Home
Cercando l'oro
4(mila) passi x Orvieto
ORVIETO ? Chiesa del Buon Ges?
Cercando l'oro
4(mila) passi x Orvieto
ORVIETO ? Chiesa del Buon Ges? Latest ACG News
| ORVIETO ? Chiesa del Buon Ges? |
|
|
|
| Scritto da Salvatore | |
| Wednesday 09 August 2006 | |
|
Giornata del Perdono 02 agosto 2006 “Le gioie semplici sono le più grandi”. Vogliamo attestare che questa Parola è vera, e forse non c’è nulla di più semplice del camminare. Forse in questi giorni avete fatto memoria dei primi passi, che i genitori guardano con apprensione, quando un bambino si lascia, diciamo noi in napoletano, nel senso che comincia a camminare da solo, e camminare è una cosa così semplice che può provocare grandi gioie, quando è il camminare verso una meta e quando alla meta si giunge. Noi celebriamo in questa Eucaristia tante cose, tra queste anche la meta raggiunta, magari con qualche colpa, con qualche stanchezza, con qualche punto di sutura per uno di voi, ma l’importante è arrivare. Siamo arrivati, il Signore ci accoglie, e dopo aver fatto “il cammino del pane” ci viene donato il pane del cammino. E per poter essere più degni, avere mani più pulite, il cuore più leggero, come diceva Cristiana qualche istante fa, chiediamo perdono dei nostri peccati. O M E L I A Sono tanti i motivi di festa, di gioia che ci tengono insieme nonostante il caldo, nonostante la stanchezza, nonostante le verruche, conquistate come medaglie in questi giorni di cammino. Tre i motivi più importanti, mettiamoli in ordine secondo una gerarchia di valori. Primo motivo è che celebriamo in una chiesa francescana la grazia del perdono, ottenuta da S. Francesco nella festa della Madonna degli Angeli. Ricordo brevemente ciò che ha originato questa enorme grazia, che è partita da un piccolo uomo, in preghiera, in una piccola cappella, così piccola da esser chiamata “Porziuncola”, nascosta nel verde di Assisi, una grazia, partita da una dimensione di piccolezza, che si è estesa al mondo intero. Francesco ha sempre desiderato cose grandi, sia nella sua prima giovinezza cercando la gloria sui campi di battaglia, la gloria dell’esser cavaliere, e poi ha continuato a cercare cose grandi quando si è arruolato dietro a Gesù: Francesco chi ti può giovare? il Signore o il suo scudiero? E quindi a partire dal giorno della conversione, Francesco sogna cose grandi adesso nel mondo della cavalleria spirituale, dove si possono chiedere cose grandi, cose impensate, e tra le cose impensate c’è questa grazia, di cui noi usufruiamo questo pomeriggio, che è il perdono di Assisi. E cioè nella Festa di S. Maria degli Angeli, non solo in Assisi ma in tutte le chiese francescane, e poi in tutte le chiese parrocchiali, essendo in grazia di Dio, e partecipando all’Eucaristia, e recitando il Credo, lo faremo tra poco, perché qui è solennità S. Maria degli Angeli, si ottiene il perdono di tutti i peccati, la indulgenza plenaria, si dice in termini tecnici. Allora è importante che Francesco non abbia chiesto per sé. È questa dimensione che unisce il primo motivo del nostro incontro con il secondo, quello che certamente sta più a cuore dei cento che hanno camminato, hanno percorso circa 150 chilometri a piedi, e cioè che un dono fatto a sé può diventare un dono per tutti. Ci sono persone che chiedono per sé, che hanno degli obiettivi e cercano di raggiungerli ma per la propria gloria, e ce ne sono altre che invece si estendono oltre l’impensabile e diventano ardimentose. Questi 100 nostri Giovanissimi e giovani, che hanno camminato insieme con lo staff di supporto, sono stati guidati da un ardimento, una parola che non si usa più, perché normalmente era utilizzata per le virtù belliche; ardimentosi, e