche gli adolescenti, i giovani sono a corto di speranza, allora la nostra è veramente una società sull'orlo del suicidio. Voi dite: Che parole di speranza ci stai dando! Sto calcando la mano sull'aspetto negativo per farvi comprendere lo sforzo che dobbiamo fare per sentire che quella preghiera, ascoltata nella I Lettura, ad opera del Profeta Isaia, può essere anche la nostra: siamo come un panno immondo, sporco. Però poi questo desiderio che Dio venga, che Dio intervenga, questa speranza che Dio non si sia stancato del mio peccato, esplode in quella espressione bellissima che attraversa il nostro cuore: "Se Tu squarciassi i cieli e scendessi!", cioè se Tu ti muovessi a pietà di questa nostra condizione, se Tu scendessi... Ma attenti, fratelli e sorelle, Dio è sceso veramente, noi ci prepariamo a celebrare il Natale, che liturgicamente ci farà vivere ciò che è accaduto duemila anni fa a Betlemme, e prima ancora a Nazareth all'atto dell'annunciazione, ma Dio è venuto e non ha trovato l'uomo - questo è il dramma - Lui è sceso, ma quando è sceso l'uomo non c'era più, perché Dio scende ma l'uomo non sale, Dio viene ma l'uomo non si fa trovare, Dio vuol tirare fuori questo esule dalla sua cattività, ma l'esule dice: Io ci sto bene qui, non voglio cambiare, non voglio crescere, non voglio sperare. I motivi per non sperare sono tanti, e allora venga con tutta la sua forza l'orditura di questa introduzione del Nabucco, perché comincia con questo suono di tromba, un po' vellutato, ma poi c'è l'orchestra piena che entra e dice: Svegliatevi, c'è ancora speranza! E poi l'aria che ha commosso generazioni e generazioni, che, come sapete, era candidata a sostituire l'inno di Mameli, come inno nazionale, ma purtroppo non ce l'ha fatta, probabilmente ce la farà in futuro, quando saranno passati certi movimenti politici, certe sensibilità piuttosto grette rispetto all'esperienza musicale. Questo è il nostro vero inno nazionale, perché è l'inno di coloro che sperano contro ogni speranza. E allora interviene la tromba ad "arpa d'or", che è un grido. E dove sta l’arpa? Sta appesa al salice, che è un salice piangente; i salici piangenti sono chiamati così perché anche nella loro conformazione esprimono le lacrime, sono reclinati verso la terra, non sono alberi che svettano, come i cipressi, come i pioppi, sono espressione di una decadenza, di un ripiegamento su di sé; ebbene, l’arpa dorata, o la cetra, è appesa al salice, come dice anche il Salmo 136, di cui questo coro è eco, "ai salici di quella terra appendemmo le nostre cetre”, a dire: non possiamo più cantare, non possiamo più sperare, basta! Basta con i canti, non cantiamo più perché la vita è una condanna, perché non ce ne va una buona, perché io sono un perseguitato, perché mi sembra che la vita sia matrigna nei miei confronti. Allora la tromba interviene ad "arpa d'or" per dire: toglila quest'arpa, questa cetra dal salice e torna a suonare i canti del Signore in terra straniera. Qui ricordo Bruno Forte che in un suo libro dice: "Bisogna cantare i canti del Signore in terra straniera", ponendosi un po' in polemica col Salmo, che è bello come nostalgia, perché lì la lira, l'arpa appesa al salice stava a ricordare: Guarda che tu questo canto tornerai a cantarlo quando sarai a Gerusalemme. Ma oggi il credente, che è sempre in terra straniera, deve prendere l'arpa e cantare i canti del Signore, per evitare di perdere la fede, per evitare di perdere la speranza, di abbassare la guardia, dicendo: Va be', cerchiamo di accontentarci. Ecco, questo verbo - accontentarsi - non fa parte del vocabolario cristiano, e tanto meno della spiritualità dell'Avvento, che non è solo la spiritualità di quattro Domeniche, ma è la spiritualità della vita. Guai a quelli che si accontentano, guai a quelli che dicono "non c'è niente da fare, è sempre una minestra riscaldata", guai a quelli che dicono "è inutile sperare, tanto chi di speranza vive disperato muore", cose terribili, che non hanno niente a che vedere con la nostra fede. Invece il credente è l'uomo che vigila, perché il Signore viene, è venuto, viene adesso in questa Eucaristia; forse ti sta raggiungendo nel tuo banco, nel tuo torpore, perché sei ancora addormentato, e ti starà dicendo: Svegliati - con l'orchestra che grida con tutte le sue voci - svegliati, sta per accadere qualcosa di nuovo, Dio ha ancora fiducia in te, Dio non ha perso la speranza che tu possa diventare quel santo per cui Egli ti ha creato. Allora la vigilanza diventa un motivo che nasce dalla povertà ma si amplifica con la speranza cristiana; anche se le cose vanno male, anche se è cattivo tempo oggi, anche se questo affetto ti è andato male, anche se la tua famiglia si sta sgretolando, anche se la tua coppia è in crisi, anche se… tu devi sperare in bene, devi sperare il bene, e togli quest'arpa dal salice, mettiti a suonare, mettiti a cantare, anche se gli altri diranno "è un folle, è un idealista, è un utopista", sì, perché il cristiano è questo, è un utopista, questa è l'utopia, "ou-topos" significa "senza luogo", cioè questa cosa non si è ancora avverata, ma si avvererà, non sei ancora tornato a Gerusalemme ma ci andrai, ci tornerai; non ti sei ancora realizzato, ma questo accadrà. E allora ciascuno di noi in questa celebrazione di inizio anno prenda, non la sua croce, come Gesù dice normalmente, ma prenda la sua arpa. Togli l'arpa dal salice e comincia a suonare, comincia a cantare. Abbi fiducia! Voglio dirlo ai Giovanissimi di 1° anno, che con Don Pasquale sono tornati da Faito, e speriamo siano carichi di attesa verso il Natale e nei confronti della vita. Svegliati! Svegliatevi, non vi fermate all'apparenza. Prendi la tua arpa, anche se ti daranno dello stupido, suona!, suona nel tuo luogo di lavoro, suona nella tua famiglia - la mia famiglia ormai è sgretolata, non c'è più niente da fare - svegliatevi! Svegliati, perché c'è ancora qualcosa da fare, c'è ancora qualcosa da tentare in questa situazione che sembra chiusa. Svegliati, tira fuori le tue energie, perché Dio viene, ma è inutile la sua venuta se tu non gli vai incontro. Allora buon anno, fratelli e sorelle, sulle note del Nabucco. Sì, hai le catene ai polsi, sì, i tuoi sogni non si sono ancora realizzati, ma vada il pensiero verso ciò che ti attende, ciò che tu hai lasciato prima di nascere e che ritroverai potenziato il giorno della tua morte. Cammina! E questo pensiero, che ti fa tirar giù l'arpa, ti metta dentro un desiderio di fare, "deh, ne ispiri Signore un concento, che ne infonda al patire virtù", cioè che sia forza al nostro oggi, al nostro patire. Il presente, dice un autore del 900, non basta a nessuno. Spero che non vi basti il presente, non vi accontentate, anche voi adolescenti: basta avere le scarpe Prada e va tutto bene. No, non vi accontentate, c'è di più. Tu sei re, riprendi la tua dignità dorata! |
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| Ultimo aggiornamento ( Saturday 03 December 2005 ) |
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