La Parrocchia
Omelie Don Arturo Aiello
15 Gennaio 2006 Latest ACG News
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| Scritto da Divino | |
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15 gennaio 2006 II DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO Amare è dimorareLA PACE SIA CON VOI In questa Eucaristia scorre il sangue dell'amore, come abbiamo cantato, si celebra l'Eucaristia sempre ai piedi della croce, contemporanei di quell'evento senza tempo, di quell'evento della nuova ed eterna alleanza, come diciamo con le parole della consacrazione, e quel sangue dell'amore ci lava, ci purifica, ci riscalda - e oggi abbiamo freddo - ci dà la possibilità di una giovinezza insperata, la dà a noi come singoli e la dà a noi come Chiesa, come Chiesa oggi chiamata a ripensare al momento del fidanzamento, al momento della grazia, dove ci siamo sentiti chiamare per nome. Riviviamo quell'esperienza lasciando che il sangue dell'amore scorra sul nostro capo, nel nostro cuore, nelle nostre vene, sulla nostra vita. Confessiamo i nostri peccati. LETTURE I Samuele 3,3-10.19 I Corinzi 6,13-15.17-20 Giovanni 1,35-42 OMELIA La Parola di Dio di oggi, soprattutto nella I Lettura e nel Vangelo, ci riporta a un giorno, a un momento, a un evento, a un luogo in cui siamo stati chiamati, quindi si parla del passato, e nel passato di un giorno qualificante, qualificativo della nostra vita, se possiamo dir così rubando agli aggettivi qualificativi. Ci narra la Parola di Dio quello che accade in questa Eucaristia e ci fa intravedere quello che accadrà nel nostro futuro, nei giorni che verranno. Ci narra innanzi tutto di un incontro, il primo; il primo incontro è essenziale, il primo incontro con mia moglie, la prima volta che l'ho vista, il primo incontro con un amico che ha cambiato la mia vita, il primo incontro con una realtà ecclesiale, il primo incontro con un maestro che ha lasciato una scia decisiva, determinante nella mia esistenza, il primo incontro con Dio, la prima volta. Questa espressione purtroppo nel linguaggio usuale, soprattutto giovanile, significa altro. Ma c'è una prima volta nella fede, nell'itinerario come credenti, nel contatto, nell'impatto con la Parola di Dio, c'è una prima volta di cui finiamo col fare memoria per tutta una vita. Se c'è stata una prima volta, basta, basta una prima volta, basta un incontro, una volta in cui ci siamo sentiti guardati, chiamati per nome, come Samuele nella notte, in cui qualcuno ci ha indicato Gesù, e noi lo abbiamo seguito, una volta in cui siamo stati con Lui a dimora nella stessa casa, anche di notte, la prima volta. Come avviene questa prima volta? C'è sempre un intermediario, c'è sempre una mediazione. Solo alcuni incontrano Dio, impattano Dio senza che qualcuno li guidi, li tenga per mano nei primi passi incerti, nello stordimento dell'essere innamorati; per lo più, al 99%, noi siamo stati guidati, c'è stato un Eli, o un Battista nella nostra vita, qualcuno, genitore, catechista, animatore, prete, nonno, qualcuno che ci ha istruiti, che ci ha decodificato la vita, che ci ha letto nel vissuto dicendo: Guarda che qui sta succedendo qualcosa di straordinario nella tua esistenza. Per Samuele c'è stato il vecchio Eli, per i discepoli - Andrea, forse Giovanni - c'è stato il Battista, e noi facciamo memoria dei nostri maestri, dei nostri indicatori d'eternità, dei nostri indici puntati verso Lui, Gesù, il Maestro, Colui che è l'Agnello che toglie i peccati del mondo; noi ci sentiamo chiamare, ma la chiamata di Dio, la chiamata alla fede, la chiamata a far parte della Chiesa, la chiamata ad avere un ruolo speciale nella vita, utilizzando i pochi giorni che abbiamo, si è confusa con tante altre chiamate, con tante altre voci. Direbbe Paolo VI: "Nella esagitata cultura nel nostro tempo, dove ci raggiungono tanti messaggi, tante voci; tanti gridano, tanti parlano". E allora fra tante voci bisogna distinguere la