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Natale del Signore 2005 PDF Stampa E-mail
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Scritto da Divino   
Sunday 08 January 2006
25 dicembre 2005
NATALE DEL SIGNORE

Gesù mio vicino di casa

 
LA PACE  SIA CON VOI
Nonostante le ore piccole che tutti abbiamo fatto, nonostante siamo andati a letto tardi e abbiamo, tra l'altro, fatto fatica ad addormentarci, tanta era l'eccitazione spirituale di stanotte, siamo qui per celebrare il Natale del Signore, che è anche la grazia dell'inizio: è possibile ricominciare. E’ questo il messaggio centrale del Natale del Signore, è possibile riscrivere tutto in bella, non portare il peso di un passato che sembra schiacciarci, come singoli, come comunità, come umanità. Chiediamo perdono dei nostri peccati che, soprattutto questa mattina, sono i peccati di chi fa fatica a credere nell'impossibile, a credere nella novità, a credere nella grazia di un nuovo inizio. Chiediamo perdono per poter celebrare più degnamente i santi misteri.

LETTURE

Isaia 52,7-10
Ebrei   1,1-6
Giovanni   1,1-18

OMELIA

Fratelli e sorelle, siamo raccolti insieme per celebrare il Natale, per farci raggiungere dalla sua luce, un essere raggiunti che trova ostacoli, difficoltà da parte nostra, siamo noi a non voler credere a questa meraviglio­sa fiaba del Natale, della presenza di Dio in mezzo a noi, una presenza che da allora è stata ininterrotta e che ci raggiunge e di cui facciamo esperienza in questa Eucaristia. Lasciamoci andare, il Natale chiede questo, un lasciarsi andare ai sogni, alle grandi aspettative, alle grandi speranze; riesumiamo tanti cadaveri, ormai in putrefazione nel nostro cuore, cadaveri di sogni, cadaveri di relazioni, cadaveri di progetti di serenità, di santità, perché nella luce del Natale tutto ha cittadinanza. Abbiamo ascoltato le parole altissime, alate, del prologo di Giovanni, che pongono il mistero del Natale in una riflessione più alta, anche se si tratta dello stesso mistero, di quanto non abbiamo ascoltato nel racconto di Luca questa notte, é lo stesso mistero di Maria e di Giuseppe che cercano inutilmente alloggio, dei pastori a cui viene recato il lieto annuncio, è lo stesso mistero che Giovanni contempla a distanza di anni nel roveto ardente dell'amore del suo cuore, del cuore di Cristo è di cui egli ha fatto esperienza poggiandovi il capo nell'Ultima Cena, lo stesso mistero che adesso viene contemplato con uno sguardo ampio, che ci deve raggiungere e deve riaccendere i nostri cuori spenti. Abbiamo fatto esperienza tante volte, a partire dall'infanzia, di aver commesso qualcosa di irreparabile, a partire da quei primi traumi della nostra infanzia, quando abbiamo rotto un vaso, quando ai nostri occhi bambini è parso di aver commesso una colpa, di aver sgretolato qualcosa di prezioso, e che non avremmo mai potuto ricevere il perdono da parte dei nostri genitori; dobbiamo riandare a quelle prime sensazioni di fallimento che poi sono diventate più grandi, più forti, più incisive, più amare nel prosieguo della nostra vita, quando si è rotta una relazione importante, quando ci è parso di aver detto una parola che ha ucciso un amico, una persona amata, quando abbiamo avuto la percezione che non ci fosse più nulla da fare, in un'amicizia, in una relazione, in un rapporto familiare, paterno, materno, filiale, fraterno, quando ci siamo sentiti maledetti.
Quando siamo tornati su, a mezzanotte passata, l'altro venerdì, dalla liturgia penitenziale, durata ore e ore, ho dovuto svolgere (lo dico adesso che è assente) un'azione di consolazione nei confronti di Marino, che stava buttato sul divano in una dimensione di disperazione. Pasquale me l'aveva già preannunziato: adesso che sali su, guarda che Marino sta disperato.
