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CHI E' IL VESCOVO? PDF Stampa E-mail
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Scritto da Salvatore   
Thursday 31 August 2006
Chi è il vescovo? Ce lo siamo chiesti tante volte in questi mesi in cui siamo stati chiamati ad essere più a contatto con la grazia e la vita di un vescovo. Ci parlano del vescovo, della sua figura di padre e pastore le parole dello stesso Don Arturo nella preghiera serale di venerdì 8 Luglio 1988 in occasione della morte del vescovo Mons. Zama, al quale è intitolato il nostro centro parrocchiale.

Venerdì, 08 Luglio 1988


"Preghiera per la morte del Vescovo"

Canto:  Se tu mi accogli...


         Introduzione

Scende la sera anche su questa ennesima giornata, una giornata di caldo. La frase più importante del testo che abbiamo cantato e che ci aiuta a entrare in preghiera è "prima che venga sera"; "Se tu mi accogli, Padre buono, prima che venga sera". Magari in questa giornata di caldo la sera è invocata, e viene cara, ma la sera della vita non è certamente invocata, è subita, e noi dobbiamo incontrare questo Padre, fare esperienza di questo Dio prima che venga sera, prima che - espressione ripetuta come una cantilena a conclusione del Libro di Qoèlet - prima che... prima che sia troppo tardi. Offriamo questa sera a Gesù la giornata, le giornate di questa settimana con le esperienze più deludenti, lì dove abbiamo dovuto segnare il passo, lì dove abbiamo fatto esperienza di fallimento, lì dove non avremmo voluto dire e abbiamo detto, lì dove avremmo voluto dire e non abbiamo aperto bocca. "Prima che venga sera" il Signore ci accoglie questa sera, ridà unità alla nostra vita dispersa, atomizzata, frammentata. Il sottofondo di questo canto, soprattutto nell'ultima espressione "resta con me", è il brano dei discepoli di Emmaus che sul far della sera, quando vedono divaricare la loro strada da quella del pellegrino che si è con essi accompagnato, pregano "Resta con noi, Signore, perché si fa sera". E' la preghiera più importante da fare in tutte le nostre giornate "Resta con noi perché si fa sera"; e può farsi sera anche alle tre del pomeriggio, si può oscurare il sole anche nel pieno meriggio, anche quando ci sembra di avere in mano tutte le certezze, e cala la luce e tutto in un momento ci sentiamo braccati dal male. Prima che venga sera, raccogliamoci anche noi; lo stare qui davanti a Gesù non è una perdita di tempo, ma è un tentativo di dare senso a tutto il tempo che abbiamo perso, di ricordarlo. In queste ore di adorazione andiamo alla ricerca del tempo perduto, perché la nostra vita possa assumere una colorazione nuova, una dimensione diversa; e allora ognuno di noi, stanco, afflitto per questa giornata e per le altre e per la vita, venga, e prima che venga sera, si riposi, come dicemmo venerdì scorso, stando con Gesù, invocandolo, riconoscendolo come il Salvatore, il Redentore: lo abbiamo fatto con le parole del canto. E ognuno, nel segreto del suo cuore, si lasci accogliere: il Padre ha occhi di misericordia per le nostre piaghe; ognuno di noi si lasci medicare, il buon Samaritano versa sulle nostre ferite l'olio della consolazione, il vino della speranza, e ognuno di noi si lasci festeggiare, perché mentre rientriamo all'ovile, pecore smarrite (e lo siamo tutti), il pastore imbandisce una mensa, organizza una festa: questo ed altro vogliamo sperimentare in questo appuntamento settimanale di adorazione.