Voce, fra tanti messaggi il Messaggio, fra tante chiamate la Chiamata, fra tanti modi d'essere il mio modo d'essere, come uomo, come donna, nella Chiesa, nel mondo. E allora grazie per coloro che ci hanno tenuti per mano nei primi passi della fede, che ci hanno mormorato all'orecchio le prime preghiere, che ci hanno accompagnato, che ci hanno detto: La prossima volta che ti senti chiamare, di' così... E questa espressione di Samuele attraversa i secoli, attraversa l'A.T. e il Nuovo, e questi duemila anni della Chiesa è un invito all'ascolto: "Parla, Signore, perché il tuo servo ti ascolta", e il discepolo che è iniziato all'ascolto, alla voce di Dio, si rende disponibile, e nella notte fa questo primo atto di resa, questa prima professione d'amore a un Dio non ancora conosciuto. a un Dio che non si sa cosa chiederà, dove ci manderà, cosa ci indicherà. Al primo movimento, che è quello del maestro che invita all'ascolto, si unisce il secondo, che è quello della ricerca. Quando i due discepoli, Andrea e Giovanni, si mettono a seguire Gesù, non sanno dove stanno andando, non sanno che la loro vita sta per essere rivoluzionata, non sanno cosa dire, non sanno chi stanno seguendo; "l'Agnello di Dio che toglie i peccati del mondo" adesso per noi è un'espressione chiara, ma non lo era per loro quel pomeriggio, e si mettono a seguire. Si mettono a seguire, perché? Perché cercano. Infatti Gesù, quando si volta di botto, e ferma il sangue nelle loro vene, perché si sentono scoperti, chiede: "Che cercate?", perché la vita di fede è una ricerca, una ricerca continua. Se tu ti metti a cercare, troverai; se tu smetti di cercare, se ti rassegni, se pensi che quello che hai trovato basta, tu sei perduto. Allora essere disposti all'ascolto significa mettersi a cercare. Cosa cercavano i due giovani quel pomeriggio? Cercavano quello che avevano cercato nel Battista, a cui egli li aveva preparati, cercavano la felicità, cercavano la luce, cercavano una vita bella, cercavano tutte quelle cose che noi cerchiamo, desiderandole, e facendo tanti tentativi, a volte sbagliati. Bisogna cercare. Guai a quelli che si sentono già al sicuro. Anche noi che siamo qui, nella verità, dobbiamo cercare Gesù, siamo qui per questo, dobbiamo cercare luce per la nostra vita, fino all'ultimo istante. E a questa domanda, che li trafigge, perché li scopre - Chi cercate? cosa cercate? dove state andando? perché mi seguite? perché mi state pedinando? - i due, che si vedono messi alle strette, dicono, o uno dei due dice: "Maestro, dove abiti?", perché mettersi alla scuola dell'ascolto, perché cercare significa trovare un maestro. E non è più un maestro in carne ed ossa, il maestro che ci ha educati, il maestro che ci ha dato l'input, che ci ha detto "quando ti capita la prossima volta, di' così", il maestro che ci ha fatto leggere un libro, che ci ha portati agli Esercizi, che ci ha fatto fare il Campo Scuola, che ha cercate di leggere nella trama delle nostre emozioni, ma è IL MAESTRO. "Maestro, deve abiti?". E' una risposta che probabilmente nasce dall'imbarazzo, ma è una risposta che ha al suo interno una grande verità, che è l'abitare, che è il dimorare. Forse la scuola oggi, ma non da oggi, da anni, non va bene perché la scuola è un posto di passaggio, non vi si dimora, bisogna abitare a scuola.I nostri figli addirittura fanno di tutto per non andarci, utilizzando gli espedienti più bassi per non starci neanche quelle poche ore che il programma indica importanti; a scuola bisogna abitarci. Lasciamo a chi abbia competenza come realizzare questo, ma certamente è vero sul piano della ricerca della verità, dove la verità diventa una cosa, diventa una persona con cui stare. Il maestro non è solo colui che impartisce una lezione, ma è colui col quale abitiamo, perché lo amiamo, perché egli incarna la verità, perché egli è il suo messaggio. E' questo il senso, insieme ad altro, della risposta: Dove abiti? Noi oggi