la parola ardimento contiene la parola “ardore”, perché per essere ardimentosi bisogna avere il cuore ardente, cioè pensare non cose normali, non cose banali, non cose piccole, non cose di piccolo cabotaggio, per dirla in termini nautici, ma cose grandi. E allora partiamo da Francesco che ha chiesto non per sé, non ha chiesto il perdono dei suoi peccati, non ha chiesto per sé un’indulgenza ma l’ ha chiesta per tutti coloro che in tutti i tempi, in tutti i luoghi, nella Festa di S. Maria degli Angeli avrebbero potuto ottenere questo dono, e arriviamo al dono che voi ci avete conquistato attraverso questi giorni di cammino, che hanno tante valenze; innanzi tutto questo cammino ha la valenza del sacrificio che i nostri figli non vogliono più affrontare, non voi beninteso, adesso vi riscattate per la seconda volta, dopo il cammino di S. Paolo, anche con “il cammino del pane”, vi riscattate dalla massa indifferenziata di giovani e giovanissimi, che si accontentano di piccole gioie estive e non tendono in alto. Voi ci avete, col vostro camminare, acquistato una grazia, ma al tempo stesso avete compreso, – ve lo dicevo all’atto della partenza quando siete passati per la benedizione a Teano – vi siete allenati alla vita che è colma di sacrifici; la vita, a volerla vivere in una certa maniera, ad una certa altitudine, ad una certa caratura, è colma di no che bisogna dire a se stessi, è colma di autosuperamenti, in qualche maniera voi vi siete autosuperati. L’anno scorso quando ero vostro Parroco – e mi sembra una cosa così lontana – vi lasciai un biglietto a Roma, quando ci siamo incontrati a S. Giovanni in Laterano, e questo biglietto poi l’ ho consegnato a Pasquale prima di andar via, venir via da Piano: “Sono fiero di voi”, io ho scritto, e adesso ve lo ripeto in una dimensione diversa, anche in una dimensione sacramentale diversa all’interno della Chiesa, ma credo che Pasquale e Marino possano dire lo stesso di voi: “siamo fieri di voi”, e spero che i genitori, che sono alle vostre spalle e sono venuti ad accogliervi e a dirvi bravi, possano sottoscrivere questa espressione: sono fiero di te, sono fiero di te che hai camminato tutti questi giorni, sono fiero di te che non ti sei fermato, ma sono fiero di te per il solo fatto che tu sia partito, che ti sia messo in moto, che tu abbia ritenuto questo cammino del pane non una follia, come probabilmente tanti avran pensato, ma un modo per diventare adulti, per diventare uomo, per diventare donna, per crescere, per passare – e adesso vi trasmetto questo concetto – da una dimensione di “introversione” ad una dimensione di “estroversione”. Perché, vedete, la nostra vita può avere 3 caratterizzazioni, e ciascuno di voi si descriva, dica: io mi trovo… Innanzi tutto una vita può essere introversa, e tante persone sono introverse, attenti, non mi riferisco ai caratteri introversi, a volte un carattere non dipende neanche da noi, ma ci sono modalità di vita introverse, cioè oggi, a migliaia, ne trovate ad ogni piè sospinto. Che cosa significa una vita introversa? Una vita ripiegata su di sé, accartocciata, dove cerco il mio bene, il mio “particulare”, direbbe il Guicciardini, quello che mi interessa, quello che mi rende più contento quest’Estate, e quindi andiamo a far tutte le pizze, tutte le feste, tutte le…cercando quello che mi aggrada. Questa è una vita introversa. E badate, che non sono introversi solo i giovani, i ragazzi, sono introversi anche gli adulti, cioè persone che non riescono a guardare fuori di sé, che pensano solo a se stessi. Allora una vita introversa; ovviamente Francesco è partito da questa dimensione, era un introverso anche lui, che ricercava la sua