Di che cosa ci parla questa sera Gesù? Avremmo dovuto riprendere il nostro cammino di preghiera, ma non possiamo farlo, lo capite da voi, perché questo evento, della morte del vescovo, deve essere vissuto da noi. e allora ho pensato, e spero che Gesù sia d'accordo, di parlarvi di questo segno nella Chiesa. Il Signore ci parla attraverso gli eventi, e quindi stasera cercheremo nella preghiera di capire questo segno che è importante nella nostra Chiesa e nella nostra fede: il Vescovo. Mi piacerebbe sentirvi, interrogarvi, su che cosa avete provato, cosa avete sentito dentro di voi, e cosa avete sentito in giro quando ieri le campane suonavano e quando questa notizia si è propagata: la morte del vescovo. Vi dico quello che avreste dovuto sentire: innanzi tutto un grande disagio; non parlo del vescovo Zama, per lui questa sera vale solo la nostra preghiera ed è la più grande carità che possiamo vivere ed avere nei suoi confronti. Ma ad una notizia come questa: è morto il nostro vescovo, spero che almeno nel cuore di qualcuno di voi, in futuro nel cuore di tutti spero, ci sia stato un grave disagio. Perché? cosa ci manca? che cosa è un vescovo? cosa rappresenta? che cosa lo lega a noi Chiesa, a noi comunità parrocchiale? Ho voluto esprimere questo disagio con questo segno: vedete qui dinanzi all'altare la nostra, e non lo dico perché è nostra, meravigliosa sedia barocca, vuota. Di solito su questa sedia vedete che seggo io, ma non lo faccio a titolo personale: il sacerdote è Gesù quando presiede l'Eucaristia, ed è per questo che non ci sono limiti nel fasto, nella devozione, nella ricchezza; ma il presidente dell'Eucaristia in una Diocesi è il Vescovo, quindi quando seggo lì, quando io raccolgo la comunità, quando io guido la preghiera, lo faccio a nome suo, perché egli mi ha mandato. I sacerdoti sono i collaboratori del vescovo, sono le mani del vescovo che raggiungono tutti, il vescovo non può conoscere tutte le comunità, tutte le persone, tutti i drammi, e quindi si lascia aiutare dai presbiteri: E allora io il disagio lo rappresento stasera davanti a Lui con questa sedia vuota, che non è una sedia fra le altre, ma è la sede, cioè la cattedra, il luogo dal quale il vescovo presiede, raduna, insegna e quindi è questo il disagio che dobbiamo vivere e che ci fa crescere come comunità. Vivendo questi mesi, probabilmente, di vedovanza diocesana, noi dobbiamo capire che il vescovo è il pastore, è il padre, è il presidente dell’Eucaristia, è il capo di una comunità. A tavola, a pranzo, mi ha come sempre meravigliato stamattina mia madre nella sua semplicità; mi ha detto: “Adesso quando verrà un nuovo vescovo?” E io “Passeranno un po’ di mesi”. E lei con tanta sconsolazione che mi ha scosso tanto ho dovuto far fatica a non commuovermi “E allora siamo pecore senza pastore”. È un’immagine molto bella, anche evangelica: Gesù nel vangelo guardò le folle, vide che erano affamate, assetate, sbandate e – nota l’evangelista – erano come pecore senza pastore. Quando non c’è un padre in una casa i figli si disperdono, non c’è unità, non ci si siede insieme a tavola, la famiglia si disperde; così è per la famiglia della Chiesa. Stamattina sono passato per Sorrento in macchina e ovviamente non mi illudevo diversamente: notavo che la Ninive non si era scomposta per nulla e che i nostri bravi turisti e i nostri compaesani sfoderavano i loro corpi come sempre; niente, non è successo niente. Ma a noi nella nostra vita è successo qualcosa? Ecco lasciamo passare qualche minuto così, in silenzio; vorrei trasmettervi (e non lo faccio per commuovervi, no, sarebbe un fatto solo epidermico) questo disagio, perché questo disagio che è mio, divenga anche vostro. “Ora non abbiamo più un capo, un principe, un profeta…” piangeva così un antico profeta, e una Chiesa vedova, perché il vescovo è lo sposo della Chiesa per questo porta l’anello, e la Chiesa vedova deve sentire il disagio di questa vedovanza e da questo disagio deve nascere una preghiera “Signore, guidaci, Signore accompagnaci, sii tu il nostro pastore, mandaci un pastore secondo il tuo volere e accogli nella tua pace Antonio che è stato il nostro pastore per più di 10 anni”. Cominciamo a pregare così.
Canto. Salmo 22. Il Signore è il mio pastore…