avremmo chiesto il numero di telefonino, qui invece i due chiedono l'indirizzo, e non certamente per curiosità, non certamente solo per togliersi d'impaccio, ma perché nella verità bisogna abitare: voglio domiciliarmi a casa del Maestro. Forse verrà un tempo in cui la scuola sarà a tempo pieno, in tutti i sensi; alcuni regimi hanno anche cercato di farlo, lo diceva già Platone, credo ne "La Repubblica", che a un certo punto bisogna prendere i figli e sottrarli alla famiglia e portarli in un altro luogo. Alcuni regimi hanno tentato, per indottrinarli in senso negativo; forse verrà un tempo in cui si abiterà a scuola, in cui all'inizio dell'anno bisognerà fare la valigia, portando non solo i libri ma anche gli effetti personali, anche il pigiama. A questa richiesta di nuova domiciliazione, "vogliamo abitare con Te, vogliamo venire con Te, se sei l'Agnello che toglie i peccati del mondo, non ci vogliamo staccare da te neanche di notte, vogliamo abitare sotto il tuo tetto, dove Tu stai noi staremo", - si sta per realizzare un matrimonio, una unione indissolubile - Gesù dice: "Venite e vedrete". Li invita, comprende che questo desiderio è santo, che questa richiesta è vera, che questi due saranno due discepoli, i primi, secondo la versione del Vangelo di Giovanni."Ed essi - dice l'Evangelista, per cui si presume che sia Giovanni - andarono e stettero presso di Lui". E poi suona l'orologio del campanile, che batte le quattro del pomeriggio. Gli esegeti dicono che se sono le quattro del pomeriggio è già cominciata la giornata successiva, quindi se stettero con Lui, stettero con Lui anche di notte; stese delle brande, mise a terra dei materassi. come a volte facciamo in un momento di emergenza, perché Andrea e Giovanni potessero stare con Lui quella notte. Hanno dormite i due? Hai dormito tu quando ti sei sentito indicare Gesù, quando ti sei sentito indicare da Gesù? Notti insonni, notti a girarsi e rigirarsi nel letto per percepire che ci è capitata la cosa più bella nella vita, che è insieme una benedizione, e sulle prime a noi sembra una maledizione. E allora capite che in questo itinerario c'è tutto un progetto, quindi tu devi reimparare ad ascoltare. "Parla, Signore, perché il tuo servo ti ascolta". Tu devi cercare. "Chi cercate?". Tu devi abitare. "Maestro, dove abiti?". Tu devi rimanere. "Rimanete nel mio amore", Gesù dice e ci ripete tante volte nei capitoli che si chiamano "libro degli addii", nel Vangelo di Giovanni. Devi rimanere con Lui, perché la verità, quando l'hai trovata, devi afferrarla, ed è la verità che ti afferra, che ti abbraccia. Tu vuoi comprenderla, ma è la verità che ti comprende. Nella prima Lettura della Messa di ieri, giorno feriale, dove si parlava della vocazione di Saul, il primo re, Samuele gli dice: "Vieni, vieni a mangiare, poi ti rivelerò quello che pensi". Una contraddizione. Forse inizialmente voleva dire "ti rivelerò quello che desideri", cioè le asine che si sono perse e che tuo padre ti ha mandato a cercare; ma più in profondità "ti rivelerò quello che pensi", cioè noi pensiamo delle cose ma non ne conosciamo il fondamento; noi sogniamo delle cose ma non ci sono chiare; è Gesù che ci rivela anche il nostro pensiero, rivelandoci il pensiero del Padre. E allora credere è rimanere, rimanere con Lui, sentire che quell'orologio batte l'ora della Redenzione, batte l'ora del nostro cambiamento, batte l'ora decisiva, l'ora che si staglierà nella nostra mente, nel nostro cuore, a fuoco, che dopo 10 - 20 - 30 - 50 anni noi ancora diremo: Quel giorno Lui è passato e mi ha chiamato, quel giorno sono stato con Lui, quel giorno il cuore mi batteva, quel giorno ho capito, quel giorno sono partito, quel giorno mi è sembrato che quanto mi veniva chiesto costituisse un prezzo meramente simbolico, anche se per gli altri io lasciavo, io andavo, io partivo, io declinavo tante possibilità. D'altra parte il passaggio di Gesù nella nostra vita chiude