gloria, cercava d’essere il cavaliere migliore, cercava d’essere il re delle feste. Poi passiamo ad una “vita retta”, perchè se l’introversione è così, ( n.d.r.: lo spiega attraverso i gesti), poi una vita retta è così. Vita retta, una persona che si tiene in piedi, è già un grande passo ma non è ancora la perfezione, vita retta significa una persona che riesce a dare e prende al tempo stesso, che comprende che la vita è anche condividere ma ha anche degli spazi suoi, ha anche un modo per le entrate, ecco, ha un bilancio di entrate e di uscite, per dirla sul piano economico. Questa è una persona retta, diciamo una persona che è uscita dall’adolescenza, e tanti restano nell’adolescenza per tutta la vita, cioè sono degli introversi anche a 50 anni, anche a 70, anche a 100. Il terzo grado, quello che noi da anni, prima io, e adesso Pasquale e Marino, e i vostri animatori han cercato, stiamo cercando, abbiamo cercato di trasmettervi, è qualcosa di più della vita retta, perché la vita retta è un concetto umano, vi si giunge anche senza la fede, ci sono delle persone rette che non credono, ma sono ammirabili perché riescono a dedicare anche del tempo agli altri, riescono anche ad offrire agli altri delle opportunità, non pensano solo a se stesse, e questa terza modalità è una vita estroversa. Allora l’introverso, il retto, e l’estroverso, cioè è la persona – permettetemi questo termine – squilibrata, perché un estroverso è sempre squilibrato, perché è equilibrato il retto, perché sta in se stesso, non cade mai, sta sempre ritto, impettito, invece la persona estroversa è la persona che si protende e può perdere l’equilibrio, e in questo senso è uno squilibrato, santamente beninteso. Allora Francesco è passato da una dimensione di introversione ad una dimensione estroversa di vita, e l’estroverso pensa solo agli altri. Mentre l’introverso pensa solo a sé, la persona retta pensa a sé e agli altri, l’estroverso è capace di mettere da parte se stesso totalmente per protendersi verso l’altro, verso i bisogni dell’altro, verso la richiesta dell’altro fino a dimenticare se stesso. Ecco, cari ragazzi, io non so se riuscite ad ascoltarmi perché state svegli da stamattina alle sei, ma può darsi che qualche parola vi rimanga, e se non a voi ai vostri genitori. L’augurio che noi oggi ci scambiamo è di essere estroversi, completamente estroversi, completamente decentrati da noi, in modo tale che questa vita, che stiamo vivendo, possa diventare un luogo che si estende a dismisura, e andrà ben oltre i giorni che vivremo qui, per essere un’occasione di salvezza per tanti. Noi non staremmo qui questa sera se Francesco non fosse stato così estroverso da chiedere una grazia impossibile, una grazia assurda, una grazia folle, una grazia squilibrata, che è quella di un perdono per tutti gli uomini di tutti i tempi, in questo giorno. Ditemi se questo non è il massimo dell’estroversione. E allora il “cammino del pane” vi ha aiutato a questo, ad uscire da voi, ad uscire… “mi fanno male i piedi, ho le verruche, datemi un passaggio”, no, cammino, stringo i denti, perché bisogna arrivare a questa meta, costi quello che costi, e il cammino che io sto facendo non è per me. E qui si pongono tre possibilità per voi 100. Una: ho fatto questo cammino in una maniera introversa, cioè l’ ho fatto per dire: io ci riesco, io sono forte, in modo tale che adesso che torno porto il cartellino, la maglietta, il ricordino come una sorta di trofeo, per dire “c’ero anch’io”, come per i caduti alle Termopili. Poi c’è una maniera retta di vivere e di chiudere quest’esperienza. Sono riuscito a uscire fuori di me ma al tempo stesso mi sono arricchito, è stata una bella