E perché stava disperato Marino?, il diacono forte che vedete qui normalmente nelle nostre celebrazioni, che è di Capri, e ora è a casa giustamente per condividere con i suoi il pranzo di Natale; perché con una disattenzione, mentre noi stavamo qui a confessarvi, ha urtato una meravigliosa maternità di porcellana che è andata in frantumi, e quindi Marino probabilmente si colpevolizzava, avrà pensato alla mia reazione per quella meravigliosa statua andata in frantumi per disattenzione, e ho trovato questo diacono fattosi piccolo, perché pensava di essere rimproverato dal Parroco, cosa che ovviamente non è accaduta; muoiono le persone, tanto più le cose, anche se preziose e di valore, non drammatizziamo; magari questo è un modo - gli ho detto così - per affezionarti di più alla canonica e alla nostra Parrocchia. A volte se non si fa un guaio, se non si incorre in un errore, è come se non ci si legasse; l'amaro ha questo effetto, più del dolce, nel compattarci. Ecco, faccio riferimento a questa piccola esperienza di otto giorni fa per rievocare in noi quella sensazione, che da bambini certamente abbiamo avuto, e che da grandi diventa ancora più forte, di aver commesso qualcosa di irreparabile. Quand'ero bambino ho tirato giù tutto il presepe; probabilmente questo è uno dei miei traumi infantili - ognuno di noi ha i suoi - a furia di voler vedere e di toccare i pastori, ho tirato il tavolo con tutti i pastori, che allora erano di terracotta, e quindi potete immaginare che ecatombe io abbia provocato. Ecco, la sensazione di aver commesso qualcosa per cui non c'è perdono. Da grandi questa sensazione attraversa le nostre vite. Perché ho rievocato questa scena? Cosa ci dice? Perché oggi la nascita di Gesù ci afferma che non c'è dramma che non possa essere risolto, e risolto bene, e trasformato in grazia; non c'è tenebra che non possa stemperarsi in luce, fino a diventare accecante; non c'è vita fallimentare che non possa diventare un capolavoro. E' questo che la Chiesa annuncia, ed è per questo che forse il Natale, nonostante le nostre difficoltà, riceve ancora tanta adesione, sia pure solo sentimentale da parte anche dei lontani, di coloro che non hanno consuetudine eucaristica domenicale, e che pure sentono il bisogno di andare in chiesa la notte di Natale, o il giorno di Natale, perché tutti dei guai li abbiamo commessi, tutti abbiamo degli scheletri nell'armadio, la vita l'abbiamo cominciata pensando di essere vincenti, ma tutti siamo perdenti. Allora sentire oggi dalla bocca della Chiesa che è possibile un nuovo inizio, che si può ricomin­ciare, non solo, ma quello che tu di male hai commesso può trasformarsi in bene, può essere una possibilità ulteriore, (è quello che cercavo di dire, sia pure fra tanta stanchezza, a Marino quella sera) quello che tu pensi essere una cosa negativa si può trasformare in una realtà positiva. Ecco, questo è il mistero centrale del Natale, cioè della nascita di Dio in mezzo a noi, di Dio come uno di noi, di Dio che viene a santificare la nostra storia, la nostra quotidianità, i nostri rantoli, le nostre lacrime, i nostri sospiri, i nostri progetti, le nostre infanzie, le nostre adolescenze.) le nostre giovinezze, le nostre maturità, le nostre mense, il nostro lavoro, cioè la nostra vita. A volte, andando avanti negli anni, abbiamo il dubbio atroce che si tratti di un assurdo legato al caso o alla necessità, e invece nel Vangelo di Natale ci viene detto: Tu sei amato da Dio a tal punto che Egli ha mandato per te il suo Figlio. La parola centrale del prologo che abbiamo ascoltato è: "e il Verbo si è fatto carne e ha posto la sua dimora in mezzo a noi", quindi Gesù diventa contemporaneo, vicino di casa, vicino di casa del tuo amore, vicino di casa delle tue amicizie, vicino di casa del tuo dolore, delle tue lacrime, vicino di casa delle tue morti; se ha posto la sua dimora in mezzo a noi significa che ha posto il suo domicilio, si è domiciliato nella storia, e quando Dio si domicilia nella storia non lo fa in una maniera puntuale, episodica, ma per sempre. "Ecco, io sono con voi fino alla fine del mondo", dirà il Risorto prima di congedarsi visibilmente dai discepoli intristiti sul Monte degli Ulivi. Ecco, sono con voi tutti i giorni. Questa vicinanza, questa partecipazione, questa divinità della nostra vita ci fa uscire di chiesa e ci fa tornare da questo Natale nella quotidianità con una grinta, con una forza che non pensavamo di avere e che non è nostra, ma si chiama grazia.