Nell’Antico Testamento, come attestano alcuni brani profetici, Dio si è presentato il pastore del suo popolo; il re d’Israele era anche pastore, cioè il re ha il suo gregge e quindi il popolo, vedendo il re condurre il suo gregge pensa immediatamente: Dio attraverso di lui ci conduce, ci guida, ci incoraggia, ci porta lì dove non ci sono pericoli, dove le acque sono tranquille e ci si può abbeverare: se volessimo estremizzare il disagio di cui vi ho parlato poc’anzi, noi in questi mesi (sto estremizzando il concetto perché vi sia chiaro) dovremmo chiudere le nostre chiese, non dovremmo celebrare le Eucaristie e quindi la vita sacramentale delle nostre diocesi dovrebbe sospendersi e dire “Ci vediamo tra mesi, quando ci sarà un altro pastore”. Non vi preoccupate, non lo faremo, però dobbiamo sentire “come se … ciò accadesse. E volendo trovare un parallelo nelle Istituzioni, in questi mesi di vacanza di sede, noi a stento possiamo vivere l’ordinaria amministrazione, e quindi i catechisti, gli animatori, i sacerdoti fare il minimo indispensabile, ma per i grandi progetti, per i grandi avvenimenti, per i grandi momenti di crescita noi siamo Chiesa vedova: Giovanni, per esempio, poteva essere ordinato sacerdote a dicembre; questo non sarà possibile; così anche altre tappe importanti nella vita della Chiesa sono arenate, perché non abbiamo il vescovo, cioè questa presenza di Gesù pastore. Abbiamo cantato “Il Signore è il mio pastore”, questo è il salmo della tranquillità e della fiducia. Nelle grandi ricorrenze il vescovo si presenta dinanzi alla comunità con un bastone e la gente lo riconosce da quello, dal pastorale, che non è il segno di una sovranità passiva, non è uno scettro, è il pastorale, cioè il segno della guida, perché le pecore quando da lontano non vedono il pastore perché magari è di bassa statura vedranno questo segno, il pastorale, e gli andranno dietro. Vorrei che in questo momento realizzassimo un’altra conversione, ed è il sentire il disagio del vescovo senza aggettivi. È molto difficile per noi, perché qualcuno di voi che magari mi ha sentito per il passato fare qualche allusione non troppo entusiasmante all’indirizzo del nostro vescovo Antonio potrebbe dirmi “ma tu ieri ci hai detto che…”; oppure voi potreste dirmi “Ma il nostro vescovo quando parlava non si faceva seguire, era estenuante”. Quelli fra voi che siete più dentro alla vita diocesana, a questo o a quell’organismo “Ma camminava a stento…”. È vero, è vero e allora è contraddittorio questo discorso? Cioè il disagio che io sento, e questo aver trovato delle difficoltà nell’uomo Antonio Zama che ci ha guidati in questi anni, non è una contraddizione? Non è una contraddizione, perché noi domani saluteremo con le lacrime agli occhi il vescovo senza aggettivi; faremo una professione di fede nella Chiesa, fondata sugli Apostoli, i vescovi sono i discendenti degli Apostoli, senza aggettivi. Cosa significa un vescovo senza aggettivi? Significa che potremmo avere un vescovo carismatico, magari anche un bell’uomo, le donne potrebbero essere attirate da questo aspetto esterno, potremmo avere un vescovo che è un poeta, un vescovo che fa sentire la sua paternità alla comunità, un vescovo che è un dottore: questo nulla aggiunge al fatto che egli è vescovo. Come anche potremmo avere, o avere avuto un vescovo stanco, un vescovo che ha infossato la pastorale, al limite domani potremmo avere un vescovo infedele, un vescovo (che dice e non fa) no problem: un vescovo senza aggettivi. È importante questo, sapete , ai fini della nostra fede: cioè noi stasera in cattedrale, domani nella celebrazione esequiale salutiamo il vescovo; poi con l’uomo attualizzato, che in questo momento è con noi nel mistero di Dio, con l’uomo con cui si è avuta qualche difficoltà, la celebrazione di domani sarà lo scambio del perdono. I miei primi approcci col vescovo Antonio non sono stati idilliaci; ma questo, lo dico dinanzi a Dio, non è importante, poi è subentrata la stima ecc. la prima volta che ci siamo incontrati, ero seminarista, mi ha trattato così male; scesi l’episcopio senza sapere neanche come mi chiamassi. È l’uomo: forse stava nervoso, chissà cosa avrà avuto, ma questo toglie qualcosa? No. Con l’uomo ci riconcilieremo, con l’uomo domani la comunità diocesana chiederà perdono e riceverà il perdono, perché anche noi sacerdoti, noi comunità, noi diocesi probabilmente in tanti aspetti non abbiamo corrisposto all’uomo, ma a questo, ripeto, si applica il perdono. E