esperienza, mi ha fatto crescere, mi servirà nella vita. Già siamo in una dimensione più alta. Ma c’è una terza possibilità, che io vi lancio come una sfida, che è meravigliosa ma al tempo stesso fa male, ed è la possibilità che questo pane, “cammino del pane”, così croccante, così bello, così conquistato, così profumato com’è un pane che ci siamo conquistati, perché lo abbiamo impastato, lo abbiamo visto cuocere, lo abbiamo atteso, questo pane voi oggi non lo mangiate. Che cosa significa, a fine del “cammino del pane”, non mangiarsi il panino che ho impastato con tanto ardore, con tanto ardimento? non significa non fare la Comunione, vi dicevo all’inizio con un gioco di parole, che avete fatto “il cammino del pane” per conquistarvi il pane del cammino che è questa Eucaristia, che al di là della stanchezza vi darà una forza, vi trasmetterà una voglia di vivere che neanche immaginate, ma la possibilità che quello che io ho conquistato non lo consumi per me, benché lo meriti. Siamo fieri di voi, ma quello che state per ricevere, quello che potreste ricevere, quello che avete ricevuto passo dopo passo, che è la vostra vita, che è la vostra giovinezza, impastata nel cammino del pane, possa diventare un dono estroverso, cioè dopo aver messo su questa tavola, imbandito questa mensa passo dopo passo, sacrificio dopo sacrificio, tappa dopo tappa, io decido di non mangiarmi il panino croccante, profumato, biondo… e aggiungete tutti gli aggettivi che vi vengono in mente per descrivere un pane bello, tanto buono quanto atteso, questo pane io non lo mangio (c’è qualcuno che protesta giustamente, è un bambino e i bambini riescono ad essere più immediati). Ecco, io vi voglio trasmettere questa sfida, cioè che non finisce qui la vostra avventura, come una medaglia da appendere, come un diploma da mettere tra gli altri attestati di benemerenza, ma mi rendo conto che questo cammino mi ha decentrato a tal punto che io non torno più. Questa parola ve l’ ho anche detta all’inizio quand’eravate freschissimi, ve la ricordate? nella cattedrale romanica, nella sua sobria bellezza, di Teano. Io vi ho detto: Attenti che forse da questo cammino non tornate più. Sapete perché sono venuti i vostri genitori? Sono venuti a dire: “Fammi vedere mio figlio come sta, anche se ha avuto 5 punti di sutura è ancora sano, me lo riporto a casa”. E invece, cari genitori, potrebbe darsi che il figlio tu non lo trovi più, perché non c’è più il figlio che è partito, non c’è più l’adolescente che ha mosso i primi passi, che hai salutato all’atto della partenza prima che salisse sul pullman, perché questo figlio ha scoperto una vita estroversa dove quello che è mio non è più mio, non è neanche solo mio - vita retta - ma è degli altri completamente, e il figlio non tornerà a casa, non mi tornerà a casa perché ha scoperto questa follia di una vita squilibrata, decentrata verso gli altri, e quello che a voi adesso dalle mie parole, se mi state seguendo, se io riesco a essere lineare, sembra un pericolo enorme, è ciò, se dovesse capitare anche ad uno solo di questi ragazzi, è ciò che rimarrà di noi, di noi come comunità, di voi come Parrocchia, tutti moriremo, tra 100 anni nessuno si ricorderà di noi, ma sono passati tanti secoli, e ancora nella festa di S. Maria degli Angeli tanti vengono a bussare per dire: “Signore, tu hai promesso a Francesco in questo giorno l’indulgenza plenaria, dammela,” a dire che ancora vive Francesco, a dire che il suo ardimento e la sua vita completamente estroversa, perché i santi sono così, estroversi, sopravvive a se stessa, è l’unico modo di eternizzarsi, di lasciare una traccia di noi, altrimenti tra 100 anni non ci sarà niente di