tante porte, tanti boccaporti, non è più possibile che altre cose, altri pensieri, altre idee possano toccarci quando siamo stati toccati da Lui. Ed ecco che il giorno dopo i discepoli reincontrano i loro amici, i loro fratelli, e avviene un contatto, come qualche volta è avvenuto anche tra noi, come deve avvenire, come mi sembra che stia avvenendo in questi giorni. Non so perché, sento una forte pressione, anche dalla Parola, rispetto ad un futuro, all'evolversi della vita di alcuni di voi, come se la Parola stesse battendo continuamente lo stesse tema, lo stesso motivo. Ebbene, Andrea incontra Simone (non ho potuto fare a meno, mentre Marino leggeva, di pensare ad Andrea e Simone, e allora ho pensato che Gesù dicesse a Simone: "Tu sei Simone, il figlio di Gino, non ti chiamerai più così") e gli racconta qualcosa. Capite che avviene un contagio, un contagio di vite, di sguardi: Abbiamo incontrato il Messia. Poche parole, non bisogna dire molto; quando si è fatta esperienza di Dio, gli altri ce la leggono in faccia, portiamo negli occhi, portiamo impresso nel corpo quello che è avvenuto: non sono più lo stesso, sono cambiato. E allora quello che è accaduto all'amico, al fratello, può accadere anche a me. E d'altra parte sento un'attrazione attraverso i suoi occhi per capire gli occhi del Maestro. E Simone viene condotto davanti a Gesù, anche lui in una maniera vorticosa, e dice l'Evangelista che Gesù lo guarda, lo fissa, e fa tutto Lui, fa tutto il Maestro: "Tu non sei più Simone, tu sei Pietro, tu sei Cefa". E Simone non lo sa, Simone non sa che dentro di lui c'è un altro che sta nascendo; che dentro di te - questo valga per tutti - c'è un altro che stai generando senza saperlo. Tu sei incinto, tu sei incinta, nessuna analisi te l'ha ancora rivelato, né quella del sangue, né altri test che puoi fare, ma Gesù ti guarda dentro e ti dice: "Tu sei incinto". “No, non sono incinto”. “Sì, tu lo sei, sei incinto di un bambino che si chiama Cefa. Tu sei incinto di un altro”. Si conclude così questo Vangelo appassionante, e anche stringente nella sua logica, nelle sue tappe, nei suoi momenti, si conclude con questo orologio che porta Simone davanti a Gesù, e già si sente il vagito di un bambino, e Simone scopre che dentro di lui c'è Cefa. Vi auguro, fratelli e sorelle, lo auguro a tutti, che questa Eucaristia ci faccia sentire questo nuovo che c'è in noi. "C'è qualcosa di nuovo oggi nel sole, anzi d'antico", e questo nuovo Gesù lo evoca. Forse lo sentirai al momento della Comunione, forse lo hai sentito mentre io parlavo, forse lo hai sentito mentre Samuele era chiamato nella notte, mentre i discepoli seguivano Gesù, forse lo sentirai in un altro momento di questa giornata, che è una giornata di grazia, perché si innesca una serie di reazioni a catena, come si dice in chimica, e quello che uno ha ricevuto diventa dell'altro, e l'altro crea una persona nuova, e poi un'altra, e poi un'altra ancora e così anche raggiungendo persone che a Messa oggi non verranno, persone che incontrerai a casa, per strada, passanti sconosciuti che ti vedranno, ti guarderanno e coglieranno in te qualcosa di nuovo, un fascino, una trasparenza, un'aureola di luce, e così quello che abbiamo ascoltato si realizza adesso, e si realizzerà. Ecco perché dicevo all'inizio che questo Vangelo, la liturgia della Parola per intero, racconta quello che è stato, e facciamo memoria delle grazie ricevute, dei momenti di insight, cioè di chiarezza istantanea, simultanea sul piano non solo delle verità della fede, ma anche delle verità della nostra esistenza, e racconta di una cosa che sta avvenendo adesso, durante questa Eucaristia, racconta di eventi che ci attendono, dove uno indica, gli altri seguono e cercano e desiderano di non tornare più a casa propria, e scoprono l'Amore da raccontare. Non vi meravigliate se stasera qualcuno non tornerà a casa. |
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