anche per questo è importante la celebrazione; questo col vescovo non ha nulla a che vedere. Vescovo senza aggettivi: è entusiasmante? È il cardinale Martini? Bene. È una lagna? Non fa niente: il vescovo è il vescovo. Come dire che in una famiglia c’è un padre: il padre può anche essere un despota, ma quando viene a mancare è il padre. Voglio dire che ci sono dei ruoli importanti nella vita affettiva, come nella vita della Chiesa, e noi dobbiamo essere tanto maturi da saper discernere, distinguere il ruolo, che per noi è essenziale,, dalla persona, la figura dal credo; ecco perché nonostante tutto sento questo disagio. Noi sacerdoti lo avvertiamo ancora di più perché voi venite in chiesa di tanto in tanto, della vita pastorale potete interessarvi o meno, per noi è la vita; quindi un sacerdote, quando manca il vescovo, si sente veramente spaesato, non sa se resterà in questa comunità o andrà in un’altra, perché quando muore un vescovo decadono tutti gli impegni, e quindi io continuo a stare qui per ordinaria amministrazione. Quelli che stanno in curia, continueranno a stare lì per l’ordinaria amministrazione, ma cambia tutto, perché questo ruolo è centrale, è il ruolo che dà senso a tutti gli altri, è il ruolo che unifica, è il padre, è lo sposo, è l’angelo. “All’angelo della Chiesa di Efeso scrivi… all’angelo della Chiesa di Smirne scrivi”, comincia così l’ultimo libro della Bibbia, l’Apocalisse, con un settenario, e la lettera è indirizzata a un angelo; ogni Chiesa ha il suo angelo, e chi è l’angelo della Chiesa di Efeso? e chi l’angelo della Chiesa di Smirne? È il vescovo. “All’angelo della Chiesa di Sorrento scrivi…”; una volta che mi è capitato di preparare un piccolo discorso in occasione del decimo anniversario dell’ingresso del nostro vescovo in diocesi, il 2 ottobre scorso, l’ho imperniato tutto su questo ritornello “All’angelo della Chiesa di Sorrento scrivi…”. Ora c’è una comunità che non ha rappresentante, che non ha voce; preghiamo per l’uomo Antonio Zama nostro fratello, nostro padre che ha svolto questo ruolo bellissimo, pieno di responsabilità nella nostra Chiesa e diciamo al Signore che tutti siamo peccatori, anche i vescovi. “Accogli, Padre, il nostro angelo nella tua casa”, poi diciamo “Mandaci un angelo”.
L’ultima immagine, prima di concludere questa ora di preghiera, è questa: la nostra Chiesa, una Chiesa che piange. Se questo disagio che io ho cercato di coniugare, in qualche modo ve l’ho trasmesso, la preghiera da presentare al Signore questa sera è fatta di lacrime. Ieri Salvatore mi ha dato la notizia: portavo l’ultimo conforto ad una vecchietta che è morta questa notte; mentre recitavo le preghiere, pensavo al vescovo, poi sono venuto in chiesa in sacrestia, ho azionato le campane, e non ho ritegno a dire, oltretutto non penso che ci sia da vergognarsi, ho pianto. Allora la Chiesa che piange è la Chiesa che comprende, che sente il disagio e dinanzi al Signore invoca con lacrime. Io spero domani nella chiesa cattedrale di vedere dei sacerdoti che piangono, a volte noi addetti alla liturgia, sempre al confronto con le bare, perdiamo il senso del pianto; non è che la morte del vescovo sia meno drammatica della morte di un uomo, è una morte con tutti i crismi, cioè morte vera, e quindi anche drammatica. Anche su questo vorrei dirvi tante cose, ma non voglio tediarvi. Voglio soltanto lasciarvi questa immagine ed è l’immagine più bella che mi viene per sintetizzarvi tutto quanto cercavo di dirvi; e se questa sera, tornando a casa, avete nel cuore un po’ di tristezza, non vi preoccupate, anzi significherà che qualcosina avete compreso. Non ci sta da essere contenti, anche se crediamo nella Provvidenza, crediamo che il Signore prepari la nostra Chiesa del futuro, che il prossimo vescovo sarà il vescovo del 2000. Quando parlo di Chiesa in lacrime, non dico Chiesa disperata, ma Chiesa che spera, anche nei messaggi, nell’amarezza della partenza. D’altra parte è bene cogliere dalla vita motivi di preghiera “Mi auguro di piangere sentendomi orfano, sentendomi senza maestro, sentendomi pecora senza pastore comunità dispersa”. Queste lacrime, questo disagio saranno il terreno migliore per l’intercessione che da oggi comincia, mentre preghiamo per chi parte, preghiamo per chi arriverà, per chi la Provvidenza ci invierà. Non possiamo stare senza vescovo: la Chiesa è apostolica.

