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Catechesi sull?Eucaristia - Mercoled?, 26 ottobre 1988 PDF Stampa E-mail
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Scritto da Salvatore   
Tuesday 12 December 2006
Mercoledì, 26 ottobre 1988


                  
          Noi iniziamo stasera una serie di catechesi sull’Eucaristia; iniziamola con la più grande disponibilità, ma anche partendo dalle cose più semplici; io vorrei che partissimo dimenticando tutto quello che sull’argomento sappiamo, questo perché si possa edificare pian piano, mattone su mattone, questa costruzione. Ovviamente il tema che noi affronteremo quest’anno si innerva su altri temi che saranno toccati un po’ di tangente, perché è uno dei temi conduttori della vita della Chiesa: l’Eucaristia.
         L’Eucaristia è un termine che ha al suo centro la Messa, ma irraggia verso altri temi, altre dimensioni della vita cristiana. Allora dimenticate in questo momento tutto quello che sapete.
Da dove partireste per una catechesi, per un approfondimento sull’Eucaristia?
Stasera noi per partire ci leggiamo questo versetto di Luca e poi andiamo, ed è a quel testo che dedicheremo più tempo, al Libro dell’Esodo, alla descrizione della prima Pasqua.
Se voi dovete spiegare ai vostri figli, soprattutto se piccoli, cosa è l’Eucaristia, credo che come me questa sera direste loro che Gesù celebrò una cena a conclusione della sua vita, ed è quello che leggiamo adesso nel Vangelo di Luca 22,14-20. È importante per iniziare questo nostro cammino far riferimento a quella sera, che noi designiamo come la sera dell’Ultima Cena, dove Gesù ha compiuto dei gesti che poi hanno originato questo mistero che è l’Eucaristia. Ma Luca, come gli altri che ci riportano l’Ultima Cena, cioè Marco e Matteo, ci dicono che Gesù era riunito insieme con i suoi per un motivo preesistente “ho desiderato mangiare questa Pasqua con voi”, quindi il nostro cammino adesso va a ritroso e andiamo a questo termine “Pasqua” che ci interesserà un po’ di tempo. Per capire quello che Gesù fa e quello che noi facciamo nell’Eucaristia ogni Domenica e ogni giorno dobbiamo andare indietro indietro nei secoli per giungere al momento in cui è nata questa festa. Un capitolo fondamentale del Libro dell’Esodo è il cap. 12,1-14; questo testo è di un’importanza fondamentale. Allora Gesù è raccolto con i suoi per la Pasqua; la comprensione di questa festa ci aiuta a comprendere l’Eucaristia. Ora delineerò due stadi: questo che vi ho appena letto è già uno stadio evoluto della festa di Pasqua; probabilmente gli studiosi ne hanno ravvisato un altro molto antico e doveva essere la festa di primavera. Come è nata la Pasqua nella tradizione ebraica? Prima che nell’evento della liberazione d’Egitto, è nata come una festa di primavera. Sapete che in tutti i popoli antichi il ritorno alla luce e quindi della bella stagione era solennizzato con riti in tutte le civiltà, quindi anche nella civiltà ebraica. La guardiamo proprio nei primordi della sua origine: festa di primavera, festa dei pastori, collegato a questo l’agnello che poi diventerà un segno centrale, sia per gli Ebrei, sia per Gesù, sia per la Chiesa. Quindi questi pastori che si rimettevano in cammino dopo i tempi difficili, dopo aver svernato con il loro gregge, prima di ripartire sacrificano un agnello ad una divinità, non è ancora l’Israele che crede in Jahvè, è un Israele proprio alle sorgenti; da ogni gregge viene tolto un agnello, il miglior frutto, e sacrificato al dio, in modo che egli li accompagni nel loro peregrinare col gregge. Anche questa festa, proprio nelle origini si chiamava Pasqua (il termine ebraico è pesah), probabilmente perché questo sacrificio veniva solennizzato con delle danze e quindi Pasqua significa anche “salto”. Allora il salto è il tempo con cui si cadenzavano queste danze nella festa di primavera: questo è lo stadio più antico, quindi ci troviamo migliaia e migliaia di anni fa, ancora molti secoli prima di questo evento. Al cap.12 ci troviamo in un momento in cui la Pasqua comincia ad assumere un significato religioso, nei termini della fede di Israele che si è perfezionata. Qui ci troviamo già a uno stadio dove il popolo ha fatto un cammino enorme; ci sono stati i Patriarchi, quindi la preistoria religiosa d’Israele; ci sono stati anni e anni, poi questo popolo è andato in Egitto in occasione di una carestia, si radica in Egitto, diventa un popolo prigioniero, e qui tutta la storia della liberazione. E allora quella festa, che già aveva un significato nella storia dei Patriarchi, e quindi in questo popolo nomade e fondamentalmente legato alla vita del gregge, che sta vivendo un momento di crisi, la difficoltà di essere popolo: è schiavo e vuole liberarsi. Siamo al momento in cui la maturazione in questo senso è piena, e allora il popolo deve operare questo passaggio: scrollarsi di dosso la schiavitù e cominciare un cammino di libertà, ed è la notte della Pasqua, così come sarà celebrata. Allora le indicazioni che vedete qui sono tutte pregne di teologia; come dovrà celebrarsi questa prima Pasqua? C’è un cambiamento qualitativo, non è più la festa di primavera, non è più la festa con cui ingraziarsi il Dio che guidi il gregge, ma è la festa del popolo che si libera e che si libera per intervento di un Dio che si è fatto presente attraverso una persona, Mosè.