Questa è la grazia del Natale. Il Natale non si può concludere, fratelli e sorelle, in un giorno, in un cenone, in una settimana, in 15 giorni, il Natale è una realtà che all'atto in cui noi ne prendiamo coscienza in una maniera più piena ci cambia la vita, perché è una visuale, è un modo di intendere la vita il Natale, che ci accompagna e ci fa dire: Anche oggi ho fallito, ma Dio mi dice che potrò ricuperare, Dio saprà trasformare questo fallimento. Dio questo giocattolo che tu hai rotto te lo rida più bello, questa porcellana, Marino - vorrei raggiungerlo in questo momento a Capri - questa meravigliosa porcellana che tu hai rotto, Dio la ricomporrà in una maniera ancora più bella, facendone un'opera d'arte che supererà quella di partenza.
Ecco, questo è il messaggio, il mistero e la grazia del Natale. Allora, fratelli e sorelle, "Buon Natale" significa dire: Coraggio, tu che hai ricevuto una condanna a morte, tu che sei reduce da un fallimento, tu che della vita stai masticando sabbia, tu che vedi la difficoltà a realizzarti, tu che tante volte hai puntato in alto ma sempre hai sperimentato la tua precarietà, perché le tue ali, come quelle di Icaro, si sono sciolte essendo di cera, cioè solo di speranze umane, tu puoi sperare ancora, puoi ri-iniziare, Natale è il Natale del Signore ma è anche il nostro, perché in ogni Natale noi rinasciamo, perché rinasce la speranza, rinasce la grinta, la voglia di vivere, la voglia di cambiare in bene questo mondo, evitando e superando ogni rassegnazione. "Buon Natale" è percepire che da oggi posso ricominciare, perché Dio ha fiducia in me, Dio ha fiducia nell'umanità a tal punto che ha trasferito la seconda Persona della Trinità sulla terra, nella storia, perché la storia ne sia fermentata. E questo accadrà anche a prescindere da noi, ma quanto sarà più bello se questa trasformazione accadrà anche grazie al nostro impegno, alla nostra idealità, al nostro sorriso, al nostro ottimismo, alla nostra voglia di sperare contro ogni speranza. E allora tutta la ricchezza, che a tratti potrebbe addirittura darvi fastidio, la sontuosità, il fasto con cui noi siamo soliti celebrare e preparare anche la regia del Natale, è solo un segno lontanissimo di una preziosità del messaggio; rendiamo bella la cornice perché il quadro è d'autore, è meraviglio­so, è di un valore incalcolabile. Sull'altare, da stanotte, c'è una miriade di frammenti di Swarovski, che risplendono come diamanti; sembrano manie, in realtà è un modo per dire: “siamo in una reggia” (e basilica significa casa del re), e noi tutti partecipiamo della regalità di Cristo. Anche tu puoi incedere solennemente, nonostante i tuoi peccati, e ricevi una corona sul capo, e Dio ti rende suo figlio nel Figlio, e ti trasmette nel sangue una regalità che tu non avevi ma di cui da oggi puoi andar fiero. Questa regalità ci è stata data nel Battesimo, ma noi l'abbiamo relegata in soffitta; tiriamola fuori questa regalità, questa voglia di vivere, questo senso di bene, di luminosità, che deve attraversare la nostra vita, qualsiasi sia il nostro vissuto.
Dunque Buon Natale e Buon Inizio! Ricomincia da capo, raccogli la grazia di questo inizio e senti che Dio nel Figlio fa il tifo per te, e vuole che tu viva in una dimensione di luminosità, di regalità.
Che questo Natale 2005 per tanti di noi rimanga nella memoria come il giorno in cui ho ricominciato a vivere, o addirittura come il giorno in cui ho iniziato a vivere. AUGURI!
 
 
 
 
 
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