Preghiera finale


“Signore Gesù, questa sera ti ringraziamo perché sei con noi, perché non hai lasciata sola la tua Chiesa: hai promesso di esserci sino alla fine dei tempi. Ti ringraziamo perché questa tua presenza diventa per noi palpabile, evidente, concreta nella vita degli Apostoli che tu hai inviato, e per essi, dei vescovi. Ti ringraziamo questa sera per gli anni in cui ti sei fatto vedere nel mistero dei sacramenti nella vita del nostro vescovo Antonio, per le volte in cui ci ha parlato nel tuo nome, presieduto l’Eucaristia, ci ha confermato nella fede, ha partorito nuovi sacerdoti per le nostre comunità. Ti preghiamo, Signore, per questo nostro padre: perdonalo per i limiti che egli come uomo ha avuto, accoglilo nella liturgia celeste. Questa Chiesa, Signore, ti presenta questa sera la sua ansia, perché in qualche modo si vede persa, disorientata. Infondici fede, speranza e carità sufficienti per vivere anche questo tempo di attesa.
Insegnaci, Gesù, a non attaccarci agli uomini, a comprendere che sono i ruoli importanti, non le persone, e per questo rendici disponibili a qualsiasi persona tu vorrai mandarci. Ti ringraziamo, Gesù, per essere tua Chiesa; forse stasera, sia pure con tristezza, sperimentiamo la gioia di essere comunità raccolta intorno a te, raccolta intorno al segno visibile della tua presenza, che è il vescovo. Grazie Gesù”.

Il testo non è stato rivisto dall’autore.

Ultimo aggiornamento ( Saturday 19 April 2008 )
 
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