Primo, la pasqua è una festa familiare: riunitevi – dice Mosè – a gruppi, quindi non ognuno a casa sua, ma una famiglia numerosa; piccoli nuclei familiari dovranno congiungersi per vivere intorno a una mensa imbandita questo momento cultuale, questa prima Pasqua.
Secondo, la presenza dell’agnello che qui ha diverse valenze: la prima valenza è quella della condivisione, bisogna consumare un pasto. In tutte le tradizioni religiose c’è questa presenza di un pasto sacrificale, perché l’uomo ha ritenuto quasi di avere Dio come commensale,  e quindi consumare durante una liturgia un pasto è un momento liturgico; ma questa liturgia poi si espande in tutti gli altri pasti che gli uomini consumano, cioè il mangiare è una cosa importante. L’agnello è un elemento da condividere: stiamo insieme, prendiamo un agnello, il migliore, lo sacrifichiamo al tramonto, a un’ora stabilita, lo arrostiamo e lo consumiamo. Elemento di condivisione, elemento di liberazione perché il sangue di questo agnello dovrà essere asperso sugli stipiti della porta della casa dove questa comunità è raccolta. Questo segno di riferimento ci deve essere perché c’è un angelo sterminatore, cioè un castigo che Dio manda perché questo popolo non vuole che Israele si liberi (o un’epidemia che accade in questo momento), e dunque il sangue sulla porta sarà il segno della liberazione; allora quello che era la Pasqua, il saltellare di queste donne o di questi uomini che danzavano, diventa il passaggio, cioè il salto dell’angelo, che salta la casa.
Terzo, le erbe amare. Queste erbe amare, nel modo con cui ancor oggi gli Ebrei celebrano la Pasqua sono accompagnate da una salsa amara, perché bisogna assaggiare l’amarezza e la durezza dell’esilio, dell’essere schiavi. Il rituale diceva: masticate bene, perché abbiate a ricordarvi che il popolo era esule e l’esilio è legato all’amarezza delle lacrime “Sui fiumi di Babilonia – si dirà dopo – abbiamo pianto, abbiamo appeso le cetre ai salici di quella terra”.
Quarto, gli azzimi. È un elemento che noi abbiamo a portata di mano, sperimentiamo ancora oggi nell’Eucaristia che è un pane azzimo, l’Ostia è un pane non lievitato, anche se non abbiamo la percezione del pane quando ci viene presentata l’Ostia la Domenica. È il pane della fretta: questi Ebrei stanno per partire, non hanno tempo a che questo pane possa lievitare (queste indicazioni che trovate qui come dette prima, possono essere, e questo non ci scandalizza, state codificate poi, nel dopo passaggio, perché anche qui nel cap.12 abbiamo una sedimentazione di tradizioni che poi hanno acquistato una loro fisionomia).