noi, neanche il nome sulla lapide al cimitero, perché anche quella il tempo verrà a cancellarla. Ecco, scusate se vi ho tenuto in sacrificio dopo tanto cammino, seduti per terra, scomodi, per tutto questo tempo, ma per dirvi che questo è un momento santo, che questa Eucaristia può produrre dei frutti meravigliosi, perché avviene in questo giorno, perché Francesco mi dice: fai come me, cioè non mangiare il panino tutto per te, non lo condividere con gli altri, metà a te metà agli altri, vita retta, ma dopo averlo tanto atteso non lo mangiare e consegnati completamente agli altri. D’altra parte noi stiamo celebrando questa Eucaristia non nel Duomo di Orvieto, dove siete arrivati tra le lacrime alle 12, dove vi siete abbracciati, dove si sono stemperate tutte le tensioni, il gruppo tecnico che ha portato il peso grosso del vostro cammino ha sentito che le piccole tensioni erano sciocchezze,voi vi siete accorti che ne valeva la pena, ecco, non lì dove c’è una cattedrale innalzata al pane eucaristico in ricordo di un miracolo, di cui certamente vi ha parlato Don Pasquale, dove un sacerdote, non tanto credente nel mistero dell’Eucaristia, spezzando l’ostia vide scorrere il sangue, ma qui nella chiesa del Buon Gesù. Perché siamo venuti qui? Uno: perché questa è una chiesa francescana. Due: perché qui ci sono delle persone che fanno parte della nostra vita, della storia della nostra comunità, i Giovanissimi più grandi hanno imparato da qualche anno a guardare a questo monastero come ad un luogo familiare, dove ci sono delle monache, delle donne completamente estroverse; voi pensate che la clausura sia il massimo dell’introversione, e invece è il massimo dell’estroversione, perché voi, è vero, avete camminato, ma non sapete quanto queste sorelle hanno pregato per voi, e per le vostre verruche, e per le vostre difficoltà. A proposito di verruche, uno di questi giorni mi sono svegliato con una verruca sotto un piede, una cosa così strana, ho detto: ma come è possibile? Non ho camminato, non… Sarà stato il pensiero con cui vi accompagnavo per cui… non ve la faccio vedere per… ma sta ancora lì, sarà insomma che partecipi, l’emotività ti prende al di là di quello che poi concretamente succede, ma vi assicuro che mi sono svegliato, benché avessi dormito placidamente nel mio letto, con una verruca e mi sentivo in comunione con voi. Bene, loro - massima estroversione - hanno pregato per il vostro cammino, e adesso pregheranno perché qualcuno, uno tra i 100, due, tre, dieci riescano a capire questa follia, e a dire: questo cammino non finisce qui, questa avventura del “cammino del pane” chiede che io stesso divenga pane, come fa Gesù nell’Eucaristia, per sfamare tanti. Terzo motivo del nostro stare insieme, lo dico in 30 secondi anche se voi non mi credete, stiamo celebrando anche una serie di novità, perché è la prima volta che io presiedo l’Eucaristia come vescovo qui, nella comunità del Buon Gesù, è la prima volta che voi accogliete questa comunità con una guida diversa, Don Pasquale, è la prima volta che Don Marino è qui come vicario della Parrocchia di S. Michele Arcangelo. Quante novità, quante novità! E speriamo che io, Pasquale, Marino e tutti prendendo forza da questa Eucaristia e ricevendo il perdono, l’assoluzione per tutti i residui, che i nostri peccati hanno lasciato, attraverso l’indulgenza plenaria che acquistiamo tutti in questa Eucaristia, possiamo passare da una vita introversa, ad una vita retta, ad una vita estroversa. Forse chiedo troppo per voi ma è mio dovere lanciare questo ardimento oltre il possibile. Auguri. Il testo non è stato rivisto dall’autore. www.acsanmichele.org |
| Pros. > |
|---|