Ultime indicazioni: non è un pasto da consumarsi accomodati in poltrona, tranquillamente, senza pressione di tempo, perché questa notte di festa in cui passa l’angelo, è anche la notte della Pasqua passaggio del Mar Rosso, o passaggio dalla schiavitù alla libertà, quindi si va di fretta, è un pasto consumato in piedi, o comunque con il senso del tempo che fugge, per cui, col bastone in mano, segno della partenza, con i sandali ai piedi perché stiamo per andarcene; nel rituale ebraico, al tempo di Gesù probabilmente si celebrava anche con la porta aperta, un altro segno molto bello. In questa sala dove Gesù ha vissuto l’Ultima Cena, questa Pasqua ebraica, c’era la porta aperta, perché dobbiamo scappare, ma anche siamo in attesa di… Manca qualcuno in questa assemblea, lo aspettiamo, e il senso di questa attesa è anche la porta aperta; c’è un componente che non è puntuale, per cui, tra tante cose, aggiungete anche un bicchiere colmo di vino a un posto vuoto. Per chi è? Al tempo di Gesù e negli anni precedenti è per Elia, il profeta, il quale deve tornare e deve tornare prima che venga il Messia “prima che venga l’Unto del Signore, tornerà Elia”, Elia è il profeta per eccellenza nell’Antico testamento e tornerà prima della pienezza dei tempi. Gesù poi dà una lettura e dice: Elia è venuto già, ed è Giovanni Battista. Il bicchiere colmo di vino è per Elia che viene e che quindi ci dice che è venuto il tempo in cui l’attesa è matura, ecco sta per entrare il Messia. Tutto questo dovete vederlo in un ambiente fortemente religioso e di grande attesa, cioè la Pasqua celebrata allora e ancor oggi è attraversata da una tensione religiosa fortissima, perché sono tre i tempi della Pasqua. Innanzi tutto è un ricordo, quindi dice qui il brano “sarà per voi un memoriale, ziccaròn”, cioè quello che accade adesso, in questa notte, ha un valore per tutte le notti; quello che accade a voi spettatori di questo evento ha un valore per tutti i vostri figli, nipoti, pronipoti…, questo momento ha una densità storica enorme; è il memoriale di un momento eterno, di un momento dove si danno convegno i secoli. Questo noi lo possiamo dire in modo grandioso per il Venerdì santo, cioè il momento della morte di Gesù è quell’evento dove tutto il passato e tutto il futuro si sono dati convegno; non c’è un momento nella storia, per noi cristiani, più forte, più denso, più vero, più gravido di speranza del Venerdì Santo. La prima dimensione della Pasqua ebraica è la memoria, la seconda è il presente: quell’evento ha una portata storica così forte da illuminare l'ora. Se Dio ha fatto tutto quello per i miei padri, è ancora il mio Dio, è ancora Jahvè, è ancora presente, è ancora operante, è ancora liberatore, ecco il presente, il memoriale che parte dal passato e lo proietta verso il futuro: ecco la porta aperta. Che questa celebrazione non sia un semplice ricordo lo attesta la tensione; questo è ancora presente. Fino a una certa data la Pasqua si celebrava solo a Gerusalemme, poi Gerusalemme fu distrutta, per cui la Pasqua è ancor oggi una Pasqua nella diaspora, nella dispersione. Come si conclude? Con un augurio bellissimo: quest’anno qui, cioè nell’esilio, l’anno prossimo a Gerusalemme, che indica questa tensione verso il futuro: Dio che ha liberato, Dio che libera e che è presente oggi, mi libererà e questa liberazione avviene attraverso una venuta che si è andata maturando lungo i secoli, ed è il Messia. La coppa è pronta per Elia che torna e farà un po’ l’araldo, viene a chiudere un’epoca e viene a dire “Adesso state contenti perché il Messia è qui alla porta”; la porta aperta per il Messia. Queste tre dimensioni sono i tre tempi dell’Eucaristia “annunziamo la tua morte, Signore, proclamiamo la tua risurrezione nell’attesa della tua venuta”. Sono i tre momenti in cui si dipana questo mistero che noi affronteremo in seguito. Quello che stasera mi preme è che abbiate chiara questa preistoria della Pasqua che Gesù sta celebrando. Gesù non inventa una festa, ma veste di luce nuova una festa che già aveva accumulato lungo i secoli tanto materiale, ma arriva al mare, questa festa, dopo aver attraversato valli e valli, e porta pepite d’oro in grande quantità. 

         Il testo non è stato rivisto dall’autore.





Ultimo aggiornamento ( Sunday 11 February 2007 )
 
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